Biblioteca Nazionale di Napoli: un ‘oceano’ di cultura

biblioteca nazionale di Napoli
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La Biblioteca Nazionale di Napoli ha una storia così ricca di stratificazioni da potersi paragonare ad un mare il cui volume si forma grazie all’affluire ‘vivo’ di centinaia di fiumi.

La Biblioteca Nazionale di Napoli… Probabilmente ogni studente universitario delle facoltà napoletane vi è entrato, assaporandone, annusandone la ‘magia’. Perché nelle biblioteche, soprattutto se immense come una cittadina nella città, c’è non soltanto il silenzio ma anche la sensazione di vivere sospesi. A mezz’aria, in un mondo leggero e fuori dal tempo.

La Biblioteca Nazionale di Napoli e il mare

Ricordo una sera, in Biblioteca Nazionale, da studente di filosofia. Non me ne ero nemmeno accorto, ma era scurato notte, e io ero ancora lì da solo, l’ultimo rimasto in una sala stretta e lunghissima. Gli occhi facevano fatica a funzionare. Mi ero trattenuto davvero troppo oltre il limite al di là del quale le pupille cominciano a velarsi e le palpebre ad abbassarsi, per mettere a fuoco meglio le righe che ormai sono preda del buio. Nessuno mi aveva messo fretta. Compresi, nella Biblioteca Nazionale di Napoli, il senso di quel verso di Leopardi in “A Silvia”: “[…] gli studi leggiadri e le sudate carte”.

Quello era proprio il luogo dello studio, un mondo pensato per far funzionare il cervello degli esseri umani meglio che altrove. E poi c’era una cosa che rendeva quel posto unico. Diverso da altre biblioteche. Da altri ‘mondi del silenzio’. Questa ‘cosa’ era l’aria del mare. La Biblioteca, che fa parte del mastodontico complesso del Palazzo Reale di Napoli, domina dall’alto – come il Palazzo stesso –il mare.

Esso non è proprio laggiù. Ma si sente, anche solo fissando il cielo che ne ha rubato da poco qualche spruzzo di colore. Si sente, il mare, dalla Biblioteca. Ti prende, alla finestra, una vastità impregnata di ‘salino’. E quando il sale entra nelle pagine di un libro o di un ‘codice’ se ne sente lo sfrigolìo tra le lettere, stampate o manoscritte. Basta ricordarsi che c’è, il mare. Quello stesso mare che tocca Santa Lucia e poi il Chiatamone. Quel mare cantato mille e mille volte dai poeti napoletani. Ecco. Così vivono la loro storia silente le stanze della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.

L’oceano e i suoi affluenti. Una storia di duecentocinquant’anni

La vicenda della Biblioteca Nazionale della nostra città non inizia a Piazza Plebiscito. Comincia, invece, in quello che oggi è l’incrocio tra via Salvator Rosa (la strada attuale che sale verso il Vomero) e via Santa Teresa degli Scalzi. L’evento che dà principio a tutto, insomma, accade al Museo Nazionale. O, meglio, in quello che è oggi il Museo (il MANN), ma che allora era chiamato Palazzo degli Studi. Alla fine del ‘700 cominciarono a confluire negli spazi immensi di quell’imponente edificio alcune enormi collezioni librarie.

I Farnese. Una famiglia, uno ‘scrigno di tesori’

Parliamo innanzitutto della collezione libraria Farnese. I Farnese furono tra le più potenti ed influenti famiglie aristocratiche dell’intero periodo rinascimentale italiano. Noti in tutta Europa, essi furono raffinatissimi mecenati ed annoverarono, nel loro albero genealogico, cardinali, papi e monarchi. Le loro collezioni di opere d’arte e di testi scritti di assoluto valore erano ‘frammentate’ tra le Corti che ‘ruotavano’ geograficamente attorno allo Stato Pontificio, tra Roma, Parma, Piacenza. Eppure…

Che ciorta!” diremmo noi napoletani…

Alla fine, dal 1734, quando iniziò la dominazione borbonica su Napoli, le numerose collezioni di questa famiglia originaria del Lazio arrivarono a Napoli. Immaginiamo una immensa, lunghissima processione di meraviglie – quasi un’infinita ‘carovana’ – che entra da una delle porte della città e ‘riversa’ nella nostra Napoli beni di inestimabile valore archeologico, opere d’arte pittoriche e scultoree, mobili, raccolte numismatiche di pregio, e una montagna di libri. Una montagna di libri di cui non si vede la cima.

