sabato, 26 Set, 2020 Espresso napoletano

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Estate 2020, il timore di nuovi contagi. Intervista al Dott. Roberto Parrella dell’Ospedale Cotugno

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Una delle estati più insolite negli ultimi decenni, quella del 2020. A cavallo tra una primavera vissuta in chiusura, e un autunno ancora pieno di incognite. È ancora la fase 2 dell’emergenza Covid, eppure molti sembrano essere passati autonomamente ad una ‘fase 10’, oppure essere tornati a prima che una pandemia globale modificasse permanentemente le nostre abitudini. Assembramenti incontrollati, un uso ‘ballerino’ della mascherina nei mezzi pubblici (o indossata solo in presenza dei controllori), un’idea del tutto arbitraria del concetto di ‘distanziamento sociale’. E le conseguenze, purtroppo, si fanno sentire nei bollettini italiani e regionali, che registrano un aumento dei contagi e dei deceduti. A tal proposito, abbiamo intervistato il Dott. Roberto Parrella, direttore dell’ U.O.C. Malattie infettive ad indirizzo respiratorio presso l’Ospedale Cotugno di Napoli, uno tra i medici in prima linea nella lotta al virus.

Dott. Parrella, cosa sta succedendo in questi giorni?

“Purtroppo si stanno concretizzando tutti quelli che erano i possibili scenari dopo la riapertura. Noi siamo stati – dico noi, perché intendo po’ tutti quanti – bravissimi nella prima fase. Anche i ragazzi sono stati bravi a rimanere in casa. Con la riapertura, man mano è passato un messaggio probabilmente sbagliato, inteso come un ‘liberi tutti’, e soprattutto negli assembramenti che si stanno verificando tra i giovani, nelle occasioni più disparate, c’è il rischio che si possa diffondere il contagio. Questa è la nostra paura. Di nuovo si parla di feste, di assembramenti, di possibilità di trasmissione anche nei locali al chiuso. Purtroppo quello che sta mancando adesso è il rispetto di quelle norme a cui ci richiamiamo spesso, che sono norme semplici, come l’utilizzo della mascherina. Se andiamo in qualche locale vediamo che non c’è assolutamente questo rispetto. Se prendiamo mezzi pubblici, come gli aliscafi, di cui si parla in questi giorni, in alcune tratte vediamo che la mascherina si abbassa e si rialza soltanto se magari qualche controllore richiama all’ordine. A volte vediamo che le persone che vogliono rispettare questo consiglio vengono prese anche in giro.

Quale potrebbe essere una soluzione?

“Il buonsenso dovrebbe guidarci, basta guardare un po’ a quello che sta succedendo intorno a noi. Questa è una pandemia: il problema non si risolve soltanto a casa nostra. Quello dei viaggi e dell’importazione è un altro aspetto da considerare. Quindi mantenere almeno queste norme: la pulizia delle mani, la mascherina soprattutto nei luoghi pubblici e chiusi, lì dove è possibile mantenere un distanziamento. Queste sono le cose fondamentali”.

Durante questa pandemia il Cotugno è stato riconosciuto come eccellenza italiana, oltre che campana. Quali sono stati i suoi punti di forza?

“Il Cotugno, rispetto alle altre realtà, è una struttura che è abituata a fronteggiare le emergenze, soprattutto quelle infettivologiche. Questo significa che nel DNA, nelle vene della gente del Cotugno scorre proprio l’idea della prevenzione e della protezione verso i pericoli di questo tipo. In più, siamo stati abbastanza veloci e previdenti nell’attrezzare l’ospedale, perché nel momento in cui sono arrivate le prime notizie abbiamo rinverdito tutte quelle che sono le procedure di sorveglianza, portandole ad un livello superiore per garantire una maggiore sicurezza. Questa è stata la nostra forza iniziale: abbiamo fatto uno ‘scudo’ contro il virus, perché il virus non doveva entrare nell’ospedale. Il problema, la falla più grossa che alcuni organismi hanno mostrato è stata proprio questa: dare la possibilità al virus di entrare e fare danno nelle strutture ospedaliere. Questo non lo dovevamo permettere. Un altro punto di forza è stata la creazione di un bel team di medici, infermieri, sanitari, parasanitari e tutti quelli che in qualche modo dovevano partecipare. Abbiamo simulato delle realtà a rischio, abbiamo cominciato la formazione degli operatori per quanto riguarda la vestizione e la svestizione, due aspetti molto delicati, con possibilità di contagio. Simulando simulando abbiamo coinvolto tutti: dall’operatore sanitario all’operatore delle pulizie, all’operatore del sistema di vigilanza, che insieme ai sanificatori dovevano garantire la sicurezza dei percorsi, accompagnavano avanti e indietro i pazienti. Perché un altro aspetto da considerare è questo: esistono le linee guida, ma la strategia vincente è quella di riuscire a calare quelle linee guida nella realtà che si vive. Infine, un altro punto di forza del Cotugno è stato quello di aver creato un team multidisciplinare, perché questa era una patologia che aveva la problematica respiratoria – la polmonite interstiziale – come si sapeva dall’inizio, e quindi bisognava supportare i pazienti dal punto di vista ventilatorio, supportarli da un punto di vista infettivologico, perché si trattava di un nuovo virus, e poi avere dei sistema di allarme, di allerta, condiviso. Essendo un virus non conosciuto, non c’erano terapie acclarate e valorizzate, bisognava industriarsi ed entrare in sperimentazione clinica anche per avere a disposizione un maggior numero di farmaci. Ad esempio oggi è a disposizione il Remdesivir, che è uno dei farmaci utilizzati nella prima fase, e oggi risulta il farmaco autorizzato dall’Agenzia Europea dei Medicinali per il trattamento antivirale”.

Come hanno reagito i componenti più giovani del team?

“Nella prima fase della pandemia c’è stato un momento – forse il più difficile – in cui eravamo quelli che eravamo, e ci siamo in qualche modo trasformati in specialisti sul campo. Poi man mano, per fortuna c’è stata una direzione generale sanitaria che in qualche modo ci ha affiancato, supportato e incitato. La frase più frequente nelle mattinate in cui ci incontravamo per fare un po’ il punto della situazione era ‘ragazzi che vi serve?’. Grazie a questa apertura, sono stati chiamati anche i giovani, che si sono buttati letteralmente nella mischia. All’inizio la paura può prendere un po’ tutti quanti: ha preso i grandi, come i giovani, ma questi sono stati veramente preziosi, non si sono tirati indietro, supportati ovviamente da tutti quelli che erano gli anziani del gruppo. Sono stati formati, venivano da realtà completamente diverse o addirittura erano alla prima esperienza, e devo dire hanno risposto tutti in maniera brillante”.