martedì, 27 Ott, 2020 Espresso napoletano

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Al MANN, in mostra i Longobardi: perché chiamarli ancora “barbari”?

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C’è ancora tempo (fino al 25 marzo 2018) per visitare una eccezionale mostra all’Archeologico di Napoli, il Mann. Non soltanto perché è sempre bello entrare in quel museo e apprezzarne ancora l’eleganza, l’idea, le collezioni dopo secoli. Ma anche perché la mostra che ospita in questi mesi, e che arriva da Pavia per andare subito dopo al Museo statale Ermitage di San Pietroburgo, vale davvero la visita: “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”.

longobardi

Circa 300 le opere esposte provenienti da musei e altre istituzioni che le hanno prestate; esposti per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano; tantissime le ricostruzioni, fotografiche e non, dei siti longobardi, rappresentati spesso completi di oggetti quotidiani, armi, gioielli o corredi funerari, fra cui spiccano proprio quelli provenienti dalle cripte pavesi; opere appartenenti a soggetti diversi ed offerte per la prima volta al pubblico, in un itinerario che lo trasporta nel tempo (nell’alto medioEvo, a partire dal VI secolo d.C., quando guidati da Alboino i Longobardi varcarono le Alpi Giulie, in avanti) e nei luoghi (le steppe eurasiatiche da cui provenivano; il NordItalia, certo, con Pavia, la capitale del loro regno; ma poi soprattutto l’appennino campano e Benevento, dove si insediarono stabilmente per secoli).

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La storia medievale è poco arata a Napoli, schiacciata dalla pressante eredità grecolatina e la successiva dominazione spagnola; ma ciò non significa che non sia molto ricca e importante per il suo passato. Nel percorso della mostra appare chiaro come Napoli resti sullo sfondo delle vicende longobarde, senza rinunciare al suo ruolo-chiave nei rapporti con l’Oriente bizantino e di referente culturale ed economico privilegiato del Ducato di Benevento.
Nella mostra sono da segnalare innanzitutto le riproduzioni o le riproposizioni in originale di alcune sepolture longobarde, riallestite fedelmente e con grande suggestione, in cui i defunti (accompagnati spesso dai loro animali, in segno di devozione agli dei pagani) affrontavano l’aldilà abbigliati con i loro gioielli, o addobbi militari, o ancora offerte di cibo. Sono esposti poi alcuni crani deformati artificialmente e allungati, anche infantili, segno di distinzione sociale tipico di popoli come Unni e Germani.

longobardi

Colpisce la maestria della lavorazione dei metalli non solo destinati a forgiare armi (scudi e spade imponenti) e paramenti militari, di uomini come di cavalli, ma anche ad ornare i volti delle donne, orecchini, fibule, collane in filigrana o abbinate a murrine colorate; o del vetro, che si può ammirare anche in raffinati corni, usati come bicchieri, destinati ai convivi, in cui ceti aristocratici amavano esibire la propria ricchezza.

longobardi

Anfore, arredi liturgici, monete, iscrizioni funebri, lastre in pietra recanti minuziose decorazioni dapprima astratte, poi con contenuti marcatamente cristiani, manoscritti elaborati con i nuovi caratteri beneventani o longobardi (affascinante il Codice delle Leggi Longobarde del 1005 – in prestito da Cava de’ Tirreni – contenente anche l’Origo gentis Langobardorum, con le sue miniature illustranti la saga del popolo longobardo): tante le testimonianze, insomma, in un percorso che include tutta la regione campana, disseminata ancora di castelli e archi e epigrafi e altre tracce di una civiltà che perdurò a lungo nei contesti locali, pur dopo la caduta del regno sconfitto per mano di Carlo Magno.