sabato, 15 Ago, 2020 Espresso napoletano

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Fontana del Sebeto, ecco il suo significato

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Le origini delle più grandi civiltà della storia hanno da sempre assecondato i percorsi delle acque da cui erano bagnate ed è anche grazie alla ricchezza idrica ed al benessere da essa garantito che le primitive organizzazioni hanno lasciato il posto a società via via sempre più complesse. Se il Nilo ha dissetato l’Egitto ed il Tigri e l’Eufrate quella lingua di terra nota come Mezzaluna fertile, Napoli non è stata da meno: anzi, una fitta rete fluviale irrigava in passato l’eredità della Campania Felix nelle sue immediate adiacenze.

Nonostante i loro letti si siano progressivamente inabissati o prosciugati, molti dei fiumi giungevano sin dentro la città, garantendo una disponibilità di acque dolci particolarmente vantaggiosa agli occhi dei primi coloni greci provenienti dalla vicina Cuma. Era inoltre usanza già in altre parti della Magna Grecia erigere templi in onore delle principali divinità fluviali e l’esistenza di un vero e proprio culto in onore del Sebeto, così come il rinvenimento di monete datate tra il V ed il IV secolo a.C. recanti un’immagine della sua rappresentazione, lascia presupporre che si trattasse di uno dei principali fiumi.

Esso nasceva alle falde del Monte Somma ed attraversava buona parte dell’area vesuviana per poi tuffarsi in mare in corrispondenza di Palepolis, l’originario nucleo della città di Napoli, conservando lungo il proprio percorso un carattere per lo più impetuoso, da cui deriverebbe il suo nome arcaico Sepeithos, traducibile con “procedere con regime impetuoso”. Anche in questo caso la leggenda non ha mancato di tessere le fila di molteplici racconti intorno alla sua figura. Si narra, ad esempio, che dall’unione del giovane Sebeto e l’avvenente sirena Parthenope sia nata Sebetide, che insieme a Telone generò Ebalo, futuro re di Palepolis.

Eventi tellurici, il prosciugamento delle zone paludose orientali e, secondo alcune fonti, il terremoto del 1343, hanno causato la progressiva scomparsa del letto del fiume; tuttavia, il suo ricordo è rimasto vivo nell’immaginario collettivo a tal punto  da ispirare la realizzazione di una delle fontane più celebri della città.

fontana del sebeto

Nel 1635, il viceré spagnolo Emanuele Zunica y Fonseca conte di Monterey commissionò infatti una fontana da collocare in via Gigante, all’intersezione tra via Cesario Console e via Santa Lucia, sebbene la sua posizione attuale sia un’altra. Il progetto è per tradizione attribuito a Carlo Fanzago, figlio del più celebre Cosimo, ma il recente ritrovamento di documenti relativi all’opera sembrerebbe attribuire la genesi del disegno al padre, relegando la figura di Carlo a mero esecutore materiale della fontana.

La composizione si svolge interamente intorno alla personificazione del fiume Sebeto, qui ritratto nei panni di un vecchio ignudo disteso sul fianco destro e collocato al di sotto di un arco a tutto sesto ribassato all’interno di una conchiglia. Ai piedritti laterali si accostano invece due tritoni che reggono sulle proprie spalle altrettanti recipienti, detti “buccine”, da cui sgorga parte dell’acqua che alimenta la fontana. La medesima tripartizione si riflette poi nella parte sottostante dell’opera, articolata in tre vasche diversamente aggettanti rispetto la composizione superiore, che accolgono l’acqua proveniente sia dalle anfore dei tritoni sia dalle bocche fameliche di due mostri marini posti alla base del Sebeto. L’attacco a terra è invece garantito da un possente basamento in marmo e da un alto zoccolo in piperno, che sembra mediare il passaggio dal candore del marmo alla pietra lavica di cui sono rivestite le strade della città. La composizione è infine completata in alto dagli stemmi del re, del viceré e della città, mentre alle estremità laterali da due obelischi a sezione piramidale sormontati da un globo.

L’originaria collocazione della fontana prevedeva il suo inserimento all’interno di una nicchia ricavata nel muro di contenimento della discesa del Gigante, caratteristica che rendeva piatto il fondo dell’opera e la fontana inadatta ad essere ammirata da un punto di osservazione che non fosse quello frontale. La scelta di spostarla in Largo Sermoneta nel 1939 implicò dunque il ridisegno della parte posteriore, con l’aggiunta di una lapide marmorea che raccontasse la vicenda legata ai suoi spostamenti. L’operazione si è tuttavia rivelata particolarmente suggestiva alla luce della sua valenza paesaggistica. Volgendo le spalle alla città, infatti, lo scorcio che si presenta agli occhi dello spettatore è di ineguagliabile bellezza: come nei migliori quadri prodotti dal vedutismo di fine ‘800, l’arco centrale abbraccia in un’unica, grandiosa immagine una porzione di cielo e di terra, in cui una sottile, flebile ed ininterrotta linea d’orizzonte sembra essere l’unica a sancire la fine dell’uno e l’inizio dell’altro.

Appassionato e studente di architettura da un lato e rigoroso ordinatore di pensieri, frasi, parole dall’altro; eternamente proteso, dunque, verso la ricerca sia di forme che di parole atte ad una comunicazione visiva e letteraria efficace. Cultore del Bello e fervente credente nella sua capacità di ispirare azioni, educare gli animi e disegnare scenari fecondi anche laddove sembri non possano sussistere. La mia suggestione per Napoli? Niente di più che una sintesi del tutto personale di Architettura, Letteratura e Bellezza.