Giuseppe Cioffi: una vita per la giustizia

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Giuseppe Cioffi ha appena concluso l’esperienza di Presidente del nuovo Tribunale di Napoli Nord, importante tappa di una lunga carriera nella magistratura che lo ha portato a ricoprire funzioni apicali. In attesa di una nuova sfida professionale si racconta a l’Espresso napoletano.

Dottor Cioffi, ripercorriamo insieme il suo percorso in magistratura?
Il mio percorso nel mondo del diritto è cominciato come avvocato, tra l’altro specializzato in ambito civile e del lavoro. La mia passione per il diritto non mi fece mai davvero abbandonare gli studi. Proseguii infatti ad interessarmi di tutte le materie, questa mia passione, unita all’amicizia con alcuni colleghi che stavano preparando il concorso in magistratura mi spinse ad iscrivermi all’esame. Lo andai a sostenere un po’ sportivamente.

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Andò bene…
Sì e l’inizio fu davvero formativo. Fui uditore alla Pretura Mandamentale di Marano. Arrivai in pretura l’anno della riforma. Di fatto le preture diventavano davvero fondamentali all’interno dell’architettura giuridica, ampliando di molto le loro competenze soprattutto nel campo del penale. Il pretore poteva emettere condanne oltre i 20 anni; capirà bene la responsabilità che avevamo. Le preture erano inoltre vere e proprie sentinelle sul territorio, e quindi eccellenti palestre per chi cominciava. In quegli anni, poi, stiamo parlando della metà degli anni ’80, la guerra di camorra era in una fase feroce. A Marano, feudo dei Nuvoletta, si riunivano i nostri criminali con la cupola mafiosa siciliana. Incominciava infine la grande aggressione all’ambiente, che si configurava sia con il cemento selvaggio, camuffato da esigenze per il post-terremoto sia con la questione dei rifiuti. In tale ambito io fui, con pochi colleghi, tra i primi a fare processi su quella che si è poi rivelata essere quell’immane tragedia che è per l’appunto la terra dei fuochi. Ed è anche grazie a quella primissima esperienza, e poi alla conoscenza del territorio come presidente del Tribunale di Marano, che sono stato nominato, oggi, coordinatore del comitato di proposta e valutazione per la terra dei fuochi, che raccoglie persone delle istituzioni e professionisti che cercano soluzioni ottimali per ridare un futuro al territorio.

terra dei fuochi

Un territorio non sempre aiutato dagli enti pubblici che si sono susseguiti negli anni.
No anzi, pensi alle migliaia di metri cubi dell’agro-giuglianese venuti su senza criterio e spesso senza una visione prospettica edilizia. Beh, in quel caso gli enti certamente hanno contribuito ad arretrare il territorio, generando quella situazione di precarietà anche estetica che spesso è prodromica di una maggiore attitudine criminale. Dal brutto, dal disordinato, dal precario non nasce quasi mai nulla di buono.

A un certo punto della sua carriera si è però allontanato da quei territori e dal “campo”.
Dopo Marano sono arrivato a Napoli e dopo qualche anno come presidente di collegio della prima sezione penale e poi della sesta sono stato, nel 2006, chiamato a Roma al Ministero nella commissione per l’esame di uditore giudiziario. Nel 2011 poi sono passato alla Commissione Parlamentare Antimafia, un’esperienza eccezionale e in qualche modo unica nel suo genere. La nostra commissione è stata infatti quella che ha affrontato in sede politica e giudiziaria la “trattativa Stato-mafia”.

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Uno dei momenti più scuri degli ultimi anni.
Assolutamente, un capitolo della nostra storia che è rimasto denso di ombre, che calate sulle istituzioni le hanno indebolite. È evidente, infatti, che ci sono state diverse situazioni poco edificanti per l’apparato pubblico. Il periodo dello stragismo mafioso è stato complesso, e irto di incertezze, se si voleva affrontare la questione con l’intelligence, beh tutta questa intelligence non c’è stata, se la si voleva affrontare con le armi della politica, anche questa tattica non è risultata vincente. Si è allora deciso di agire con la normazione, con la forza, con le leggi specifiche; questo indubbiamente ha sortito effetti, contribuendo all’erosione interna delle mafia e alla sua spaccatura tra chi voleva perseverare in questa folle rotta e chi invece voleva desistere.

Arriviamo alla presidenza del tribunale di Napoli Nord, ne ha seguito la nascita e da poco ha passato le consegne.
Napoli Nord è un Tribunale nuovo e per certi versi innovativo, che insiste in un territorio con la più alta densità criminale al mondo. La nascita è stata non certo semplice, con polemiche che sono sorte perché da alcuni è stata vista come una decisione unidirezionale, non si sono forse interpellati tutti. Sa però meglio di me che alle volte un po’ di decisionismo è fondamentale, se questa spinta iniziale non fosse stata determinatissima credo che il Tribunale di Napoli Nord non avrebbe visto la luce. Sarebbe stato un peccato; la scelta è stata giusta e opportuna, era, ed è, fondamentale decongestionare il tribunale di Napoli che è oramai mastodontico. Ora è necessario procedere nella vita di questo tribunale con la stessa volontà che è stata impiegata per farlo nascere. Se il livello di tensione si mantiene alto l’operato di questo tribunale potrà essere dirompente, fino a diventare un modello per gli altri in termini di innovazione e tecnologie, insomma un faro per il futuro.

tribunale di napoli nord

Quali devono essere, allora, i prossimi passi che deve compiere la giustizia e la magistratura, in che modo deve affrontare il futuro?
Non parliamo di giustizia: parliamo di apparato giudiziario, che comprende tutti i professionisti, dalla magistratura all’avvocatura fino agli ufficiali giudiziari. Bene, c’è certamente bisogno di un maggiore dialogo e certamente di maggiore velocità, abolendo tutte quelle farraginosità che non solo disaffezionano i cittadini dal potere giudiziario, ma allontanano anche eventuali investitori stranieri terrorizzati dai tempi lunghissimi dei processi. Dobbiamo investire nella tecnologia, nell’informatizzazione, nelle videoconferenze. Inoltre certamente andrebbero rivisti, i tre gradi di giudizio, l’obbligatorietà dell’azione penale e la prescrizione. Da noi ad esempio un detenuto condannato ha tutto l’interesse a proporre prima appello e poi addirittura adire la Cassazione: spera che le lungaggini facciano scattare la prescrizione o che addirittura le sentenze di primo grado siano riformate in meglio o totalmente ribaltate. Il nuovo codice di procedura penale è in qualche modo un modello fallito; non è infatti riuscito a far entrare a regime il patteggiamento, praticamente mai richiesto, proprio perché nessuno patteggia sapendo che con i tre gradi può usufruire della prescrizione o di una assoluzione inattesa o di una qualche amnistia o indulto.

Come vede invece il suo futuro?
Sono legato molto alla mia terra, moltissimo, tanto che appena ho potuto sono tornato ed ho anche rifiutato ad alcuni incarichi per non allontanarmi troppo. Quindi se teoricamente la mia naturale evoluzione sarebbe la Cassazione, non è detto che non decida di rimanere qui per mettere al servizio dei miei concittadini la mia esperienza, contribuendo in questo modo fattivamente ad una rinascita in cui credo, in cui tutti noi dobbiamo credere.

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