La Basilica della Pietrasanta è una delle prove del fatto che Napoli non smetterà mai di raccontare e di raccontarsi. Parthenope è una Sirena Narcisa, impegnata nell’ascolto della propria voce.
La zona della Basilica della Pietrasanta è luogo di storie. Storie di devozioni, di preghiere rivolte ad una molteplicità di dèi, ma sempre con lo stesso impulso: riuscire a vivere la propria vita, pur bagnata dal dolore ed estenuata dalle fatiche quotidiane. Ma a noi interessa tutto di Napoli. Se i nomi di Iside o Artemide sono stati sussurrati dai nostri concittadini del passato, tanto basta perché anche noi proviamo ‘amore’ e trasporto nei confronti di queste interpretazioni del sacro.
Basilica della Pietrasanta: le Fratrìe
Le Fratrìe erano suddivisioni sociali proprie delle pòleis dell’antica Grecia. Neapolis, a partire dal V secolo a.C., si dotò anch’essa di Fratrìe, ad immagine e somiglianza della ‘Madre’ Grecia. E anche la zona della Basilica della Pietrasanta, come è ovvio, era parte di una fratrìa. È straordinario riflettere sul fatto (magari suggestivo soltanto per una simiitudine linguistica) che in città, quando ci si esprime in lingua napoletana tra persone facenti parte di uno stesso ‘gruppo’ unito da una ‘familiarità’ non carnale, ad esempio un gruppo di ragazzi che si frequenta per giocare a pallone per strada, il termine che connette l’uno all’altro sia fràte, o fratè.
Ascoltiamo o diciamo spesso: “Lascialo stà, chillo m’è frate..”. Oppure: “’O ssaccio, chillo è nu frate d’ ‘o mije”, per intendere che quella persona la conosco. E spesso è proprio la familiarità di quartiere, di zona a creare questa specie di alveo protettivo tra un gruppo più o meno esteso di persone che si incontrano per strada ogni giorno. E non è detto neanche che si siano mai parlate o presentate. Semplicemente, come detto, si ‘proteggono’. È proprio come se condividessero una ‘fratrìa’ (lemma che starebbe benissimo come termine napoletano, per la pronuncia e per l’accento).
La Fratrìa degli Artemisii
In ogni caso, alla Pietrasanta (che come è ovvio non si chiamava ancora così) ‘stanziava’ la Fratrìa degli Artemisii, che già dal nome ci fornisce un indizio sulle sue peculiarità religiose (e dunque ‘tradizionali’ e culturali). La devozione che era viva in questo luogo dell’antica Neapolis era quella nei confronti di Artemide, la divinità connessa con la libertà selvaggia delle foreste e degli animali selvatici, ed accostata anche al ‘mistero’ della Luna, il satellite della Terra che da sempre ha stupito, sconvolto, fatto sognare e poetare gli esseri umani.
La Luna era oltretutto legata al ciclo mestruale femminile, dunque ad un altro mistero, quello della fecondità e del prodigio della generazione della vita dal corpo della donna. Siamo, a pochi metri da Piazza Miraglia, in uno dei posti probabilmente più pregni di potenza e di energia sacrale ed esoterica dell’intera Napoli. Una zona che fa il paio, tanto per usare un esempio – il quale non esaurisce la vastità dell’argomento! – con piazzetta Nilo, intrisa di memoria culturale delle comunità egizie che vi stanziavano.
Diana e l’umana fuga dal dolore
Il tempio che costruirono gli Artemisii, in zona Pietrasanta, era dedicato ad Artemide Medica. In tutti tempi e in tutte le latitudini l’essere umano ha cercato, nella sublime e spaventosa potenza della natura, che superava di gran lunga le limitate forze umane, una possibilità di vittoria contro il dolore. Artemide, dea dei boschi e della Luna, legata come detto al regolare ciclo corporeo della donna, era certamente collegata anche ad ogni tipo di sapienza concernente le piante, gli ‘umori’ terrestri e animali. Dunque era venerata spesso come ‘guida’ per l’esercizio dell’arte medica.
Immaginiamo dunque la forza, l’energia spirituale-religiosa con la quale i napoletani si accostavano agli ‘spazi’ sacri dedicati a Diana Medica, qui, in quello che ora è uno spiazzo poco distante da piazza San Gaetano.
Il soffrire di ieri e di oggi. Se in Pietrasanta porgessimo l’orecchio?
