Dalla Marianella degli anni Novanta fino alla costruzione di un immaginario che ha segnato per sempre l’Hip Hop italiano: i Co’ Sang raccontano senza filtri e schieramenti una realtà sospesa tra violenza, appartenenza e desiderio di riscatto. Un percorso che attraversa la trasformazione di Scampia e della società stessa, fino a diventare culto e memoria condivisa.
Le origini

Fischiano forte gli altoparlanti del treno della Linea 1.
Mai uno stridore fu tanto coinvolgente e liberatorio. Nell’aria, un polveroso odore meccanico si fonde al sudore dei primari in cappotto Armani e a quello degli operai di cantiere coi puntali in acciaio di malridotte Cofra Soho. A bordo, tra tanti, due ragazzini pieni di sogni diretti verso la Fonoteca di via Morghen. Lontani dai cazzinbocchi di Marianella, dai rombi di Beverly e Transalp, dai tossici impazienti in fila come massaie alla cassa del supermercato, dall’odore di zolfo e vergogna nell’aria, dall’impeto sbigottito di papà, che “se ti chiamano scemo, dici ‘hai ragione’ e ‘vai via’. Si chiamano Antonio Riccardi e Luca Imprudente. Sono ancora minorenni e hanno un solo obiettivo: coltivare una passione, un sogno chiamato Hip Hop.
Iniziano entrando in un collettivo – una crew, come verrebbe definita oggi – chiamato Clan Vesuvio, con i rispettivi pseudonimi di Tony Molla e Luca Malphi. Fiancheggiano artisti già noti nella scena come Lucariello e Speaker Cenzou ed esordiscono ufficialmente nel primo e unico album del collettivo, Spaccanapoli (1997), con il singolo Paura che passa. L’album ottiene un buon successo per l’epoca permettendo al collettivo di salire sui palchi di centri sociali e piazze di tutta Italia. Certo, il Pulcinella armato di pistola in copertina lasciava già presagire i temi trattati. L’impronta era già ‘gangsta’.
La scelta del nome
Ma quei due ragazzini di Marianella erano ispirati dal sangue. Sangue che imparentava accademici e plurilaureati a rapinatori e criminali, che gocciolava da vene sempre più forate e che a Scampia scorreva inesorabile ogni giorno, scandito dai tamburi di 9×21 e Glock 17 nelle tasche delle Ghetto stars dell’epoca. Le prime pagine dei quotidiani di tutta Italia erano interamente dedicate a loro. Ma nessuno aveva mai messo insieme i pezzi per costruire una narrazione concreta, cinica, senza schieramenti. E chi avrebbe dovuto farlo, se non loro? Urgeva dare una concretezza a quei contenuti, allontanarsi dai tecnicismi convenzionali dell’Hip Hop. Perfino dai propri pseudonimi. Armati di serietà poetica, Antonio e Luca rinascono, con nuovi nomi: Ntò e Luchè.
Immediati, memorabili, freschi. Serviva solo un nome per il duo, messo su col sangue che vedevano ogni giorno, col sangue che avevano agli occhi per costruirsi una possibilità di riscatto. Col sangue. Ma in italiano rendeva poco e sarebbe stato poco autentico: Co’ Sang. Un urlo di protesta contro quelle strade fatiscenti. La falsa attenzione delle istituzioni. Parchi popolari popolati da degrado. Gli spari. Lo spaccio. I pali. La droga, maledetta. L’odore di sangue e zolfo nell’aria.
Come raccontarlo?
Le vie erano tante, e le più convenienti seguivano la scia dei giornali, sempre pronti a tracciare un confine netto tra bene e male. Ma come ci si schiera se Attilio, conosciuto nel quartiere come un lavoratore in gamba, viene crivellato per un “conto in sospeso”? Se la famiglia della tua dolce metà è coinvolta nei fatti di cronaca più nera. Se tuo figlio, malgrado l’educazione ricevuta, sceglie la via più feroce per affermarsi. Dove sono il bene e il m
ale? Di certo non a Scampia, dove l’unica etica è colpire per primi. Lo sanno bene Antonio e Luca, che decidono di vestirsi di quei delitti, di quella nebbia. Di siringhe e ovatta. Di acciaio e piombo.
