venerdì, 22 Nov, 2019 Espresso napoletano

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Virgilio e Partenope, un idillio perpetuo.

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Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces.

Questo è il testo latino dell’epitaffio posto sul cenotafio di Publio Virgilio Marone, situato nell’area del Parco Vergiliano nei pressi della chiesa di santa Maria di Piedigrotta. La narrazione tradizionale vuole che questa frase sia stata dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte.

Parco Vergiliano, avete letto bene, non è un refuso: spesso questo luogo, noto perlopiù come Tomba di Virgilio, è confuso con il Parco Virgiliano che si trova a Posillipo.

Parco_Virgiliano_

Effettivamente il colombario fu inizialmente tomba ma, come vedremo più in avanti, divenne poi cenotafio perché privato dei resti mortali.

L’antica iscrizione, che riassume i luoghi e le Opere del Poeta, si può tradurre letteralmente in: “Mi generò Mantova, la Calabria [la Puglia]mi rapì: ora mi custodisce Partenope [Napoli]; cantai i pascoli [le Bucoliche], i campi [le Georgiche], i condottieri [l’Eneide]”.

Il Lettore attento noterà certo la discrepanza che si rileva nel testo latino, in quanto Virgilio morì nell’attuale Puglia meridionale, il Salento, all’epoca chiamata Calabria, e precisamente a Brundisium (Brindisi).
Fatta questa piccola disquisizione geostorica, torniamo pure al tema dell’articolo.
Il Parco Vergiliano si trova alle spalle della chiesa di S. Maria di Piedigrotta, a poche decine di metri dall’imboccatura della galleria delle Quattro Giornate che porta a Fuorigrotta e comprende una piccola parte delle pendici orientali della Collina di Posillipo.

chiesa di S. Maria di Piedigrotta

Il piccolo ma ameno parco accoglie alcuni tra i più rilevanti monumenti e simboli della storia della città di Napoli, tra cui il colombario di epoca romana dove v’erano conservate le ceneri del Poeta, la Crypta Neapolitana, il traforo che collegava l’area partenopea con i Campi Flegrei.

All’interno del parco v’è una edicola fatta erigere nel 1668 dal viceré Pietro d’Aragona con iscrizioni a memoria dei posteri sulla presenza della tomba del Poeta, mentre poco distante, collocato in una nicchia scavata nella parete si può ammirare un busto di Virgilio posto su di una colonnina, dono del 1931 degli studenti dell’Accademia dell’Ohio.
Poco più avanti, in uno spiazzo v’è l’area riservata alla tomba di Giacomo Leopardi. Attraverso piccole scale si giunge al colombario, uno dei luoghi “di forza” della
tradizione esoterica partenopea, ricco di un’aura misteriosa ed evocativa…

 tomba di Giacomo Leopardi

Perché proprio Partenope per custodire le proprie spoglie?

Il Poeta ebbe un rapporto molto particolare con la Campania, dove visse per molto tempo. Dopo il successo delle Bucoliche, Virgilio conobbe Mecenate e fu accolto nel suo circolo, che ospitava molti intellettuali e letterati dell’epoca, frequentando la tenuta terriera che Mecenate possedeva nei pressi di Atella.
Dopo il 42 a.C. Virgilio frequentò la scuola di Sirone e Filodemo a Ercolano per erudirsi sui precetti di Epicuro, dove conobbe molti personaggi di rilievo. Proprio dal filosofo Sirone ereditò una villa sulla costa di quel luogo tanto decantato che è Posillipo, a pochi metri dall’isola della Gajola.

Nei fondali antistanti i ruderi della villa, ad una profondità che varia tra i 3 ed i 10 metri, si possono scorgere i resti di altri ambienti, alloggiamenti di colonne (quasi tutte scomparse) che erano infitte direttamente nel banco tufaceo, ad ulteriore conferma dell’antica praticabilità di questi luoghi che oggi sono in fondo al mare e che, un tempo, ospitavano ameni giardini con terrazze da “mille e una notte”, dove vi soggiornarono Imperatori, ammaliati dalla poesia di Virgilio.

gaiola

Secondo la tradizione biografica, tra il 37 e il 30 a.C. Virgilio scrisse Le Georgiche, ispirato dai paesaggi di Partenope e dei Campi Flegrei, e fu proprio grazie alla suggestiva influenza originata dalla terra flegrea che il Poeta identificò la porta degli Inferi nei pressi del Lago d’Averno, luogo immortalato nei secoli nel Canto VI dell’Eneide.

Virgilio morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. del calendario giuliano, al ritorno di un viaggio in Grecia, e i resti mortali del Poeta furono poi trasportati a Napoli e posti nel colombario eretto all’imboccatura della Cripta Neapolitana.

