Era de maggio – Elogio alla speranza

era de maggio
era de maggio

Raccontiamo le storie (inventate o reali, chi lo sa) dietro le canzoni classiche napoletane. E a volte anche le sensazioni che queste canzoni sanno trasmettere. Oggi riascoltiamo e rileggiamo Era de maggio, qui nella versione di Franco Battiato.

Il messaggio di Era de maggio

Chi è che, in fondo, definisce la normalità e che può, con assoluta certezza, catalogare la sofferenza o l’insofferenza? Chi è che può realmente valutare il peso di un sacrificio? Esistono concetti universali al mondo, oppure tutto resta incredibilmente relativo? Come se l’unico concetto oggettivo fosse che tutto è soggettivo.

La speranza, nella sua quintessenza, può forse rappresentare l’unico valore assoluto? A più elevati pensatori l’ardua sentenza. Passato il mese di aprile di quest’anno funesto mi piace pensare che sia così. È speranza di vita, speranza d’amore. Che poi il concetto d’amore sia diverso per ognuno di noi, che poi la vita sia diversa per tutti, son cose che non intaccano quel sentimento di speranza, di desiderio, uguale per tutti.

La speranza 

È opinione personale che la speranza dei ritorni sia più potente della speranza delle novità. Non per nostalgia, ma perché è molto più semplice fidarsi di ciò che si conosce, invece che fare affidamento sull’ignoto. Credo c’entri il meccanismo di autoprotezione che la nostra mente mette in atto contro la paura. Quando tutto sembra andare male, pare che l’unica sicurezza sia rintracciabile in un tempo ormai passato, un tempo in cui sapevamo di essere felici, un tempo che, se tornasse, metterebbe tutto a posto.

Ecco, quel tempo è il personale concetto di normalità – per qualcuno di felicità –, così fragile da poter essere distrutto in un momento, da una catastrofe, da una parola, da un gesto… dall’avvento della primavera. Nel mese di maggio di quest’anno funesto è strano pensarlo, ma è così.

La ferita di un addio resta, come è giusto che sia. Le conseguenze di un terremoto che sconvolge le persone internamente, e cambia i piani del mondo che le circonda, restano visibili. Ma la grandezza della vita su questo pianeta prevede che le ferite diventino cicatrici. Necessario a questo processo è un solo elemento, il più relativo di tutti: il tempo.

Il tempo

Basta che passi il tempo, che ci metta un giorno o un anno, e alla fine tutto può tornare. E, nella sempre più personale opinione, tutto ciò che torna non è mai andato via… è solo rimasto in un angolino, troppo debole per farsi spazio tra le macerie del terremoto, ma troppo forte per morire.

È così che torna un amore, così che torna la normalità, così che torna una vita che sembrava destinata a cambiare per sempre, così che finisce una sofferenza, un sacrificio, così che la speranza, finalmente, si materializza. È così che torna la pace. Non c’è momento migliore dell’evoluzione della speranza in realtà, dell’attimo esatto in cui si scopre di non dover più temere l’incubo della disillusione.

E se fosse ora quel momento? Il momento in cui la speranza del ritorno diventa realtà? E se accadesse a maggio? In questo anno funesto non resta che sperare, appunto, che sia così.

Testo canzone – Era de maggio (1885)

Musica di Mario Pasquale Costa – Testi di Salvatore Di Giacomo

Era de maggio e te cadéano ’nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.

Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantavamo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.

E diceva: “Core, core,
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse, io conto ll’ore.
Chisà quanno turnarraje”.

Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stongo ccá”.

E so’ turnato e mo, comm’a na vota,
cantammo ’nzieme lu mutivo antico.
Passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ’ammore vero no, nun vota vico.           

De te, bellezza mia, mme ’nnammuraje,
si t’allicuorde, ’nnanz’a la funtana.
Ll’acqua, llá dinto, nun se secca maje
e ferita d’ammore nun se sana.

Nun se sana. Ca sanata,
si se fosse, gioja mia,
’mmiez’a st’aria ’mbarzamata,
a guardarte io nun starría.

E te dico: “Core, core,
core mio, turnato io so’.
Torna maggio e torna ’ammore.
Fa’ de me chello che vuo’”.

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