Il successo di Int’o Rione
Di quella dolcezza che veniva raccolta da terra, insieme ai bossoli che hanno perforato la carne dei propri cari. Di quella dolcezza perpetuata nel carillon di Int’o Rione, brano manifesto di quegli anni, uscito con l’album d’esordio di Ntò e Luchè: Chi more pe mme (2006). Più di un disco: un dipinto autentico di quello scenario, decodificato in chiave poetica. Con ‘poesia cruda’. Senza giudizi, n

é apologie. Nessun messaggio politico. Solo amore per la periferia e la gente che la viveva ogni giorno. L’album è un successo e porta i Co’ Sang ad esibirsi sui palchi di tutta Italia.
Ma siamo ancora lontani dal vivere esclusivamente di musica e la fame è ancora tanta. Intanto, sembra che a Scampia qualcosa cambi. Si parla finalmente di riqualificazione. Siamo nel 2009 e Ntò e Luchè tornano con l’album Vita Bona. Sulla stessa scia tematica di Chi more pe’mme, stesso linguaggio, stessa poesia cruda, ma con uno spiraglio speranzoso all’orizzonte. Un odore di “carne a necchia” in mezzo a tutto quel fumo finalmente si avvertiva.
Non basta, però, a fermare la scelta condivisa di separarsi, di proseguire da soli. Il 14 febbraio 2012: un cuore rotto il giorno di San Valentino. Entrambi illuminano i propri sentieri coi propri fari, coi propri progetti individuali. Luchè con: L1 (2012), L2 (2014), Malammore (2016), Potere (2018), Dove volano le aquile (2022) e Il mio lato peggiore (2025). Ntò con: Il coraggio Impossibile (2013), Numero 9 (2014), Col Sangue (2016), Rinascimento (2019), Nevada (2020) e 999 (2022). Perfetto continuum o drastica rottura con il passato? Ancora oggi, i fan non sono d’accordo all’unisono. Ma intanto il tempo passa, e quei due ragazzi di Marianella vedono pian piano prendere vita intorno a loro il mito di quel gruppo senza scrupoli. Perpetuato da persone che alla fine dei Novanta nemmeno erano nate, che non avevano conosciuto la Faida di Scampia, che non avevano mai emulato il Boss del proprio quartiere.
Il ritorno dei Co’ Sang nel 2024
I Co’ Sang diventano culto, ma lontani dall’ambiente e dal contesto che li aveva forgiati. Scampia è finalmente sulla via della riqualificazione. Stavolta sembra vero. Hanno eretto perfino l’Università. Le file di tossici diventano un ricordo lontano e lo zolfo è rimasto intriso solo nei solchi dei dischi di Chi more pe ‘mme e Vita Bona. La pace sembra non essere più un’utopia. È per questo forse che, a distanza di più di dodici anni dalla loro separazione, Antonio e Luca decidono di far incrociare nuovamente i propri sentieri scrivendo un altro pezzo di storia, l’ultimo: Dinastia (2024). Un album diverso dai due precedenti, ma in perfetto stile Co’ Sang. Strada, riscatto sociale, appartenenza, unione. Un vero e proprio atto d’amore nei confronti dei fan e della passione che li ha fatti ritrovare di nuovo insieme sullo stesso palco, a Piazza Plebiscito. Sotto un cielo commosso.
Davanti agli occhi di chi stava rivivendo il sogno. In un arcobaleno pirotecnico che, sebbene offuschi la vista, fa sentire un solo grido: Co’ Sang! Co’ Sang! Non un gruppo. Una voce. Per chi non l’ha mai avuta. Per chi ha sempre creduto di non averla. Armi per gli indifesi. Sconti di pena per chi ha barattato la libertà con la sopravvivenza. Non è nostalgia. Non è il ritorno. È il ritrovo comune di quell’amore perduto int’o rione. La dimostrazione che nun è mai fernuto.


