La macabra storia di Giuditta Guastamacchia, il ‘fantasma degli avvocati’ che si aggira tra le mura di Castel Capuano
Giuditta Guastamacchia era una donna bellissima e astuta, ma è passata alla storia per un omicidio terrificante, a causa del quale fu giustiziata nell’aprile del 1800 dalla Gran Corte della Vicaria che aveva sede nel tribunale di Castel Capuano.
Giuditta visse al tempo della Rivoluzione Napoletana, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, e rimase vedova da giovanissima, quando suo marito fu giustiziato per frode al regno, con un bambino piccolo da accudire e pochi spiccioli in tasca. Suo padre allora, nell’impossibilità di occuparsi di sua figlia e suo nipote, decise di portarla nel Convento di Sant’Antonio alla Vicaria. Proprio all’interno del convento iniziò la storia che avrebbe portato alla condanna della giovane donna: nacque, infatti, tra Giuditta e Don Stefano D’Aniello una storia d’amore proibito.
Per nascondere la loro relazione, ed evitare che le voci corressero lungo i vicoli di Napoli, il prete finse di essere uno zio della ragazza, e la diede in sposa a un suo nipote che arrivava da Bari. Per molto tempo la relazione clandestina proseguì indisturbata, ma poi il giovane sposo capì tutto e decise di lasciare Napoli e tornare in Puglia, non prima di aver denunciato i due adulteri.
Il triste epilogo
Il rischio che tutti venissero a conoscenza dell’inganno era troppo grosso, e così la stessa Giuditta escogitò un macabro piano per uccidere il marito. Attirò nuovamente in casa il povero malcapitato con la scusa di una riappacificazione e poi, aiutata da suo padre e due bizzarri complici (un barbiere e un chirurgo), lo strangolò. Per evitare che qualcuno riconoscesse il corpo, intervenne il chirurgo e lo tagliò a pezzetti così da sbarazzarsene facilmente nelle campagne.
Il malefico piano, però, fallì: le guardie reali fermarono il barbiere proprio mentre si liberava dei pezzi del giovane ragazzo e lui, interrogato, confessò tutto. Giuditta, suo padre e il prete provarono a scappare ma la fuga terminò a Capodichino. Il processo fu breve e furono tutti condannati alla forca, a eccezione del prete che se la cavò con un ergastolo per il fatto di non aver partecipato materialmente al delitto, pur avendovi assistito.
Giuditta, considerata “la mente” del piano, ebbe doppia punizione: dopo l’impiccagione, la sua testa e le sue mani furono amputate ed esposte sulle mura della Vicaria, come una sorta di monito.
Si narra che da quel momento l’anima di Giuditta non abbia mai trovato pace, e che vaghi in cerca di assoluzione tra le stanze di Castel Capuano, mostrandosi ogni anno nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua morte, il 19 aprile. Proprio per questo motivo è nota come “Fantasma degli avvocati”.
Il cranio di Giuditta Guastamacchia, assieme a quello dei suoi tre complici, è oggi conservato presso il Museo Anatomico dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.


