Edicole votive di Napoli: i cimiteri dei vicoli

Le edicole votive di Napoli sono quei tempietti di varia forma e ampiezza, i quali dietro una lastra di vetro custodiscono un’immagine o una statuetta di un Santo.

Napoli di edicole votive – dette anche altarini – se ne cade. Le edicole votive di Napoli sono presenti ovunque. Ma soprattutto le zone popolari e anguste, come i vicoli, sono punteggiate di altari e teche fino a far sentire addosso al passante quasi l’impressione di una insistenza . Detta in breve, se passi per il vicolo, devi fermarti per fissare i nostri santi. E i nostri morti. Altrimenti…niente succede, però hai fatto qualcosa che si avvicina alla malacrianza.

Edicole votive di Napoli: il buongiorno soprannaturale dell’alba

Le edicole votive di Napoli. Ognuna una storia. Al Vico delle Zite al Lavinaio, una delle viuzze che girano intorno a Piazza Mercato, poco distante dai banchi del pesce di Porta Nolana, c’è una ‘edicola’ enorme. È, di fatto, un porta a vetri chiusa a chiave, molto più alta di un ragazzone di due metri, per chiarirci. È divisa tra un ‘su’ e un ‘giù’. Su c’è una Madonna, come tante altre che abitano questi tempietti scavati nel tufo o ‘innalzati’ pietra su pietra. Giù, invece, di santi non c’è quasi traccia. Perché giù è la casa dei morti.

Nella parte inferiore dell’altarino, dunque, ci sono cinquanta fotografie di ‘trapassati’ che, di fatto, non se ne sono mai andati dal vicolo. Al centro, in modo particolare, spiccano le riproduzioni giganti di due popolane, due donne sorridenti e ciacione. Sono entrambe circondate da una cornice bianca di quelle semplici, senza fronzoli, che si usano per i ritratti sui comodini . Più o meno all’altezza delle ossa delle spalle, ficcati dietro le foto da chiodi, pendono due rosari, come se le due donne li portassero al collo. Ma la cosa più bella è il loro sorriso.

‘Intromissioni’: ‘a signora Mena

Zia Mena, dopo le cinque del mattino, non ce la fa più a dormire. Lei sta al Vico delle Zite al Lavinaio, in un basso vecchio, la porta di legno tutta scorticata, lei dice “arrugginita” così si pensano che è di ferro e non vengono a rubare. Ma come è e come non è, alle cinque del mattino in punto inizia la via crucis di zia Mena.

Se si gira a sinistra poi le pare che il cuore fa più fatica a battere. Le sembra che quando uno si gira da quel lato poi è come se lo imprigionasse,  il cuore, il quale si strizza tra i polmoni e le ossa. Ma se si gira a destra subito le formicola la tempia, ché lei c’ha avuto il fuoco di Sant’Antonio l’anno passato. Cioè uno di quei mali che non si augurano a nessuno, manco ai nemici… come il mal di denti.

E allora zia Mena prende e esce. Va al ‘cimitero’. Non è sabato o domenica, né è il due di novembre. Né zia Mena è una che è fissata con quella cosa di portare sempre i fiori freschi ai defunti. Non paga manco l’illuminazione, zia Mena. Neh, ma se po’ ssapé che c’amm’ ‘a mettere a ffa’ sta luce nfaccia a sti puverielli che, ormai, vivono solo “la vita dello spirito”? Dice proprio così, come una teologa, zia Mena: la “vita dello spirito”.

Però all’alba zia Mena al cimitero ci va. Non ce la fa più a sentire le ossa sconocchiarsi  sopra a quel materasso che di materasso c’ha solo il colore, ma è tutto rete e ferri sporgenti. E allora esce pe ddinto ‘o vico. Di fronte c’è l’enorme altarino.

Al cimitero

Zia Mena davanti al cimitero ci rimane almeno per due o tre ore. Se porta ‘na seggia, per prima cosa. Se porta pure ‘o ccafè, se è per questo. E si perde negli occhi di Giesummina e di Patrizia. Non prega, zia Mena. E ch’add’ ‘a prià? Le sue amiche nun song’ ‘a Madonna. Sono le sue amiche e basta.

Ci sono altri 48 volti, in questa specie di enorme, moderna scaravattola del Vico delle Zite. (Le scaravattole, a Napoli, sono le campane di vetro, piccole o grandissime, in cui son conservate le statue – o le statuine, magari a casa – dei santi). Zia Mena sorseggia piano il caffè. “Haje voglia ‘e tiempo!” riflette. “Song’ ‘e ccinco…: ‘na parola, pure ‘na parola sola, a tutte quante”.