Abbiamo lavorato di fantasia, ovviamente. Ma se le intere collezioni della famiglia Farnese avessero sfilato, ad esempio, lungo via Toledo, lo spettacolo sarebbe stato sensazionale e indimenticabile. Dunque non possiamo fare a meno di pensare, ironicamente, che Napoli abbia avuto davvero una bonaciorta, nell’essere diventata la mèta finale e la ‘casa’ di tante meraviglie.

Elisabetta Farnese… come Federico II di Svevia?

Dopotutto Elisabetta Farnese, la madre di Carlo di Borbone, il primo re di Napoli della dinastia borbonica, teneva molto a che i propri beni materiali passassero a quello che fu Carlo III di Napoli. E la ciorta di cui parlavamo è semplicemente gioia per il fatto che la nostra città, nei secoli, si sia colmata di beni artistici e culturali fin quasi a scoppiare di bellezza.

Siamo permalosamente orgogliosi, noi napoletani. Senza ‘isterismi’ o superbie vane. Semplicemente non possiamo non vedere ‘o muntone ‘e bbellezza che abbiamo davanti. Disordinato. Frammentato. Astipato. Come se tutti i ‘pezzi’ di questa bellezza fossero uno ncuollo a n’ato, senza ‘geometria’ o ‘mappature’ rigorose. A volte anche difficili da trovare. Beh… in questo senso, però, la Biblioteca Nazionale è lì, facilmente raggiungibile accanto al Palazzo Reale, e nessuno la sposta.

Certo, quando ammiriamo il numero e il valore dei ‘beni culturali’ di Napoli un pensiero e un brivido – è mia personale convinzione – deve volare per un attimo ai ‘grandi’ di quella che chiamiamo Grande Storia, perché è bello avvertire una orgogliosa riconoscenza culturale nei confronti di quei personaggi che hanno fissato Napoli e la hanno scelta come il palcoscenico sul quale far avvenire grandi cose. Napoli si fissa, sì, e spesso si sceglie. Quanti grandi, fettianno Napule nel profondo, ci hanno visto talmente tanta luce e spazio da sognare di costruirci qualcosa.

Il pensiero corre a Federico II, che ci ha donato il ‘beneficio’ dell’Università (la prima voluta da un ‘potere statale’), ed è stato ripagato dal fiume immenso di sapienza che ne è scaturito nei secoli. Ma la mente vira anche verso la memoria di questa donna amante dell’arte e del bello: Elisabetta Farnese. Anche lei deve avere il posto che merita nella storia di Napoli.

Gli infiniti ‘affluenti’ della Biblioteca Nazionale di Napoli

Se vogliamo guardare ancora più indietro, rispetto all’arrivo dei volumi ‘farnesi’ al Palazzo degli Studi-Museo Nazionale, dobbiamo rilevare che la storia della Biblioteca ha inizio addirittura a Capodimonte. Tantissimi dei codici farnesi erano giunti all’attuale Museo Archeologico dalla Reggia di Capodimonte. Quindi una marea di testi, di quelli che ora respirano l’odore acre d’antico dell’edificio annesso al Palazzo Reale, prima dell’alito del mare ha avuto di fronte a sè l’ombra dei boschi. La collina e la campagna. È da far girar la testa il ‘percorso’ di questi libri: da Capodimonte al Museo (a qualche centinaio di metri da Porta San Gennaro), e poi da lì a piazza Plebiscito, alle spalle degli otto re di Napoli scolpiti di fronte a San Francesco di Paola.

Biblioteche che non ti aspetti…

I fiumi immissari di questa città di pietra, legno e carta che è la Biblioteca Nazionale di Napoli sono davvero tanti, e spesso le ‘sorgenti’ dei codici della Biblioteca provengono da istituzioni culturali che lasciano sorpresi. La Nazionale è stata davvero scaldata dal sole da tutte le direzioni. E questo ci ‘racconta’ di quanto davvero Napoli, nei secoli, sia stata una città-libro, per parafrasare anche il nostro evento annuale.

