giovedì, 09 Lug, 2020 Espresso napoletano

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La qualità della vita e il ‘capitale umano’ degli anziani, intervista al Professore napoletano Natale Gaspare De Santo

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La qualità della vita e il ‘capitale umano’ degli anziani: sono due patrimoni dell’umanità di cui tuttavia l’umanità forse non si cura abbastanza. A preservarli dai pericoli della noncuranza e della sottovalutazione è Natale Gaspare De Santo, medico e Professore Emerito dell’Università Luigi Vanvitelli, facendosi promotore, negli ultimi quindici anni, di due notevoli iniziative che partono da Napoli e ambiscono a oltrepassare ogni genere di confine.

Negli ultimi venti anni si è molto speso in due iniziative: Sopravvivere Non basta ed il Capitale Umano dell’Età. Come è nata la prima delle due?

“Sopravvivere Non basta/SurvivalNotEnough è una conferenza annuale internazionale iniziata a Napoli nel 2007 ad opera dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e della Università della Campania Luigi Vanvitelli. L’evento si tiene a Napoli e in molte città del Mediterraneo nella seconda settimana di marzo, intorno alla Giornata Mondiale del Rene, per discutere dei problemi connessi con la qualità di vita dei pazienti in dialisi – che vivono una vita dipendente da una macchina – e per favorire la donazione degli organi. L’iniziativa ha coinvolto dal 2008 in poi le università di Messina, Foggia, Bari, Salerno, Benevento, Arcavacata di Rende, Palermo, Catania, Milano, Atene, Milano, Algeri, Tunisi, Sfax, Gaziantep, Kosice, Varna, Cairo, Istanbul e l’Università Cattolica di Roma. Tante scuole di Napoli e Caserta partecipano all’iniziativa, incluse alcune scuole elementari e numerosi i ospedali (Caserta, Brindisi, Castrovillari, Catania, e altri ancora)”.

Quali sono gli intenti di Sopravvivere Non Basta?

“L’idea è quella di fare interagire i malati e loro associazioni con filosofi, bioeticisti, economisti, manager della salute per discutere dei bisogni dei malati, l’allocazione delle risorse e la promozione della salute in un tempo in cui la sanità è costretta a fare quadrare i conti e monitora preoccupata i costi dei servizi che offre ai pazienti uremici, le cui cure consumano il 2-3% del bilancio della sanità. L’evento discute inoltre la promozione della ricerca clinica e traslazionale e la necessità della prevenzione di una malattia cronica che può interessare fino al 10-15% della popolazione. L’idea è quella di promuovere la qualità della vita che include non solo la salute fisica ma anche il benessere psicologico, sociale e occupazionale”.

Nelle mani di chi è oggi il benessere della collettività e dei pazienti?

“Noi viviamo in un tempo in cui i manager decidono cosa i medici posso fare e non fare, perché l’allocazione delle risorse non dipende più dai medici. La corporazione dei medici, fortissima fin dalla sua nascita nella Firenze dei Medici, ha perso ogni potere decisionale nella seconda metà del secolo scorso. In genere, i manager – e lo ha dimostrato la tragedia lombarda dei morti per Covid-19 – preferiscono investire più in ospedali (definiti ‘aziende’, per cui ci si aspetta che facciano guadagni) chiavi-in mano che si possono realizzare nell’arco di 2-3 anni anziché investimenti sulla medicina preventiva sul territorio, che produce benefici nel tempo e quindi non offre visibilità”.

Che effetto ha avuto la pandemia sulle attività della conferenza?

“Quest’anno tutte le manifestazioni previste in Campania (Università Vanvitelli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Biogem, Arciconfraternita dei Pellegrini, Liceo Manzoni Caserta) e fuori (Università di Messina, Ospedale di Brindisi, Università di Atene, Istanbul, Varna, Kosice) sono state bloccate dalla pandemia. L’unico evento si è tenuto all’Università del Cairo, un Paese che fa solo trapianti da vivente”.

Cosa si può fare per favorire la donazione degli organi?

“Il problema delle donazioni rimane sempre cruciale nell’evento trapianto, perché senza donazioni non si fanno trapianti. E bisogna convincere la nostra società ad essere generosa, perché quando la morte cerebrale è accertata, gli organi sono destinati a marcire. Si tratta dell’ultima generosità, un modo di darsi alla propria comunità, un modo di eternizzare i legami. Noi pensiamo che la decisione di iscriversi nei registri dei donatori al Comune di residenza o all’Associazione Italiana Donatori, debba essere – come suggerisce il professore Francesco Paolo Casavola e come hanno sostenuto i filosofi Aldo Masullo, Remo Bodei, l’Avvocato Marotta, il Procuratore Vincenzo Galgano, il Cardinale Sepe – una decisione familiare cui partecipano tutti componenti del nucleo familiare, in modo che quando la morte dovesse bussare alla porta di quella casa e rendere il trapianto possibile, tutti in quella famiglia sappiamo come ci si debba comportare per rispettare quella decisione comunitaria in un tempo in cui la morte appariva una remota possibilità”.

In cosa consiste, invece, il Capitale Umano dell’Età?

“L’evento il Capitale Umano dell’Età mira a preservare e proteggere il capitale culturale delle persone anziane, con particolare riguardo dei professori universitari che vanno in pensione. ‘Il 30% di essi –dice il Professore Vincenzo Bonavita – conserva la brillantezza di pensiero e la creatività che li ha accompagnati tutta la vita’. Ad essi bisogna consentire di continuare a lavorare, se ne hanno voglia, non allontanandoli dall’accademia, perché la vocazione all’insegnamento è per sempre”.

Qual è il ‘tesoro’ che gli anziani possono apportare alla contemporaneità?

“Innanzitutto, è dimostrato che i gruppi di ricerca composti da giovani ed anziani, se guidati dai giovani, non solo producono ’innovazione ma anche idee epocali’ (Guimerà, Science, 2006). Inoltre, professori anziani (Derek J. de Solla Price, Little Science Big Science, 1966) sono come delle enormi biblioteche ambulanti in cui si ritrovano il 98% delle cose che contano in una qualunque disciplina scientifica, che nell’arco di una vita si rinnova completamente. Del resto, Oscar Niemeyer aveva 93 anni quando ebbe il contratto per l’Auditorium di Ravello e 103 quando l’auditorium fu inaugurato. Oggi abbiamo una Chiesa a due papi, uno regnante che dirige e traccia il cammino, l’altro emerito che prega e sostiene il suo successore. E non ho bisogno di richiamare la forza dell’amore che traspare nel quadro La Sposa Ebrea dipinto da Rembrandt due anni prima della morte, oppure l’Autoritratto del pittore danese David Bally o la Madre ed il bambino scolpita da Henry Moore per la Chiesa di San Paolo a Londra, o la Pietà Rondanini di Michelangelo scolpita negli ultimi giorni di vita od anche gli ultimi autoritratti dei Rembrandt, o ancora Donna e l’Uccello, opera realizzata da Mirò a 90 anni, o il premio Nobel John Fenn, premiato molti anni dopo aver lasciato l’Università di Yale e mentre lavorava in una industria. ‘Se i giovani non dovessero avere nulla da dire ai vecchi, questi ultimi avranno sempre tanto da dire ai più giovani’ disse la scrittrice Linné Segal. Paolo Sorrentino – ha detto Eugenio Scalfari – ha cantato col film Youth la vecchiaia incantata. Basti pensare a quanto sia stato importante lo scambio intergenerazionale, ‘un bagno di giovinezza’, tra Paul Ricoer ed Emanuele Macron (Il Presidente e il Filosofo)”.