martedì, 24 Nov, 2020 Espresso napoletano

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‘A Sguarrona. La provocazione musicale di Libera Velo che viaggia tra Napoli, l’Africa e i Caraibi

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Ironico, antirazzista, combattente, colorito, sanguigno, questo il sentiment che attraversa le undici tracce di ‘A Sguarrona, il terzo album, primo in lingua napoletana, dell’artista Libera Velo (24 Grana, Sangue Mostro), figura di riferimento della musica dal basso e della controcultura partenopea, formatasi nei “laboratori” cittadini delle lotte studentesche degli anni Novanta. Un viaggio musicale militante e maturo che fa incrociare il sound napoletano con quello caraibico-anglofono e antirazzista del two-tone e che ci porta a spasso tra i vicoli di Napoli di inizio Novecento dal sapore vivianeo, per poi volare verso le periferie di Londra e le coste caraibiche dove la musica è protesta e vita. ‘A Sguarrona è un concept-album che mette al centro l’ecotransfemminismo partendo da ricerche accurate sulle biografie, talvolta immeritatamente poco note, di donne straordinarie della cultura napoletana, tutte unite dal fil rouge dell’anticonformismo verso l’idea stereotipata della donna, contro cui ancora oggi, seppur con le differenze dell’epoca web 3.0, è necessario ribellarsi.

Partiamo dal titolo: ‘A Sguarrona. Non tutti ne conoscono il significato…
Letteralmente significa la donna che va a cavallo come un maschio, in un senso più ampio vuole essere un’eco all’emancipazione femminile dell’inizio del secolo scorso, a quelle donne che hanno lottato per il voto e per molte altre forme di uguaglianza. Ma ‘A Sguarrona è anche una provocazione: spesso tutte le donne che vivono libere nel pensiero e nei costumi vengono considerate dei maschi mal risusciti.

Parlando appunto di emancipazione il tuo album affonda le radici in una lunga ricerca biografica di donne napoletane dalla tempra artistica e caratteriale molto forte. Cosa hai trovato in loro?
La mia ricerca è nata per caso quando un giorno mio padre mi regalò un libro al cui interno vi erano degli scritti di personaggi femminili di inizio Novecento di grande rilevanza culturale. Tra queste c’era una poesia di Maria Luisa D’Aquino, la Saffo campana, materiale che trovai di una modernità impressionante e i cui versi, messi in musica, aprono l’album. Da qui, mettendomi sulla linea del tempo, ho iniziato a fare altre ricerche su soggetti che mi incuriosivano arrivando a Ria Rosa, Elvira Notari, alla fotografa Lucia Conte, cresciuta tra Napoli e Tripoli, e ad altre donne meno note come quelle che si rivolgevano all’albero delle guarigioni dell’ospedale Incurabili da cui ho tratto spunto per il brano Malata Immaginaria.

 

Rispetto alle sonorità, il tuo disco ci trasporta dai vicoli di Napoli alle coste africane fino a quelle caraibiche ma non sembra mai fuori luogo, anzi, esce fuori un lavoro composito.
L’idea di base era quella di inserire nel disco i suoni della cultura caraibica, quelli portati dai migranti africani nelle colonie del centro e del sud America, il cosiddetto two-tone, il suono dell’antirazzismo. Su questo sfondo successivamente ho iniziato a fare le mie ricerche musicali e autoriali relative alla Napoli del primo novecento e continuando a bazzicare nell’ambito del two-tone partenopeo, ho scoperto che era possibile e anche facile una contaminazione tra questi due mondi culturali e sonori. Fondamentale è stato l’apporto di Luigi Scialdone che ha curato la produzione artistica accompagnando e interpretando senza preclusioni e pregiudizi le mie idee autoriali. E così abbiamo costruito piccoli ponti sonori, con la collaborazione fondamentale anche degli altri musicisti che hanno partecipato al disco.

Con ‘A Sguarrona qual è il messaggio che vorresti rimanga nella testa e nel cuore di chi l’ascolta?
Il messaggio è sintetizzato nell’ultimo brano L’uovocantacronaca in cui cerco di lanciare il mio pensiero anti globale e anti consumistico in riferimento ad una società liquida, la nostra, ormai implosa anche se ci viene fatto credere il contrario. Sono un’ecotransfemminista e credo fermamente nel fatto che i corpi desideranti debbano essere liberi di esprimersi, di uscire dagli stereotipi. Questo è ciò che vorrei arrivasse alla mente e al cuore.

 

Sono affetta da tante patologie, tra queste la più preoccupante è la curiosità. Qual è il mio mestiere? Fare domande. Scrivo da quando ho memoria di me e grazie alle parole cambio spesso vita. Don't forget to write, ecco il mio imperativo categorico.