Non che i morti si offendano, che bestemmia… che scemità! Zia Mena la conosce bene ‘A livella di Totò. Questi visi sereni apparteneno â morte, che s’hann’ ‘a offennere?  Ed ecco che Mena, nel silenzio assoluto, soprannaturale, del vicolo, comincia il proprio dialogo infinito, reale, carnale, con quei volti. Il silenzio a Vico delle Zite al Lavinaio è più intenso e potente di quello delle cattedrali quando non c’è la liturgia. 

La scalata delle pupille stanche

Nell’edicola di Vico delle Zite al Lavinaio i 48 morti che non sono Giesummina e Patrizia sono collocati seguendo una regola di impressionante geometricità. Come i loculi dei cimiteri di pietra. Uno sull’altro. Come i giardini che, nei cimiteri dei nostri comuni, ospitano i corpi tumulati sottoterra, in attesa di un posto nelle nicchie marmoree. Nei cimiteri la geometria è fondamentale. Pure chi, in vita, è stato ‘na capa ‘e mbrello, al cimitero deve mettere la testa a posto, perché nel posto dei morti ci stanno ordine e disciplina.

Ora, i 48 volti della nostra edicola votiva sono aggiustati in due colonnette ‘alte’ 8 fotografie e ‘larghe’ 3 fotografie. Il tutto fa 24. E le colonnette sono due. Una accanto al volto gigante di Giesummina e l’altra azzeccata alla cornice che contiene il viso di Patrizia.

Zia Mena li sa tutti quanti, questi morti. ‘E ssape bbuono. C’ha vissuto, c’ha parlato. C’ha preso il caffè fuori al basso. Ha urlato loro raccomandazioni, quando si allontanavano ‘a dinto ‘o vico, soprattutto quando erano bambini. Anzi no, forse di più quando erano ragazzini e adolescenti. Pecchè ‘o nfierno nun è dinto ‘o vico, come dicono tante persone ‘per bene’; ‘o nfierno e ‘o mmale stanno for’ o vico.

Ed ecco che le pupille di zia Mena cominciano la scalata. La prima colonnetta. Da sotto in su. Uno, due, tre. Prima riga. Uno, due, tre. Seconda riga. Fino a sopra. E poi Mena passa all’altra colonnetta. Bisogna salire. Come al cimitero di Poggioreale. Come quando tra scale e salite ripide, tipo trekking o alpinismo, passato il giardino degli Uomini Illustri, si raggiunge la propria cappelluccia (o cappellona) di famiglia, e la prima cosa che si regala ai nostri cari dormienti è il fiato accelerato della scalata.

Tanto loro è di quello che hanno bisogno: di fiato, più che di parole. Hanno bisogno di sentire ‘o ciato d’ ‘a vita abbascio. Il respiro dell’esistenza di giù. Non per nostalgia. Anzi. Solo per ‘sorseggiarlo’, come un caffè coll’aroma dei bar del centro.

La Città-Cimitero

Attenzione: detta così può sembrare qualcosa di horror, può far volare la fantasia fino ad immagini di ‘zombies’ come quelli del ‘camposanto’ in cui si trova Michael Jackson nel video “Trhiller”, forse la clip più famosa della storia della musica contemporanea. Ma Napoli è tutto tranne questo. Se parliamo di città-cimitero intendiamo dire che Neapolis è una città che non nasconde mai del tutto i volti dei propri morti. Di tutti i propri morti.

Non li cela né nei loculi dei giardini cimiteriali, né nel privato delle case, sulle fotografie che riempiono scrivanie o comodini. Questa usanza domestica, certo, è una cosa tenerissima, fisiologica, vitale: “voglio aver presente il tuo volto, sempre”. Ed esiste dovunque vivano degli esseri umani. Ma a Napoli questo non basta. A Napoli né i camposanti pubblici nè le case possono imprigionare i morti. Essi stanno fuori.

Noi napoletani vogliamo che stiano fuori, nmiez’ a via. Ma forse, ancor più, ‘sentiamo’ che sono loro, i morti, a voler stare fuori. All’aria. Ad esempio nel vicolo che per loro è stato casa e carne. Come potrebbero i morti, a Napoli, attendere a Poggioreale o al Nuovissimo le visite dei loro cari?

