domenica, 21 Lug, 2019 Espresso napoletano

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Vicoli di Napoli, vico Donnaromita

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Perché questo vicolo è conosciuto con questo toponimo? Matilde Se­rao racconta, piuttosto fantasiosamente, che tre sorelle di nobile origine s’erano innamorate dello stesso uomo e, disperate per non poter esaudire il proprio desiderio, si fecero monache, fondando ognuna un convento con i rispettivi nomi: Donn’Albina, Donna Regina e Donna Romita.

C’è, però, una versione meno romantica, ma forse più ve­rosimile. Al tempo degli Iconoclasti alcune monache orien­tali si trasferirono nella nostra città ed ebbero in donazione da Carlo I un palazzo confiscato a Riccardo Filangieri. Qui costruirono il monastero e la chiesa. Il popolino, designando stranamente quelle monache come “donne di Romania”, ne trasse il nome contratto di Donnaromita. Autorevolmente il Capasso sostiene che il monastero esisteva già nel 1025 e che la denominazione deriva dal nome della famiglia fonda­trice: «domina Aromata» che ne aveva il patronato. Il Ga­lante, da parte sua, afferma che nel 1824 nel monastero re­stavano poche monache, che furono trasferite in San Grego­rio Armeno, ove recarono, tra le altre reliquie, un’ampolla con il sangue di San Giovanni Battista.

La chiesa qui presente, facciata esclusa, fu rifatta nel 1535 dal Morman­no. Gli affreschi della cupola iniziati da Luca Giordano fu­rono portati a termine da un suo allievo, Simonelli, autore anche degli affreschi del presbiterio. Molto bella la cappella dedicata ai Santi Giovanni e Paolo, dov’ era la tomba del duca Teodoro I di Napoli, lì trasferita dall’antichissima chiesa intitolata ai due santi, eretta nel 725 dallo stesso duca Teodoro e demolita per la costruzione della chiesa del Gesù Vecchio. Sull’altare della cappella si trovava una tela di Do­menico Gargiulo, meglio noto come Micco Spadaro, rappresentante i Santi Giovanni e Paolo titolari della diaconia e della cappella. Il monastero fu adibito ad usi civili nel 1872 e la chiesa fu affidata alla Congrega del Rosario.