Cappella Sansevero e il ‘Principe’

Cappella Sansevero e il 'Principe'
Cappella Sansevero e il 'Principe'

Cappella Sansevero e il Principe Raimondo di Sangro (per alcuni uno stregone senza Dio!)

Le origini della Cappella

Cappella Sansevero e il 'Principe'
Raimondo di Sangro ritratto da Francesco de Mura

La storia delle origini della Cappella di Sansevero è legata, come spesso accade a Napoli, ad un episodio leggendario. Siamo verso la fine del Cinquecento. Un uomo innocente, trascinato in catene e diretto verso il carcere, passando davanti alla Residenza dei di Sangro in Piazza San Domenico Maggiore vide crollare una parte del muro di cinta della casa, e in quello stesso momento gli apparve un’immagine della Madonna. Fece allora un voto alla Vergine: qualora la sua innocenza fosse stata provata, le avrebbe donato una lampada d’argento e un’iscrizione in segno di gratitudine. Una volta scarcerato quindi, l’uomo tenne fede alla sua promessa e la stessa immagine divenne fonte di devozione.

Questa leggenda quindi si tramanda, al punto che anche Giovan Francesco di Sangro, Duca di Torremaggiore, decise di rivolgersi alla stessa figura di Vergine apparsa all’uomo innocente, lui però con la ‘preghiera’ di essere guarito da una malattia allora ritenuta senza cura. Ricevuto il miracolo, fece innalzare, proprio nel punto dove la Vergine era apparsa per la prima volta, una piccola chiesetta: la cappella di Santa Maria della Pietà, o ‘Pietatella’.

I lavori di trasformazione e ampliamento della Cappella (che le hanno fornito la configurazione più o meno attuale) furono opera di Alessandro di Sangro, e soprattutto di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che intorno al 1740 ‘riorganizzò’ il tabernacolo secondo i ‘suoi canoni’.

L’idea era quella di creare un tempio maestoso, degno della famiglia dei di Sangro, arricchendolo di opere di altissimo pregio commissionate ai più grandi artisti dell’epoca e attentamente realizzate sotto la sua stessa supervisione. Solo così fu possibile realizzare la Gloria del Paradiso, la Pudicizia, il Disinganno e in ultimo, non per importanza, ma per sottolinearne l’immenso splendore, il Cristo Velato.

La Cappella e la figura di Raimondo di Sangro: chiavi di lettura

L’edificio offre diverse chiavi di lettura: le prime due (sicuramente le meno affascinanti) sono legate alla religione e alla volontà della famiglia dei di Sangro di tramandare nei secoli il loro nome e tutto il lustro della famiglia.

Ma sono le chiavi di interpretazione artistica (la cappella infatti ospita tra le opere più interessanti del nostro centro storico, prima tra tutte il Cristo Velato), e soprattutto quella esoterica, ad affascinare i curiosi. Raimondo di Sangro infatti, ha cercato di far trasparire, in maniera talvolta nemmeno troppo velata, le sue conoscenze ermetiche e alchemiche.

Il fasto della chiesa è infatti fortemente legato alla sua figura: lui, un lume perpetuo di conoscenza, scrittore, scienziato, inventore, alchimista, anatomista, descritto da Antonio Genovesi come “un uomo fatto a tutte le cose grandi e meravigliose”, espressione che molto ricorda l’effige della sua lapide che appunto recita “uomo meraviglioso, predisposto a tutte le cose che osava intraprendere, celebre indagatore dei più reconditi misteri della natura”.

Le leggende legate al nome del Principe riguardano soprattutto le macchine anatomiche e il Cristo Velato

Cappella Sansevero e il 'Principe'
L’interno della Cappella Sansevero

Secondo alcuni, per la realizzazione delle macchine anatomiche, uccise due dei suoi servi, un uomo e una donna incita, per sperimentare nuovi sistemi di imbalsamazione. Oppure si narra che nei due corpi fu iniettata una sostanza di sua invenzione capace di trasformare il sangue in metallo, salvaguardando in questo modo il circuito sanguigno che si intravede perfettamente dalle macchine. E ancora, Raimondo di Sangro era capace di ridurre in polvere marmi e metalli… e il sudario del Cristo Velato, così perfetto e senza segni di scalpello, doveva essere stato il risultato di un procedimento alchemico di marmorizzazione. Si racconta anche che fu il Principe ad accecare lo scultore Giuseppe Sanmartino, per far sì che non riproducesse altre sculture di pari splendore.

Dando infine uno sguardo alla Gloria del Paradiso, posta nella volta della Cappella, non si può non pensare che ci sia una nota di alchimia, visto che i verdi e gli azzurri (creati secondo alcuni con una tecnica speciale dal di Sangro stesso) non hanno necessitato di alcun restauro in 250 anni.

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