Sintesi più che breve, si dirà, ancorché monca per chi ama il genere, ed è vero, ma in queste righe narreremo del rapporto esoterico che il Vate ebbe, suo malgrado, con la nostra Terra.

Per la storiografia biografica invitiamo la lettura di testi autorevoli che non mancano di certo.
Le amicizie che legavano Virgilio a personalità di potere e di notevole importanza – tra cui spiccava l’Imperatore Augusto e il già citato Gaio Cilnio Mecenate influirono non poco sull’apporto di benefici alla città di Napoli, residenza preferita del Poeta.

La storiografia del medioevo riferisce che fu lo stesso Virgilio a suggerire all’imperatore di far costruire un imponente acquedotto che portasse acqua alla città partenopea e ad altre città campane, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia, intercettando l’acqua dalle note sorgenti del Serino, nell’avellinese.

sorgenti del Serino

Sempre in tema di acque, Virgilio fu fautore della costruzione di molti pozzi e fontane, nonché una rete fognaria e stabilimenti termali curativi dislocati nei territori di Baia e Pozzuoli. Da qui la necessità di collegare Partenope alla zona Flegrea con lo scavo del traforo della collina di Posillipo denominato Crypta Neapolitana, in epoca medioevale conosciuta anche come la “Grotta di Virgilio”.

Uno dei motivi principali dell’attribuzione a Virgilio di poteri magici è da ascrivere al fatto che il Poeta aderì al neopitagorismo, la corrente filosofico-magica molto diffusa nella Magna Grecia, e in particolare a Neapolis, città del Meridione d’Italia che, nonostante la conquista romana, aveva conservato usi e costumi ellenici e che in parte ancora serba (Vd. in l’Espresso Napoletano febbraio 2012 N° 2 l’articolo Parlar Neapolitano).

Virgilio poeta ma anche mago, con la leggenda che lo avvolge; Virgilio mito, con profonde radici infitte nella storia della città di Napoli e che tuttora aleggia su di essa.

Si racconta che il Poeta, considerato dal popolo un negromante dotato di immensi e soprannaturali poteri, avesse cavato in una sola notte la montagna per facilitare i collegamenti tra Partenope e Puteoli, l’odierna Pozzuoli, creando così il
traforo che viene chiamato appunto Grotta di Pozzuoli, nei cui pressi fu eretto il colombario che la tradizione storica vuole sia la sua tomba, sita proprio all’inizio del traforo sul versante partenopeo.

tomba-di-Virgilio-Napoli-600x397

A dire il vero un certo che di incantato che avvolge il traforo v’è: alla fine del mese di ottobre e di febbraio si può scorgere il sole da entrambi i versanti, sia nel sorgere sia nel tramontare, particolarità non certo casuale, ma decisa in fase progettuale da Cocceio, suo ideatore.

A titolo di cronaca v’è da dire anche che la Crypta Neapolitana è una delle più antiche gallerie del mondo create per uso pubblico, scavata in età augustea peragevolare i collegamenti tra Napoli e i Campi Flegrei.

Altra leggenda è quella che racconta di come Virgilio liberò Napoli da una invasione di mosche che, fastidiosissime, assediavano la città. Sollecitato dalla popolazione, il poeta-mago fece costruire una mosca tutta d’oro, le infuse vita e fluido magico, facendola librare in volo per il cielo della città, uccidendo ogni mosca che incontrava nella sua traiettoria.

mosca oro

Un’altra leggenda, che per certi versi ha avuto una continuità nel corso dei secoli, riguarda il cavallo detto di Virgilio (cfr: “Antiche leggende che illustrano la Divina Commedia” di Pasquale Villari, Ed. Nistri, Pisa 1863). Secondo la leggenda anche in questo caso l’opera del mago abbia sortito l’effetto desiderato, contrastando una grave malattia che falcidiava la popolazione equina della città. Infatti, Virgilio fece fondere una statua di bronzo che rappresentava un cavallo, il quale guariva con il suo fluido magico ogni cavallo che avesse compiuto tre giri attorno. Del resto era una consuetudine, per quei tempi, affidarsi alla divinizzazione ed ai poteri di maghi e stregoni.

