Salvatore Di Giacomo (Napoli, 1860 – Napoli, 1934) è stato uno di quegli intelletti talmente infuocati di poesia e cultura da divenire quasi ‘strati’ di humus della storia della città. Ma perché richiamiamo l’immagine del Di Giacomo davanti al Golfo?
Intanto… cosa intendiamo con ‘strati’ culturali? È semplice: appaiono, nella storia, delle menti talmente vive e potenti da colorare di sé l’alito spirituale di una intera epoca. Non parliamo di menti ‘superiori’… Esistono individui dotati di una potenza cerebrale irraggiungibile che non incidono affatto sulla storia dei popoli. Parliamo di intelletti consumati da un fuoco… come quello delle anime ô Priatorio degli altarini. E alcune parole di Di Giacomo davanti al Golfo ci presentano un poeta ‘bruciante’ di modernità…
Di Giacomo davanti al Golfo, come Viviani o Eduardo
Abbiamo preso la palla al balzo quando ci siamo imbattuti in una descrizione di Napoli di notte completata da Di Giacomo davanti al Golfo, e nel far questo non abbiamo potuto sfuggire alla tentazione di immaginare in un contesto simile, oltre all’autore di Era de maggio, anche altri giganti del pantheon poetico partenopeo.
Ce li siamo figurati in un’identica posizione, di fronte al mare, come delle icone eterne di semidèi che la notte vagavano lungo gli scogli, sulla costa, per respirare storie e poesie, attendendo di essere imboccati e saziati di bellezza dalla brezza e dalla salsedine, come esserini implumi nel nido che fremono per i vermetti che riceveranno nei beccucci. Tanti vermetti, centinaia, migliaia, milioni di vermetti si trasformavano in versi, nel mosto fermentato che era la creatività di questi grandi.
Poeti… fravecatori di immagini, scandagliatori di livelli creativi
È figurandoci queste notti insonni infinite, nell’attesa di una parola, anche una sola, da ricevere dal mare o dal vento, dal buio spaventoso o dalla luna, che ci siamo convinti del fatto che ognuno dei grandi che abbiamo nominato (e sono solo tre, a fronte di un esercito di poeti napoletani!) abbia affondato le mani e l’animo talmente nel profondo da costituire quelli che prima abbiamo chiamato ‘strati di una storia’ culturale.
È pensando – come dire? – a ciò che apprendevamo a scuola riguardo alle stratificazioni geologiche del nostro suolo, o alle circonferenze sempre più larghe che sono visibili fissando un tronco di un albero potato, che abbiamo compreso quanto sia necessario, a causa della grandezza di questi creatori di cultura, parlare di essi usando un linguaggio quasi crono-geologico: la Napoli digiacomiana, la Napoli di Raffaele Viviani (1888-1950), la Napoli di Eduardo (1900-1984)… Sì. Strati. Come se ciò che è sotto stia lì in eterno per riscaldare e mantenere tiepido e vivo ciò che è sopra…
Come un carso, come un tepore tellurico: … stratificazioni nervose e vive
Strati di un terreno, di una strada, di un affresco, di una cinta muraria… Strati. Come tutta Napoli è stratificata. E dovremmo tutti – e anche la scuola – andare a tastare e a tuzzuliàre i tanti e tanti ‘strati’ della vicenda letteraria-culturale napoletana che non si vedono in superficie… e finiscono per non esistere più.
Di Giacomo e la sua epoca: una folata di vento… impressionista
Nel 1891 Salvatore Di Giacomo pubblicava a Napoli, per i tipi della Casa Editrice F.Bideri (ma era il Di Giacomo stesso a occuparsi del lavoro editoriale), un’opera che è oggi per noi di estremo interesse storico ed artistico. Il lavoro del poeta ed intellettuale napoletano s’intitolava «CRONACA DEL TEATRO SAN CARLINO, CONTRIBUTO ALLA STORIA DELLA SCENA DIALETTALE NAPOLETANA 1738-1884.RELAZIONE AL MINISTERO D’ISTRUZIONE PUBBLICA D’ITALIA».
In questa sede non ci occuperemo delle considerazioni storiche di Di Giacomo sul San Carlino. Magari ve ne sarà occasione in un altro momento. Qui ci preme accostare la descrizione ‘naturalistica’ che il nostro poeta fa del paesaggio notturno di Napoli (immaginando probabilmente lo spettatore di una pièce al San Carlino che si ‘affaccia’ sul Golfo) con le sensazioni che l’arte impressionistica stava ‘regalando’ al mondo, rivoluzionando il concetto stesso di pittura e di immagine.
