domenica, 27 Set, 2020 Espresso napoletano

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Due grandi ritorni al Teatro Bellini con Annibale Ruccello

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Doppio appuntamento nel segno di Ruccello in scena in questi giorni al Teatro Bellini, che offre una mini prospettiva sull’autore, ospitando due tra i lavori più caratterizzanti della sua produzione.

Nella sala grande dal 25 ottobre al 10 novembre Daniele Russo metterà in scena assieme a Sergio Del Prete Le cinque Rose di Jennifer mentre in sala Piccola dal 22 ottobre al 3 novembre va in scena uno studio Notturno di donna con ospiti con Arturo Cirillo, i diplomati dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica tra cui il regista Mario Scandale. Il primo, del 1980, è una sorta di spettacolo manifesto con cui Ruccello conquistò la critica locale e nazionale. Un dramma tra il noir e il post romantico: la protagonista è una femminella favolosa e sola che passa la sua vita a sognare il grande amore, tra telefonate/confessioni, canzoni pop alla radio, in un immaginario quartiere dormitorio periferico post terremoto del 1980 in cui si verificano strani omicidi ai danni della comunità trans. Notturno di donna con ospiti (nella sua versione dell’82) sviluppa nuovamente il tema della solitudine nel personaggio di Adriana, semplice casalinga dell’Italia consumistica e piccolo- borghese che come Jennifer e tutte le donne dell’universo Ruccelliano è insoddisfatta, in bilico tra ambizioni, sogni e realtà, surreale e commedia, su uno sfondo di massificazione e consumismo. La tragedia è dietro l’angolo ma il cinismo è esilarante, così come il ricorso perenne alla musica pop nella radio o tv che sono il sottofondo fisso dei drammi ruccelliani. A oltre trent’anni dalla scomparsa di questo prezioso autore si resta sorpresi dalla scottante contemporaneità della sua scrittura. Per questo l’operazione messa in campo dal Bellini in questi giorni è un’occasione da non farsi sfuggire, per gli amanti del Teatro. E non.

Le cinque Rose di Jennifer

Lo sguardo di Napoli su Annibale Ruccello

Napoli è da sempre la capitale del Teatro. Oggi forse un po’ meno: viviamo i riverberi di questa grandezza, talvolta senza neanche comprenderla e apprezzarla a pieno. Ci sono tanti autori dimenticati che andrebbero riscoperti (un nome su tutti: Viviani) e tanti altri invece frequentati assiduamente e assiduamente ripresi. Uno di questi è Annibale Ruccello, enfant prodige della drammaturgia campana, strappato alla vita a soli trent’anni in un incidente automobilistico, nel pieno della sua prolificità teatrale e da allora consacrato a maestro.

Ruccello – compagno e coevo di altri grandi auto attori come Enzo Moscato, Antonio Neiwiller, Tonino Taiuti – ha tracciato le caratteristiche di quella che viene definita drammaturgia post Eduardiana, una generazione di giovani drammaturghi, registi e attori fuori usciti dalle macerie del terremoto del 1980, che in comune avevano la non aderenza a canoni e contenuti di ciò che li aveva preceduti e un ribaltamento della rappresentazione folcloristica di Napoli e delle forme drammaturgiche delle esperienze napoletane passate. Annibale Ruccello nacque a Castellamare di Stabia nel 1956 da una famiglia medio borghese: visse i grandi mutamenti socio economici degli anni ’50-’60 scanditi dal boom economico, la motorizzazione e comunicazione di massa e la successiva comparsa di mezzi come tv, radio, telefono che diventarono lo specchio della vita individuale a collettiva, nonché elementi onnipresenti nelle sue commedie. Ruccello è portatore delle caratteristiche e delle aspirazioni di una provincia “paranoica” che si frantumano con la Napoli metropoli: quando Ruccello, da giovane studente universitario, cominciò a frequentarla, la città stava attraversando un periodo tutt’altro che facile, tra la fine di tradizioni storiche come la Festa di Piedigrotta, la crisi del colera del ’73, le contestazioni post Sessantotto. Tutto questo e molto altro sono materia della sua scrittura. Da abile osservatore e sopraffino innovatore Ruccello imbastì un Teatro post- moderno che decostruisce la Tradizione e la società borghese facendole sgretolare dal loro interno. Il breve arco in cui Ruccello ha scritto e messo in scena i suoi drammi rappresenta una sorta di parabola ascendente che probabilmente avrebbe brillato di molti altri capolavori. Eppure in meno di dieci anni di scrittura, il drammaturgo stabiese ci ha lasciato un universo drammaturgico composito e denso, da studiare e da esplorare. 

 

Le immagini pubblicate nell’articolo sono state concesse dall’ufficio stampa del Teatro Bellini: Katia Prota.

Francesca Saturnino è nata a Napoli nel 1987. Critica teatrale, insegnante e giornalista. Collabora con riviste e giornali nazionali e locali. La sua passione, tra le altre, è scovare storie, mestieri e personaggi di una Napoli antica e desueta e raccontarli per mantenerne viva la memoria.