sabato, 18 Set, 2021 Espresso napoletano

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I custodi dell’imperatore: l’esercito di terracotta a Napoli

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Chissà quante volte, camminando per le chiese italiane affollate di tombe, sarà capitato d’incuriosirci davanti alla comunissima presenza di cagnolini accucciati sotto i piedi di cavalieri medievali. Al di là della tenerezza suscitata dall’idea, essi avevano la funzione simbolica di custodi del sepolcro e del riposo eterno del loro padrone. Un’idea antichissima, di sussistenza nell’oltretomba, che ha indotto le civiltà più disparate, nei millenni, a corredare dell’indispensabile i tumuli dei loro congiunti. C’è chi ha fatto, però, le cose da guinness dei primati.

Si tratta di Qin a Xi’an, primo imperatore della Cina nel III secolo a.C., che volle per sé l’intero suo esercito, letteralmente sdoppiato nella terracotta. La raffinatezza della cultura cinese del tempo (che deve il nome Cina probabilmente allo stesso Qin) quando Roma era ancora lontana dall’impero, permetteva già il superamento dell’antico uso tribale di seppellire (viva) la famiglia di nobili defunti, ma al costo dello sforzo titanico di un insieme di oltre settecentomila operai che realizzarono, dall’ascesa di Qin a 13 anni, fino alla sua morte, ad appena 49, un esercito di ben ottomila pezzi.

Le porte dell’eternità dovettero tremare innanzi all’arrivo dell’imperatore. La mostra, felice esempio di connubio tra tecnologia e didattica, è divisa in alcune sommarie sezioni tematiche. La prima introduce al contesto storico e alla realtà politica cinese del tempo, così come agli esordi del sito archeologico, con l’occasionale scoperta da parte del contadino Yang Zhifa nel 1974, intento a scavare un pozzo – e l’attenzione dedicata ad un contadino, con tanto di video-intervista, la dice lunga sull’idea di “massa” della cultura orientale, rispetto all’individualismo occidentale, che avrebbe piuttosto ricordato i nomi dei primi archeologi addentrativisi.

Fin dalla prima sezione, la premessa agli oggetti in esposizione è chiara: si tratta unicamente di riproduzioni. E se la cosa sembra in qualche modo riduttiva della mostra (paradossalmente, è più prestigioso il contenitore della mostra, la chiesa dello Spirito Santo, che non la mostra stessa) lo è per costrizione: fin dalla scoperta del sito, le autorità cinesi sono state sempre contrarie alle esportazioni da quella che è un’area archeologica coerente, ancora in gran parte da scavare, ad elevatissimo rischio e composta di materiali fittili concepiti solo per durare lungamente interrati.

La seconda sezione è dedicata al processo di produzione delle statue, con una descrizione per modelli scultorei, pannelli, video e fotografie estremamente accurata. La sezione insiste molto, ad un tempo, sull’enormità dell’opera così come sulle particolari fatture dei soldati, di cui si evidenzia la minuta caratterizzazione personale. Uomini e non numeri. Il processo illustra l’assemblaggio di sette parti fondamentali del corpo, partendo da una matrice comune, passando poi per la rifinitura delle individualità nelle acconciature, nelle armature e nel volto, per ultimare con la cottura e la verniciatura a colori squillanti.

La terza sezione è dedicata alla necropoli, cioè l’intero distretto sepolcrale di Xi’an. Peccato però che la Pompei dello Shaanxi sia qui rappresentata più da pannelli che da reperti, eccezion fatta per la splendida riproduzione in scala 1:1 del carro da guerra bronzeo. La successiva sezione ancora è dedicata all’organizzazione dell’esercito, con un campione di soldati schierati esattamente come rinvenuti, e con una stavolta bilanciata presenza di pannelli e reperti, da cui è possibile farsi un’idea più che adeguata sulle tipologie di militi, dotazioni e corredi bellici del tempo, con particolare curiosità per le armi dei soldati di terracotta, che gli archeologi reputano essere state tutte invece reali.

Nella medesima sezione è ospitata un’insolita e perciò lodevole pannellistica dedicata al ‘dietro le quinte’ di un lavoro archeologico: le tecniche di conservazione, il restauro (financo addentrandosi nei suoi strumenti e componenti chimici), l’inventariazione, la fotografia e l’archiviazione. L’ultima sezione però spicca decisamente sul resto: una vera e propria cavea allestita nella navata della chiesa, che riproduce in ogni suo pezzo la “fossa 1” del complesso, con uno scenico e utile gioco di luci accompagnato ad un audio, che illustra le differenziazioni di soldati, l’impiego di carri e cavalli, il riflesso dei ranghi militari nelle uniformi, ed insomma legge globalmente questo ancora in parte sconosciuto monumento.

Resta, sì, la questione delle riproduzioni, poco digeribile in una Napoli dal patrimonio storico-artistico sterminato. Ma se le restrizioni tecniche e legali al trasporto degli originali sono forti (e condivisibili) la soluzione tecnica delle riproduzioni d’alto profilo, mista ad un uso non spettacolarizzato della tecnologia museologica, lascia intatta questa occasione conoscitiva di una Cina lontana, dando ad appassionati e non lo slancio necessario ad approfondire l’archeologia orientale, senza gli ovvi fardelli dello specialista, ma senza nemmeno le banalità di un luna-park.

 

L’esercito di terracotta ed il primo imperatore cinese
Napoli, Via Toledo 402, Basilica dello Spirito Santo
dal 24 ottobre al 28 gennaio 2018
Lun-Dom 10:00-20:00
Info: https://www.facebook.com/esercitoditerracottamostra/
https://www.esercitoditerracotta.it