Al Blu di Prussia, Giosetta Fioroni

Una galleria è una galleria. Eppure ognuna è diversa ma soltanto se in essa si avvertono echi artistici di ogni genere. Dalla poesia al cinema, dal romanzo alla danza, dall’esposizione di oggetti senza peso e senza tempo. Echi come memorie e come realtà, ove, appunto, il Tempo non dispone dello sguardo ma lo lascia libero di “essere quello che è”.

Accade al “Blu di Prussia”, magico luogo d’incontro di anime inusuali, il “luogo” di Giuseppe Mannajuolo, in via Filangieri, direttore artistico Mario Pellegrino, ove questa volta appare, scompare, attrae e interroga, la ragazza del secolo scorso – tutti vorremmo esserlo alla sua maniera -, Giosetta Fioroni, con una straordinaria mostra di 27 tele (il termine è riduttivo), dal suggestivo tema-titolo “Memory Lane”, il sentiero della memoria. Memoria come “appunti che giocano andando in giro soprattutto in se stessi. Incontri, letture, film, riflessioni veloci. Memoria come amica del tempo che passa “. E che, ironia sempre attenta, istintiva, ci permette di vivere periodi lontani che sembrano prenderci per mano e farci vivere viaggi lungimiranti lungo sensualità senza confini e persino lungo “carte geografiche” che giocano a rimpiattino, non gelide mappe ma improvvisi incontri inaspettati.

THE BELOVED, opera d'arte

Ma ogni attimo di sosta lungo gli “incontri” di e con Giosetta Fioroni, sembrano anticipare percezioni che ognuno di noi sogna di vivere, senza tener conto del tempo, anzi, enfatizzandolo e rendendolo minimo, sembrerebbero dirci, attraverso il suo scorrere, mentre noi ne facciamo sberleffo.

Nata a Roma, figlia di artisti, allieva, all’Accademia di Belle Arti, di Toti Scialoja, vive anche, giovanissima, a Parigi e in America ma, scriverà, “il cambiamento delle foglie d’autunno lungo il Tevere è indimenticabile”. Soltanto un, “il” grande amore le “consentirà” di lasciare Roma per alcuni anni per vivere in Veneto, con il suo compagno Goffredo Parise, insieme dal ’64 all’86, anno della morte dello scrittore. Ma, da loro e ora da lei, transita, da sempre, quasi un personale imperativo categorico di ognuno, l’élite artistica di ogni Paese. Vivo o ritrovato come memoria.

Di Giosetta, “che vive per lo più da sola, mai verrebbe da pensare che non abbia una famiglia. Tra i suoi talenti – scrive di lei Silvio Perrella -, quello d’inventare famiglie e di farle esistere nella realtà è forse il più vicino al suo modo di essere artista (…). Ha imparato a capire all’istante cosa le interessa e cosa no; la sua retina si trasforma in retino con il quale cacciare le immagini. Persone: alcune di esse, a volte possono entrare nelle famiglie che Giosetta di volta in volta inventa (…). Famiglie aperte, soprattutto collezioni di persone, scelte ognuna per la propria individualità, alle quali non si chiede nient’altro che essere quel che si è”.

ACROBAZIE NOTTURNE DI UN CANE SIBERIANO, 71x60 cm, 2014 copia

Dunque “famiglia” tra virgolette, certo, ma anche senza, attraverso la consuetudine di frequentazione con tutti gli artisti, dalla Roma anni ’60 sino ad oggi. Dovuta anche alla sua curiosità intellettuale, alle complicità amicali e sentimentali – “più con uomini che con donne”, dice di sé -, disincantata come Parise ma dolce e densa di speranza. Dunque, legata, sì, alla “Scuola di piazza del Popolo”, Schifano, Festa, Angeli, ma non percorsa dallo stesso bisogno inesausto di autodistruzione, Fioroni incita a vivere, oggi come ieri, speranza, bellezza, forza d’animo. Forse è anche per queste sue peculiarità che da Montale a Zanzotto; da Parise sino ai Magrelli e agli Erri De Luca, ha illustrato, illustra i loro testi, sorta di ballerina senza fili che esce ed entra dal testo e dall’immagine, proprio come le marionette costruite per lei bambina da Francesca Barbanti, sua madre. Scrisse di lei, Parise, “Giosetta è una persona che cammina in modo leggero…Certe volte, non vista, quando ha un po’ fretta, saltella come una scolaretta che vuole riprendere il tempo perduto”.

E ci è parsa ancora così, qui, nel luogo magico, all’inaugurazione di fine settembre.

Diafana eppure sicura, eclettica, sottolinea, sottovoce, di “non essere stata femminista ma piuttosto attratta dal femminile, da un modo morbido di percepire il mondo. Cercando di viaggiare poco ma di dipingere poesie sulle pareti di casa “, a nostro parere il più sofisticato e personale modo di essere ovunque.

opera d'arte: NIZINSKIJ

Accompagna questa esposizione un esauriente video di Mario Pellegrino, curatore della Mostra, che racconta e, rendendo partecipi, si vorrebbe non finisse mai. Forse vedere Fioroni, qui, al Blu di Prussia, una sola volta, non dona tutto lo smisurato piacere di vivere. Suo, certo. Ma forse anche nostro, se si è in sua “compagnia”. Vivere, sì, perché Giosetta Fioroni nella sua arte non segna neppure per un attimo i battiti feroci della vita, facendo sentire a chiunque abbia senno per intendere quanto amore ci sia, ci sia stato per la vita e per l’arte italiana. Non pop art ma “l’arte” come unica possibilità di vivere e di sopravvivere. Qualcuno ha scritto di lei che “il tempo sembra aver accarezzato Giosetta senza toccarla, ancorata – dice, poi, di sé – ad uno spazio metafisico, più vicina a Morandi che a Warhol, alla Storia dell’arte, alla tradizione, alla manualità della pittura “.

Occorre tornare. Per ritrovarsi.

 

 

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