Acquedotti di Napoli: un fluire di storia e origine

Acquedotti di Napoli
Acquedotti di Napoli

Una storia, quella degli acquedotti di Napoli, che si intreccia con la città e la sua provincia secoli prima della nascita di Cristo.

Il sottosuolo di Napoli non finisce mai di stupire. Tra cave, cunicoli e gallerie che oggi è possibile visitare esiste un’altra, importante testimonianza che racconta di una terra già all’avanguardia più di duemila anni fa: gli acquedotti di Napoli. Fin dalla sua fondazione e come colonia greca, ci si è posti il problema di come portare acqua nell’antica Neapolis e nelle zone limitrofe. 

Che cosa sono gli acquedotti?

Gli acquedotti sono sistemi di ingegneria idraulica molto antichi. Si stima che le prime, arcaiche forme di questi sistemi furono adottate già in epoca sumera. Ma è dal VII secolo a.C. che si hanno i primi esemplari di acquedotti sotterranei ad opera dei Fenici. Solitamente, comunque, si tende a immaginare gli acquedotti come soli sistemi per portare acqua potabile nelle città. In realtà, i loro usi sono molto vari. In passato potevano essere utilizzati per irrigare i campi e, più di recente, vengono usati anche per scopi di navigazione commerciale, per superare dislivelli. Possono svolgere anche una funzione salvavita, a supporto di sistemi di controllo delle inondazioni.

Com’è fatto l’acquedotto greco romano a Napoli?

Come potete immaginare, tra gli acquedotti di Napoli è l’acquedotto di origine greco-romana ad essere il più antico presente a Napoli. Era infatti il IV secolo a.C. quando questo ingegnoso veniva ideato, ma è stato scoperto solo in epoca recentissima, nel 1978. Viene denominato l’acquedotto della Bolla, perché la forza che sospingeva l’acqua faceva quasi sembrare che bollisse. Nasce tuttavia non come acquedotto, ma come parte integrante delle cavità che oggi compongono la Napoli sotterranea. I greci infatti le usarono per estrarre il materiale attuo alla costruzione di Neapolis, la città nuova, rispetto a Palepolis, la città vecchia. Si decise poi successivamente di utilizzarle come acquedotto che, dal monte Somma, portava l’acqua nella neonata Neapolis. 

Ci pensarono poi i romani ad ampliarlo, creando una fitta rete di cunicoli che, per estensione, arrivavano a toccare i 400km. Basti pensare che l’acquedotto originale è arrivato a sbucare in tre diverse diramazioni che arrivavano a rifornire, rispettivamente:

– Pompei, Ercolano e Stabiae (oggi Castellammare di Stabia);
– Napoli, Casalnuovo e Acerra;
– Bacoli, dove in particolare l’acquedotto andava a riempire la Piscina Mirabilis, un serbatoio di circa 12mila metri cubici d’acqua che, coi suoi 48 pilastri risulta un capolavoro di ingegneria. La piscina Mirabilis è ancora oggi visitabile. 

Successivamente, l’acquedotto ha conosciuto una nuova espansione sotto la monarchia spagnola. L’ampliamento della città richiedeva, in sostanza, la creazione di un nuovo acquedotto che andava a ricollegarsi all’antico acquedotto della Bolla. Infine fu Luigi Vanvitelli, su richiesta di re Carlo III di Borbone, a creare un nuovo ponte per poter alimentare le fontane della reggia.  L’acquedotto della Bolla conoscerà un triste epilogo, ma anche un’inaspettata rinascita.

Era il 1884 quando l’acquedotto fu chiuso, per via dell’epidemia di colera che ne inquinò le acque. Fu poi utilizzato, fino al 1942, come discarica abusiva. Infine, grazie allo sforzo di volontari e associazioni, l’acquedotto nel sottosuolo di Napoli è oggi tornato a splendere e ad essere visitabile. Se questa storia vi suona familiare è perché ve ne avevamo già parlato qui

L’Acquedotto Augusteo, capolavoro del mondo antico

Di questo acquedotto forse avrete già sentito parlare, ma sotto altri nomi. Tra gli acquedotti di Napoli è infatti conosciuto anche come Acquedotto Claudio e Acquedotto del Serino. Nasce in epoca più recente rispetto all’acquedotto della Bolla (seppur il 33 a.C. non è propriamente recente). Viene considerata una delle più grandi opere architettoniche dell’Impero Romano e deve i suoi molti nomi al fatto che trae la sua origine dalla sorgente Serino, che venne costruito in età augustea e che, per un certo periodo, veniva attribuito all’imperatore Claudio. Nonostante fosse più piccolo rispetto all’Acquedotto della Bolla (anche se parliamo comunque di 145km, il che lo rende uno degli acquedotti romani più lunghi della storia), riforniva ben otto città.

Nato per rifornire la flotta imperiale sita a Misano, venne poi sfrutta anche per portare acqua potabile nei centri abitati di Nola, Acerra, Atella, Napoli, Pozzuoli, Baia, Cuma e Miseno. Ciò è documentato da una nota rinvenuta a Serino e datata 324 d.C. in cui, comunque, non figurano le città di Pompei ed Ercolano, che venivano servite dallo stesso acquedotto fino all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. 

E se vi dicessimo che molto spesso, girando per la città, vi sarete imbattuti quasi sicuramente in questo acquedotto? Fanno parte della sua struttura le ben note arcate in laterizio, oggi visibili nel quartiere dei Ponti Rossi. 

L’Acquedotto del Carmignano

In realtà di quest’ultimo acquedotto vi abbiamo già parlato. È infatti l’ampliamento richiesto dal boom demografico dell’epoca spagnola che andò poi a ricollegarsi con l’acquedotto della Bolla. È particolarmente noto per la rapidità con cui fu costruito: ci vollero infatti solo due anni per vederne la realizzazione che fu in parte finanziata dal conte, e ingegnere, Cesare Carmignano (da qui il nome). Venne quasi completamente distrutto dall’eruzione del 1631, ma tornò a funzionare in parte nel 1774 per volere di Ferdinando IV per alimentare le cascate della Reggia di Caserta, ricollegandosi così a un altro importante acquedotto, quello Carolino.

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