Certosa di San Martino: dal ‘300 ad oggi

Certosa di San Martino
Certosa di San Martino

Una storia infinita, quella della Certosa di san Martino, che sul colle del Vomero si staglia con potenza, quasi si alzasse “sulle punte” a sfidare il Vesuvio.

La Certosa di San Martino, da secoli, sembra voler pazzià con i napoletani. L’enorme complesso, bianco come gesso, è visibile da dovunque. Camminando per Spaccanapoli  lo si scorge, acceso dal sole e maestoso, ed esso pare volersi “avvicinare” per poter partecipare alla vita sanguigna e frenetica del Centro Storico. Ma anche se da via Duomo o da via Carbonara si va verso via Foria il “blocco bianco” ci sorprende e “si propone”, in alto, in lontananza. Pare saltellare e sfottere.

Nascita della Certosa di San Martino

La Certosa di San Martino viene fondata nell’età medievale, precisamente nel periodo della monarchia angioina. È il 1325 e Carlo di Calabria, primogenito del grande sovrano Roberto d’Angiò, affida l’esecuzione dei lavori al senese Tino di Camaino. È l’ennesima “fabbrica” di edifici religiosi che i devoti d’Angiò fanno partire. E Tino di Camaino è solo il primo di una serie impressionante di artisti di fama europea che porranno l’intelligenza e la fantasia al servizio della Certosa.

Tre secoli dopo, in piena età vicereale, sarà l’architetto Cosimo Fanzago ad essere impegnato a Napoli per l’edificio dei certosini. Il Fanzago diresse il cantiere dal 1623 al 1656. Trentatré anni. Ll’ anne ‘e Cristo, direbbero i napoletani. Un’eternità…

D’altronde di lavoro ce n’era a profusione. Nun mancava maje ‘a fatica, potremmo dire, alla Certosa. Essa, nei secoli, è cresciuta come lievito: nella struttura sono comprese più o meno cento sale, due chiese e quattro cappelle, più i chiostri.

Che nomi!

Fa davvero impressione scorrere i nomi degli artisti che lavorarono alla Certosa, prima e dopo il Fanzago. Solo l’elenco dei pittori che operarono qui nel Seicento fa davvero trattenere il fiato. Massimo Stanzione, Luca Giordano, Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera, solo per citare gli esponenti delle scuole napoletane. È come se fosse stato messo insieme un dream team. Fu in questi anni che il “monumento” assunse la sua “anima” barocca.

Il Chiostro Grande

I lavori per il Chiostro Grande erano iniziati molto prima del Fanzago. Ma lui, ad ogni modo, potè certamente apporvi una sua impronta. Questo chiostro è immenso. Visto dall’alto, in fotografia o ripreso da un drone, appare come un’enorme vasca di luce e d’erba. Dà l’impressione di una poderosa figura di geometria solida, tanto che pare incredibile che il lavoro dell’uomo abbia plasmato con le mani una tale perfezione.

L’architettura intorno al “giardino” è altissima. Gli interminabili porticati, assieme all’alto primo piano, sovrastato da un’”autostrada” di ringhiera più il tetto, donano a tale architettura, ammirata in foto prese dal punto giusto, l’effetto visivo di un “fiordo”. Un fiordo finemente levigato, certo. E il “mare”, ovviamente, è il giardino, l’“hortus”, con al centro il pozzo, che è circondato da un ottagono composto da quattro scalini, anch’esso di una “calma” geometria.

Tutto sembra compiuto e perfetto, qui. Senza problemi. D’altronde le Certose, come anche i chiostri presi per se stessi, dovevano condure la mente verso una luminosa armonia di forme. Dovevano parere un Paradiso. Che poi, nessuno l’ha visto, il Paradiso. Però, forse anche grazie a Dante, la fantasia aveva modo di “costruire” qualcosa.

Il cimitero certosino

Imponenza, spazio immenso e bellezza si sposano perfettamente qui nel chiostro, come in tutto il complesso, che è una vera cittadina in cui è facile perdersi. Il chiostro comprende anche un hortus geometrico nell’hortus geometrico: è il piccolo cimitero dei certosini.

La robusta ringhiera che gira intorno a questo “camposanto” non si dimentica facilmente. A guardarla agisce sùbito un flash dentro di noi. Cap’ ‘e morto… Anime pezzentelle…

Una “promozione”… Suggestioni napoletane

Sì… vi sono dei teschi, con delle ossa legate da nastri. Ovviamente tutto scolpito. Una suggestione potentissima ci prende, ci “acchiappa” come vento. Alcune delle anime pezzentelle, che attendono ogni giorno la compagnia del popolo, in quel turbinìo di folla che è la strada dei Tribunali, sono salite in paradiso.

Sono state promosse. Passate di livello. E in realtà, da quassù, da questo Eden che è San Martino, questi teschi paiono più sfottere i loro “compagni di giù” che godere della luce, naturale e mistica, che hanno a disposizione qui, nell’immensa Certosa.

Il Museo di San Martino

Chiudiamo ricordando ciò che in realtà tutti i napoletani sanno. Attualmente la Certosa, con i suoi innumerevoli ambienti, con i suoi spazi infiniti, è diventata un Museo. Un Museo ricchissimo, splendido. Uno di quei luoghi che… meglio assicurarsi di non soffrire della sindrome di Stendhal, prima di entrarvi. Come Capodimonte, o il MANN. Ma questo è meglio constatarlo di persona!

 

 

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