Dante dal lungo, fecondo esilio: nella Commedia lampi sulle glorie di Napoli

dante alighieri
dante alighieri
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Dante, il grande poeta fiorentino, riserva, nella Commedia, dei flash estremamente interessanti sulle figure di due giganti della storia di Napoli: Federico II e Manfredi di Svevia

Da uomo politico e profondo storico qual è, Dante colora anche delle figure di Federico e di Manfredi il suo mondo ultraterreno, essendo essi tra gli ultimissimi esponenti di quella casata degli Hohenstaufen che ha rappresentato l’ultimo fuoco del Sacro Romano Impero nel Meridione d’Italia. L’Impero, per Dante, politicamente guelfo bianco, era uno dei due soli necessari ad illuminare e guidare il mondo degli uomini – esso era la guida nelle cose terrene – assieme al sole spirituale della Chiesa e, dunque, del Papato. Conosciamo, dunque, questi due personaggi che collegano Dante e Napoli.

Federico II di Svevia, re di Sicilia (dunque di Napoli) e Imperatore

Federico II, detto Stupor Mundi per l’immenso amore per la bellezza, la cultura e i misteri della scienza, Imperatore del Sacro Romano Impero, fu Re di Sicilia dal 1198 al 1250. Amò Napoli, tanto da farle, nel 1224, il dono più grande e imperituro: lo Studium, quella che ora è l’Università che porta il suo nome. Dante colloca Federico II nel canto X dell’Inferno, tra gli epicurei, quelli che oggi diremmo atei o materialisti, ma questo non deve turbarci. Spesso, a causa di episodi che inimicarono alcune personalità alla Chiesa, il poeta è spinto a dar loro collocazione tra i dannati, ma ciò non vuol dire che l’Alighieri non ne considerasse l’altezza morale e culturale. La madre di Federico, Costanza d’Altavilla, compare nel III canto del Paradiso.

Manfredi, splendida figura del Purgatorio di Dante

Manfredi di Svevia lo troviamo, invece, nel Purgatorio, tra coloro che soffrono ma sperano. Egli aveva terminato i suoi giorni nella battaglia di Benevento, nel 1266, combattendo contro gli angioini per non perdere il Mezzogiorno d’Italia. Essendo scomunicato dalla Chiesa, tutti i suoi parenti vivi al tempo di Dante lo credevano spiritualmente perduto, e all’inferno. L’Alighieri, nel commovente canto III del Purgatorio, sorprende tutti con la propria certezza della salvezzadi Manfredi. Quest’ultimo rivolge tali parole al poeta, lungo la montagna del Purgatorio: “Orribil furon li peccati miei / ma la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei”.  

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