La Biblioteca Cartesiana di Palazzo Spinelli di Tarsia

Spinelli è un nome arcinoto a Napoli. La famiglia possedeva un Palazzo monumentale in piazzetta Tarsia, alle spalle di piazza Dante. La raccolta di testi degli Spinelli era detta Biblioteca Cartesiana, con evidente riferimento al ‘nume tutelare’ che stimolava la riflessione del circolo illuminista che si riuniva nell’edificio di proprietà del Principe Francesco Vincenzo Spinelli.

Era, quella voluta dal Principe, una ‘piccola famiglia’ scientifica che aveva a cuore l’approfondimento della scienza sperimentale, delle teorie newtoniane e delle ultime scoperte riguardo l’energia elettrica in natura. Non sono mai entrato in questa sezione della Nazionale di Napoli, ma mi incuriosirebbe molto.

Nu friddo ncuollo

Più si ricerca, più ci si rende conto del carattere suggestivo di labirinto inesplorato che appartiene alla Biblioteca di Piazza Plebiscito-Trieste e Trento. Quanti e quali codici o manoscritti non consultati da secoli potrebbe contenere?

E non è di certo finita qui, come è chiaro da ciò che abbiamo sottolineato. Ad esempio, un ‘mare’ di testi di tutt’altra natura giunse ‘a Palazzo’ negli ultimi decenni del 1700, nel momento in cui l’ordine religioso dei Gesuiti fu cacciato dal Regno. La biblioteca di quest’ordine dalla storia incredibile e tormentata arrivò anch’esso in Biblioteca Nazionale. Il luogo-Biblioteca diventava sempre più la ‘casa di tutte le menti’, e la sapienza contenuta negli scaffali andava, in un certo senso, da Dio alle più laiche scoperte della fisica.

Altri monasteri, altri tesori

Altri fondi, negli anni, giunsero dalla biblioteca monasteriale della certosa di San Martino, dal convento dei Santi Severino e Sossio, da quello di San Giovanni a Carbonara. C’è da avvertire un brivido lungo la schiena ricostruendo la quantità di storia e di cultura presente nella Nazionale. Tra l’altro le biblioteche dei monasteri possono certamente contenere dei libri ‘devozionali’ o magari dei testi caratterizzati da dottrine vecchie e poco originali, ma possono racchiudere anche dei ‘tesori’ mai portati alla luce. In questo senso, ogni biblioteca è un po’ la biblioteca dell’Abbazia di San Michele del “Nome della Rosa” di Umberto Eco.

Il libro come ‘mistero’ per definizione

Ed ecco perché invitiamo tutti ad andare – o più probabilmente a ri-tornare – alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Una vera città circondata da un giardino. Un palazzo vero e proprio al quale si accede lungo quattro pesanti e larghe rampe di scale. Delle sale ampie piene di ragazzi curvi e silenti sotto la luce dei lumi, appoggiati a scrivanie immense di legno antico. Ma sono tutti concentrati nello studio?

Qualcuno scorre con le proprie pupille le righe nere che ha davanti. Qualcuno fissa il soffitto, rapito dall’altezza vertiginosa della sala o dalla disposizione dei mobili e dei lampadari. Qualcun altro si alza, all’improvviso, e va a sfiorare con le dita i dorsi di libri vecchissimi, negli scaffali. Perché non è detto che una biblioteca come questa sia l’ideale per studiare. Il punto è che i luoghi come questo parlano. Non la smettono di parlare di sé. E si nun ce dài aurienza nun te lassano stà. Nun te fanno sturià.

Bisogna essere ‘furbi’. S’ha dda purtà rispetto, â bibblioteca. Accarezzare il legno crepato di un tavolo. Alzarsi, guardare intorno, annusare l’odore della carta. Uscire un attimo dal finestrone e respirare il mare. S’ha dda dà soddisfazzione, â bibblioteca. Ha visto troppa più vita di noi. Se vuole lasciarci stare, però, ci lascerà stare. Ci aiuterà a studiare. Dolcemente. Se ne riconosceremo ogni volta il mistero.

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