Fissare il Golfo di sera, en plein air…
Sappiamo che dal 1860 circa – anno di nascita, tralaltro, di Salvatore di Giacomo – in Francia stava avvenendo una vera e propria rivoluzione artistica che aveva condotto tanti giovani – e meno giovani – pittori ad allontanarsi dalle regole rigide delle Accademie, e a cercare con inventiva ed entusiasmo altre strade per rappresentare il mondo. Parliamo di Monet, Renoir, Manet, ecc. E come c’era da aspettarsi, dopo un primo periodo di fortissime e acri resistenze da parte degli esponenti delle scuole tradizionali, ‘la nuova via’ della pittura faceva ormai parte del ‘bagaglio’ dell’arte figurativa in tutta Europa e oltre.
Salvatore Di Giacomo, nel 1891, l’anno del lavoro sul San Carlino, senza dubbio ‘sentiva sulla pelle’ – e in punta di penna… – il nuovo corso, il nuovo atteggiamento spirituale nei confronti della realtà. È proverbiale l’espressione che, da sola, indicava il nuovo modo di operare dei pittori, lo sguardo nuovo lanciato da essi sulla realtà: ‘en plein air’.
In pratica bisognava uscire fuori, ‘godere’ delle sensazioni visive e cromatiche che il paesaggio naturale – ma anche umano! – faceva penetrare nel mondo retinico dell’artista-spettatore. L’occhio scomponeva e ricomponeva i frammenti di forme e di tinte con i quali la natura piombava addosso alle facoltà visive dell’artista. È chiaro che, in quella magnifica connessione di forme che è la storia, anche l’arte della parola (quella del nostro poeta, ad esempio) fosse destinata a modificarsi.
La parola (e il colore?) a Di Giacomo…
Siamo dunque a Napoli, sono trascorsi almeno trent’anni dagli esordi burrascosi dei primi impressionisti francesi. Il nostro grande poeta descrive un frammento di una serata che verrà ricordata come un’immersione nell’arte e nella Natura. Forse qualcuno si sta intrattenendo per Napoli, se sta ntallianno davanti allo spettacolo gratuito dei colori della sera. Dagli attori e dalle luci di scena, dalla magia del palcoscenico alle battute o alle lacrime, ‘questo qualcuno’ è passato ad altri attori immoti o caotici, cupi o luminosi: la città di Napoli, il mare, il vulcano. È ormai parte del linguaggio dei poeti la resa linguistica di un meraviglioso tremolare dei colori, di una vita nuova e nervosa delle cose.
Scrive Salvatore di Giacomo, fissando il mare ed il Porto di Napoli: «La notte raccoglieva in una sola le forme dell’immensa città, disseminata d’innumerevoli fiammelle irrequiete e saltellanti, sciorinata alla riva del mare come un bruno velo di gitana sparso di monetine luccicanti. Delle file di lumi correvano, si inseguivano da per tutto. Spuntavano improvvisamente dal buio, penetravano le tenebre, s’arrampicavano, dondolandosi, per un’erta, palpitavano tanti raggi tremolanti […]. Sull’acqua immota, a quando a quando, fuggivano bagliori rossastri; erano fiaccole rincorrentisi per l’alto della riva. E come, festosamente, i loro portatori le squassavano parea che cadesse sul mare che dormiva una pioggia di gocce infiammate. Gazzarra di lumi; la luce è allegrezza. […]». (Il grassetto è mio).
Suggestioni…
Di Giacomo gioca con le luci. Pazzéa cu ‘e culure. Scrive esplicitamente che la luce regala gioia allo spirito (“è allegreza…”). Salvatore Di Giacomo riceve sussultante, mastica e rielabora, e poi ricrea e ci regala tremori vivi di luci e di tinte. Lo fa con la parola – la parola poetica, certo – ma l’effetto – almeno ‘a lampi’ – è quello di un tramonto sul mare di Monet, anzi, meglio ancora, il risultato è simile al luccichìo mosso di una strada con tavolini da bar, tipica di tanti lavori di Vincent Van Gogh.
Il mare e i monti ponno tené l’arteteca?
Beh… Di Giacomo risponderebbe di sì, senza neanche pensarci su. Il paesaggio della Marina, del Faro sul Molo, di Castel Nuovo e delle sue luci (non abbiamo potuto citare il brano per intero) è un organismo vivo quasi animale. Si tratta di un ‘tremolare’, di un movimento perpetuo che preme sull’occhio e muta le pennellate (dell’artista figurativo d’impression) come le parole del poeta la cui arma è la penna. In ogni caso, ancora una volta Salvatore Di Giacomo si conferma uno dei più grandi scrittori di prosa e poesia del proprio secolo. Al passo con le esigenze espressive più alte dell’‘universo poetico’ europeo.