Per fortuna una parte di questa statua equestre è arrivata fino a noi, grazie
alla passione per le antichità e le Arti di Diomede Carafa, nobile e ricco magnate partenopeo. La statua era situata in una spiazzo prospiciente il Tempio di Apollo, sulle cui rovine, venne edificato il complesso
basilicale dell’attuale Vescovado, che ebbe inizio in epoca costantiniana con l’edificazione della chiesa di Santa Restituta.
E proprio per cancellare un fenomeno di idolatria che durava nei secoli e che ruotava attorno alla statua del “magico” cavallo, le autorità ecclesiastiche la fecero demolire, fondendo il prezioso bronzo per fabbricare campane; se ne salvò solo la splendida testa, chiesta ed ottenuta dall’influente Carafa che, da buon collezionista d’arte, la fece sistemare nel proprio palazzo di via S. Biagio dei librai.

testa di cavallo

Le origini della Testa di Cavallo, tuttavia, sono alquanto controverse, con almeno tre versioni: la prima narra del suo ritrovamento nei pressi della guglia di San Gennaro, mentre un’altra versione vuole che sia stata donata da Nerone alla città di Partenope e fu ritrovata durante dei lavori di scavo nel 1400. La terza
versione, che secondo gli storici è la più accreditata, vuole che la testa bronzea sia stata donata da Lorenzo de’ Medici a Diomede Carafa il quale la sistemò nel cortile del proprio palazzo, dove rimase fino al 1809, anno in cui il principe Carafa di Colubrano la diede in dono al Museo Archeologico Nazionale, sostituendola
con una copia in terracotta tutt’ora esistente…

Recenti studi ed analisi documentali accurate hanno consentito di ricostruire la storia della splendida opera bronzea (vd.Caglioti in The Light of Apollo, 2003): la “testa Carafa” faceva parte di un monumento equestre ad opera di Donatello su commissione di Alfonso d’Aragona, re di Napoli dal 1442 al 1458. Ma nonostante ciò, il mistero aleggia…

È da sottolineare, poi, come il cavallo sia sempre presente nella simbologia allegorica della storia della città di Napoli. I più antichi riscontri parlano appunto della figura di un cavallo: “fu più antica l’impronta di Nettuno che simboleggiava un cavallo indomito”, come cita F.sco Ceva Grimaldi nel trattare dello stemma della città (cfr: “Memorie storiche della città di Napoli”, 1852).

Un fatto singolare riguarda alcune analogie tra questa leggenda ed un rito di fede Cristiana che tutt’oggi si celebra e gravita alla festività di S. Antonio Abate in molte cittadine di tradizione rurale. Durante i festeggiamenti in onore del Santo, quando nelle campagne vi erano molti animali, c’era l’usanza di far compiere a questi tre giri attorno alla chiesa dedicata al Santo che, è risaputo, è anche protettore degli
animali; questa usanza, forse reminiscenza di antichi riti che, agli albori della cristianità, furono assimilati ed adeguati alla bisogna senza essere cancellati dagli usi del popolo.

S. Antonio Abate

Oggi che nelle campagne gli animali sono quasi scomparsi sostituiti dalle macchine, i fedeli, come in una sorta di retaggio atavico, continuano a compiere da soli i tre giri attorno alla chiesetta, in segno di devozione al Santo.

Ma ecco ancora l’onnipresente figura del negromante che alita anche su Castel dell’Ovo: leggenda vuole che Virgilio facesse collocare un uovo, naturalmente magico, in una gabbia di ferro murata all’interno dell’isolotto; un incantesimo da lui formulato, poi, avrebbe fatto sì che fintanto l’uovo fosse rimasto integro,
la città sarebbe stata risparmiata da ogni sciagura; e il nome stesso del castello perpetua da secoli la leggenda…
Più verosimilmente, leggendo la Storia, possiamo trarre un’altra motivazione: l’uovo è assimilabile alla forma dell’urna cineraria, tradizionalmente di forma appunto ovoidale. Nel XII secolo, infatti, i conquistatori normanni fecero asportare l’urna contenenti le ceneri del Poeta per distruggere un simbolo di culto appartenente, in un certo qual modo, all’autonomia della città partenopea, per sottometterla.

Castel dell'Ovo

Il popolo però insorse e i resti di Virgilio, contenuti nell’urna “uovo” furono salvati e conservati all’interno del Castello, per cui forse da ciò il nome dato al maniero.

Ma molte altre sono le opere magiche attribuite a Virgilio, come l’uccisione di un serpente gigantesco che troneggiava malefico nel cuore della città, o ancora un pesciolino scolpito su una pietra per richiamare i pesci che non volevano entrare nelle reti dei pescatori, ed ecco che ancora oggi il luogo, sito all’incirca nei pressi
del Carmine, viene chiamato tutt’ora “a preta d’ ‘o pesce”.

Magie divenute tali grazie all’immaginario collettivo per giustificare l’ingiustificabile, ed ecco nascere la leggenda… Virgilio Mago? Si, perché una magia vera c’è: Virgilio è immortale, il Poeta non muore…