Lo sguardo tremolante di chi sta per lasciare questo mondo, in questa città, prega di non essere portato dove i suoni e le voci tacciono. Il ‘morituro’, nei vicoli napoletani dove la vita scoppia, afferra la mano viva che gli è più vicina e implora: “nun me cacciate da dint’ ‘o bburdello”.

A Napoli i morti vogliono riposare in mezzo al passaggio e alla vita di tutti. Fuori dalla confusione, dagli allucchi, dagli appiccichi: è la vera morte. E allora i vivi sanno già, qui, da sempre, che chi muore vuole l’immaginetta sua sott’a ‘na Madonna. Ma non per la Madonna dell’Arco, o del Carmine, o altre. Non è questo. È per stare con gli altri. Come nell’edicoletta del Lavinaio. Azzeccati, carnali, ciato e ciato, comme ‘na fila dint’ ‘e Poste. E alla vista di tutti.

“Altre” trasfigurazioni

La ‘cappellina’ di Vico delle Zite al Lavinaio, ovviamente, non è l’unica a contenere un numero strabordante di fotografie di trapassati. A via Cirillo, tra via Foria e via Carbonara, c’è un altarino che rispetto a quello della zona del Mercato è di dimensioni ridottissime. Qui non c’è ordine, tra i morti. Qui non c’è disciplina. Le immaginette dei trigesimi (sono quelle le foto che vengono poste nelle edicolette) sono ammonticchiate l’una sull’altra. Qualche volto impolverato è quasi sotterrato da altri visi più ‘lucidi’ – immaginette più recenti -.

Ma ad ogni annuncio mortuario nel quartiere, dopo un mese, puntualmente la foto dell’ultimo defunto compare, pur sulla montagna delle altre. E quanti visi di ragazzi che si incastrano tra volti adulti e facce di persone anziane! Quanti e quanti…

Magari una madre, un fratello, non vorrebbero avere sotto agli occhi, ogni volta che scendono di casa, il sorriso della giovanissima persona amata che hanno perso. Ma non c’è niente da fare, a Napoli. Se non le mettessero i parenti strettissimi, le fotografie, le metterebbe l’altra gente del quartiere, del vicolo, della piazzetta…

Perché Giesummina non può sopportare la solitudine. E neanche Patrizia. Ma nemmeno i ragazzi: Genny, o Sasi, o Reginella, o Maria. Anzi soprattutto se la vita terrena la si è persa (o ci è stata strappata) da bambini. Nun ce sta nient’ ‘a fa. Soprattutto se i defunti sono piccoli, deboli, colmi di futuro, privi di malizia o cattiveria, a Napoli avvertiamo che hanno bisogno del vicolo o del quartiere per attraversare la morte. Devono stare lì, sulla via, sullo slargo, sulla scalinatella, sulla piazza. Hanno necessità ca quaccheduno ‘e ttene mente. Che qualcuno li guardi.

Una ‘pietas’ profondissima tutta napoletana

Come abbandonare un ragazzino nell’oscurità di una tomba? E si se mette appaura? “No, io mio figlio non lo lascio a Poggioreale. Deve stare qua, deve stare. Cu ‘e cumpagne suoje. Hanno pure schiattato nu pallone cu nu chiuovo, nu Super Santòs, p’ ‘o fa’ fà piccerillo, accussì traseva bbuono int’ ‘a cappelluccia. E prima di andare a giocare a pallone nella piazzetta, si fermano e ci mandano un bacio da dietro al vetro, a mio figlio.

Mo’ io chi sono, per togliere la foto sua da là dentro? Ci devo levare agli amici suoi ‘sto fatto d’ ‘o vvedè quanno vanno a pazzià ô pallone? No, ‘sto core nun ‘o tengo. Sì, è ‘na spada pe mme, a vedè tutt’ ‘e juorne a figlieme ca mme guarda da llà ddinto. Ma pe ll’ate, ll’aggi’ ‘a fa. Pe ll’ate. Nun c’ ‘o pozzo levà, Checco, a ll’amice suoje.

I’ si na matina nun tengo core d’ ‘o gguardà, passo annanze, mme ne fujo. E quanno voglio i’ a chiagnere, ma a chiagnere bbuono, mme ne vaco ô cimitero. Ma ll’amice suoje, addò vanno? Sulo ccà ‘o teneno, lloro. Sulo dint’ ‘o vico. E ccà add’ ‘a stà”.

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