Chissà se accadeva, in quelle menti ed in quei cuori che necessitavano di forza per combattere la vita, ciò che millenni più tardi ha caratterizzato l’accostarsi istintivo – e in questo senso non giudicabile, ma solo attestabile – di tanti cristiani alla statua di Giuseppe Moscati (ad esempio) nell’altro decumano. In ogni caso il ‘posto della Pietrasanta’ doveva essere caratterizzato da una carica spirituale fortissima, da un vai e vieni di coscienze in lotta che ne hanno ‘colorato’ lo spirito, fluente nella pietra millenaria.
Napoli. La Napoli che fugge il dolore. Chissà se, come accade con i santi cristiani, con i quali i napoletani hanno sempre trattato a tu per tu, anche le immagini di Artemide, presumibilmente bellissime (con una donna e un capriolo, od un cervo)siano state ‘bersaglio’ di baci lanciati co passione e di rabbia sussurrata o masticata. O gridata (‘o napulitano ‘a voce ll’aìza…). Suggestioni. Null’altro. Di certo per questa piazza è passato il dolore. E a noi interessa, questa storia. Come ci interessa ogni singola pietra di questa città.
Pomponio e ‘o puorco
Le leggende che aleggiano intorno a questo frammento di centro storico lo rendono veramente un labirinto di racconti di pietra. La fondazione vera e propria della Basilica, dovuta tradizionalmente al vescovo Pomponio, è degna di un romanzo noir, o della penna ‘sconvolgente’ di Francesco Mastriani. Pare che nella prima metà del VI secolo d.C. un maiale (o un cinghiale), con le sue violente scorribande, terrorizzasse i poveri abitanti della zona di Napoli tra l’attuale Pietrasanta e quella che è oggi piazza Miraglia.
La guerra e i suoi incubi
Immaginiamo le scene di panico, nei dintorni. Questo puorco era ritenuto invasato dal demonio, e doveva rappresentare per i napoletani nu vero castigo ‘e Ddio, anche in considerazione del fatto che si era in periodo di guerra. Parliamo del conflitto greco-gotico per il possesso dell’Italia meridionale, con l’esercito greco-bizantino di Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, che cercava di assicurarsi la città. Ricordiamo che Napoli, poi, durante il suo periodo ‘ducale’ rimase sempre ‘legata’ in qualche modo all’Impero Bizantino, fino all’arrivo dei Normanni.
Forse questo puorco incarnava tutti gli incubi dei napoletani, che avevano conosciuto, in questi anni terribili, vere e proprie devastazioni. Niente di più facile del vedere, nel buio della notte, un orrendo mostro correre e sventrare gente, con dentoni magari simili alle spade bizantine (o gotiche) più robuste e taglienti. ‘Questi fantasmi’, a Napoli, ci sono sempre stati. ‘Questi’, ed altri e altri ancora.
Il vescovo Pomponio, che guidava in quel periodo la Chiesa Napoletana, pregò la Vergine Maria perché i napoletani fossero liberati da quest’incubo (‘materiale’ o ‘inconscio’ che fosse, diremmo noi…), e la Madonna gli ordinò di costruirle un tempio nel punto in cui gli avrebbe fatto ritrovare un panno color azzurro. Il santo vescovo si attenne alle prescrizioni della Vergine, e nel posto in cui rinvenne il panno celeste, trovò anche, coperta dalla stoffa delicata, una pietra con una croce incisa.
Ormai Pomponio sapeva dove avrebbe dovuto scavare e ‘tirar su’ il tempio, e aveva in mano anche una roccia che – l’aveva capito subito con commozione – sarebbe divenuta l’oggetto di una carezza fatta al sacro per tutti i napoletani in cerca di conforto, contatto col divino, stimolo per una preghiera più profonda. Era la Pietra Santa.
Il barocco
La Basilica, come ogni costruzione umana, fu soggetta agli scherzi crudeli della natura e del tempo. Nel 1456 un terremoto terribile la danneggiò in maniera feroce. Fu nel 1656 che iniziarono i lavori per la costruzione della Basilica ‘moderna’, e la direzione della ‘fabbrica’ fu assegnata a Cosimo Fanzago. Si volle scegliere il meglio. La struttura barocca è quella che ancora caratterizza la chiesa, la cui cupola è alta ben 65 metri.
Ancora guerra…
Durante il Secondo conflitto mondiale la chiesa fu di nuovo ‘violentata’. È soltanto il 21 giugno del 2007, con una messa solenne, che la Basilica è stata restituita alla città, ed ora è un polo di eventi ed attrazioni culturali tra i più attivi di Napoli. Quando è scritto che un luogo deve fare la storia…


