Cronache di un Referendum: 7 giugno

Cronache di un referendum: 16 giugno
Cronache di un referendum: 16 giugno

Prosegue oggi il nostro viaggio delle Cronache di un Referendum, in cui si traccia il percorso elettorale che ha traghettato l’Italia verso la Costituzione, tenendo conto delle controversie storiche, la corsa ai consensi e le complicanze politiche di quei mesi. Per recuperare la precedente cronaca, clicca qui.

Napoli, 7 giugno

Nelle strade e nelle piazze sono stati affissi manifesti, che denunciano la “truffa del referendum”. Sono firmati da un anonimo “Movimento separatista del Mezzogiorno”, che, inoltre, invita Napoli e le città del sud a staccarsi dall’Italia, a costituire uno Stato indipendente ed affidarne ad Umberto II la guida:

Cittadini del Mezzogiorno d’Italia! il patto in virtù del quale nel 1860 si concluse l’Unità d’Italia è stato infranto da un referendum attuato con sistemi e mezzi arbitrari. Non ci sentiamo, perciò, ulteriormente tenuti a rispettare un impegno che i nostri Padri avevano patriotticamente assunto e che noi abbiamo lealmente osservato con sacrificio di sangue e di averi. Ci proponiamo perciò, sia pure col cuore straziato di fronte ad eventi che infrangono l’unità d’Italia, di ridare alle nostre regioni del Mezzogiorno quella libertà e quella indipendenza politica ed economica che già le resero tranquille e prospere. A cura del Movimento separatista del Mezzogiorno.

Le autorità comunali fanno subito rimuovere il manifesto ma non riescono, ovviamente, a rimuovere la rabbia crescente dei delusi sostenitori della sconfitta monarchia. Così, più o meno allo scoccare delle 12, una crescente folla si accalca in Piazza Carlo III, dove – si dice (ma non risulta poi a verità) – che Umberto starebbe per fare un comizio. È un’umanità mista di delusi, di nostalgici, di disoccupati, di curiosi, che con gli slogan “Viva il re” e “Viva Umberto” attira sempre più nuovi adepti, decisi, alla fine, portare la protesta sotto il Palazzo della Prefettura.
Il corteo si muove.

Quanti sono? Cinquemila, seimila? Certo che sono tantissimi e fa veramente impressione vederli sfilare da Piazza Carlo III per la Ferrovia ed il Rettifilo. Davanti ci sono i più scalmanati, che, con le bandiere al vento, invitano i passanti ad unirsi alla protesta. In testa ed in coda, per controllo da parte dell’ordine pubblico, ci sono solo una decina di poliziotti e qualche jeep dei carabinieri. Poche divise per una folla di momento in momento sempre più massiccia. È opportuno chiedere rinforzi. Che giungono presto ma non incontrano il gradimento dei manifestanti. Perché tutti questi uomini in divisa? Che intenzioni hanno? Intendono contenere il corteo o caricarlo? Ed allora partono le prime voci di dissenso: “Fuori, fuori”, “Andate via”.

Davanti all’Università la situazione diventa incandescente. Alcuni muratori di fede repubblicana, dalle impalcature del costruendo Albergo di Napoli, lanciano mattoni sul corteo. Le forze dell’ordine si schierano per impedire la rissa e, soprattutto, per evitare l’occupazione delle aule universitarie. I dimostranti, invece, spingono per varcare la soglia dell’ateneo, i cui professori (in gran maggioranza) si sono dichiarati a favore della Repubblica. C’è concitazione; scoppia una bomba a mano; c’è fumo, qualche imprecazione ma nessun ferito. Poi si sente un colpo di fucile. È quello di un giovane soldato, Alfonso Prota, che scendendo di corsa dall’automezzo, lascia partire un colpo dal suo moschetto, che lo colpisce al petto e ne provoca la morte (ben prima che lo accertino i medici dell’ospedale dei Pellegrini).

Si susseguono, ora, altri spari. La folla si disperde. Il corteo si disunisce; c’è che si stacca e chi prosegue per via Depretis, via Santa Brigida, via Toledo fino a Piazza del Plebiscito, dove chiede -ed ottiene- che dal Palazzo della Prefettura (e dai palazzi vicini) sia esposta la bandiera tricolore con lo stemma sabaudo.
La giornata è però ancora lunga. Più di un corteo di manifestanti attraversa la città: chi proviene da Foria, chi dal Mercato, chi da via Duomo. La polizia ed i carabiniere sono in fibrillazione. Si spara ad altezza d’uomo; ci sono sessantanove persone fermate per identificazione; ci sono feriti. Il più grave è un ragazzo di quattordici anni, Carlo Russo, che colpito in Piazza Nicola Amore, muore nell’ospedale degli Incurabili.

C’è anche un altro caduto: è un giovane facchino del porto, Vincenzo Cristiano. E, poi, ci sono quattro agenti feriti, che devono farsi portare in ospedale. Viene convocato un vertice in Prefettura al quale partecipano il generale Carlo Alberto Falanga (Presidente dell’Unione Monarchica), il Prefetto Riccardo Ventura, Gennaro Fermariello (Sindaco di Napoli), Giorgio Amendola (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), l’onorevole Giovanni Porzio, i senatori Benedetto Croce ed Enrico De Nicola. L’ex re Umberto II ha inviato un telegramma col quale invita “tutti ad astenersi da qualunque manifestazione che possa dar luogo a disordini”. A sera torna la calma. Si ha notizia che manifestazioni analoghe a quella di Napoli sono scoppiate anche a Palermo, a Taranto, a Bari ed in qualche altra città.

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