I bambini: la novella degli scugnizzi in strada

La novella è una forma letteraria capace di catturare un’istantanea sul mondo ancora prima della fotografia, raccoglie la potenza dell’oralità e diventa uno strumento di racconto, canto, condivisione. Questo accade nella storia I bambini di Salvatore Di Giacomo dove Napoli si lascia dipingere dalle descrizioni di un novelliere nato e vissuto in questa città dal 1860 al 1934 e che è stato anche poeta, saggista e drammaturgo italiano.

I bambini, la struttura e il nome di Peppino

Nelle Novelle napolitane, pubblicate alla fine dell’Ottocento, lo scrittore porta sulla scena narrativa i monellucci di Napoli. Bimbe e bimbi che vivono la città con furbizia, si guardano attorno e parlano come adulti. Insomma, Di Giacomo sta parlando degli scugnizzi, con le loro capacità di arrangiarsi non sempre con fare onesto, gente di strada che conosce bene la sua città.

Il racconto è diviso in due parti controverse, molto brevi tra loro. Entrambe sono legate dal nome Peppino. Nella prima parte, il bambino fa riverenze a Malia, una ragazzina di appena dodici anni che si lascia offrire i ceci cotti, gli confessa che presto diventerà sarta e che poi, a lui, le camicie stirate non gliele avrebbe fatte pagare. Uno scambio di battute che sa di altri tempi mentre le carrozze passano vicine e si apprezza il languore della gioventù. Osservano il mondo e imparano a starci. Come fa anche Peppina, la protagonista della seconda metà, che assieme alle sorelle si macchia con il succo di ciliegia per simulare una ferita. Così racimola pochi spicci, dalle vetrine «contempla lungamente» i giocattoli e in un passaggio, ingabbiato dall’infanzia e dai grandi sogni, «se ne andava piena di desiderii» nella città del rumore e delle lunghe attese.

La Napoli raccontata è il teatro degli scugnizzi

Scrivere novelle è l’arte di chi attraversa, a Napoli, cento strade diverse e incontra altrettanti spiriti nuovi. Le parole percorrono i vicoli della città e prendono forma, in poche pagine, facce conosciute, case viste di sfuggita. Nomi, nomignoli e contro-nomi passano da una generazione all’altra: Giovanni il lustrascarpe, Malia e i suoi fratellini. Carmela, Rosellina e Peppina.

Ne I bambini, Piazza Dante e la Piazza del Porto fanno da sfondo a un incontro tra ragazzetti di tutte le età che si scrutano da lontano e sentono il tepore del sole, «ove tutto era giallo». È un’affacciata di finestra tra la confusione delle belle giornate in cui Di Giacomo utilizza gli occhi dei più piccoli perché è lì che crescono i mestieri, si impara a campare e si diventa grandi per imitazione.

All’angolo di Piazza Dante, dove oggi c’è posto per il chiosco di bevande e frutta, nel racconto invece i bambini sono attratti dai ceci arrosto e poi, di nuovo, salendo via San Marco, si scontrano nel gran banco della sorbetteria. Infine, ecco Peppina che urla al marinaro russo “Carasciò!” che significa tutto a posto e sì, per loro davvero lo è finché il riso non diventa consapevolezza e fin quando ci sarà spazio per il gioco.

Dal testo

« – Ricordatevi la promessa! – gli gridò dietro Malia.
Egli accennò di sì col capo, galoppando per trovarsi in tempo allo sportello, con le ali del soprabito che svolazzavano. Malia si fece innanzi sul marciapiedi, per vederlo passare. Il servitorello, seduto in serpa accosto al grosso cocchiere tutto serio, la salutò con un lungo sorriso. Ella tenne dietro con lo sguardo alla carrozza che s’allontanava, sino a quando, nel lontano, sparve. Per via il piccino chiese alla sorella: – Chi è quel signore?
Malia gli strinse il braccio con un’aria circospetta e maliziosa, e gli ammiccò, coll’indice sulle labbra. Il marmocchio non capì, ma fu contento della risposta silenziosa. Si rimise a rosicchiare i ceci, trascinando la cannuccia. Malia andava innanzi di due passi, la testa alta, tutta compresa dell’idillio. Gli occhi grandi, attraverso alla frangetta, ridevano».

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