Il babà napoletano: la “pizza dolce” di Napoli

il babà
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foto da Wikipedia

Il babà è talmente “rappresentativo” della città di Napoli, nel mondo, che potremmo accostarlo alla pizza, per fama e…bontà

Come tante delizie, dolci o salate, che “mandano in paradiso” il palato dei napoletani, anche il babà è una specialità che si gode prima nel pronunciarne il nome e poi nel mangiarla. Ba-bà, semplicissimo. Come le prime sillabe che pronuncia il neonato, poichè la “b” o la “m” sono le consonanti che più facilmente può “costruire”.

Il babà: medicina dei napoletani

Quando in pasticceria si chiede un babà, si ritorna bambini, nel momento stesso in cui lo si ordina al cassiere, e poi al banco. Dietro la vetrina, forse, ‘o guaglione che ci sta servendo ci fissa con la coda dell’occhio, curioso di incontrare il nostro sguardo: lo sguardo di qualcuno che in quel momento confessa il proprio bisogno di tenerezza. Sì…semplicemente ordinando un babà.

Origini del termine

Vogliamo iniziare la breve carrellata di ipotesi sull’origine linguistica del babà da quello che in genere è considerato un percorso “alternativo”, cioè un po’ meno probabile. Si tratta però di un’etimologia molto suggestiva. Il dolce deriverebbe il suo nome e la sua forma dai copricapi dei dignitari ottomani (chiamati baba) che sfilavano nei coloratissimi cortei che seguivano, come in processione, l’ingresso in città di ogni nuovo ambasciatore dell’Impero orientale, in mezzo agli sguardi curiosi del popolo napoletano.

Però la “storia” più plausibile è quella che fa risalire l’invenzione stessa del babà ad un’avventurosa vicenda di “pasticceria reale”: il Re di Polonia Stanislao Leszczyński (1677-1766), molto goloso, nonché “creativo” per ciò che riguardava l’arte culinaria, non potendo gustare un tipo di torta lievitata chiamata babka (a causa di seri problemi ai denti), non si arrese facilmente all’idea di rinunciarvi. Bagnò, allora, la babka, non in una qualsiasi soluzione alcolica, ma in uno dei vini più famosi al mondo, il tokaj.

La figlia del sovrano polacco, Maria Leszczyński, portò in Francia il dolce, facendosi seguire dal pasticciere di corte in occasione delle proprie nozze con Luigi XV. A questo punto da Parigi a Napoli, entrambe grandi capitali europee, il passo era breve.

Il dolce trova casa a Napoli. La babà-terapia

Il babà giunse nella città partenopea attraverso la sposa di Ferdinando IV di Borbone, Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta di Francia. Maria Carolina, a quanto pare, inaugurò una vera “autostrada culinaria” che “correva” tra Parigi e Napoli, sfruttando la “posizione” della sorella in Francia. Carolina portò a Napoli il meglio delle “invenzioni” degli chef, e fece migrare in Napoli non solo il babà, ma anche il “gattò”, lo “sciù” (detti alla napoletana)…

Inutile ribadire che per ognuna di queste pietanze potremmo “metter su” un mito simile ad una “gustosa Odissea”: a Napoli queste prelibatezze hanno toccato le rive della propria Itaca. Il babà, poi, come dicevamo, è pura voglia di tenerezza. Cantava bene Marisa Laurito: “Il babà è come il ciucciotto, la coperta di Linùs” – cioè l’oggetto transizionale che consente di abbandonare il seno materno -. A Napoli abbiamo bisogno di “svezzarci” ogni giorno, affondando la faccia nelle nostre artigianali dolcezze.

Il cibo e la lingua napoletana: i modi di dire. Esempi

Il napoletano utilizza volentieri la “metafora culinaria” per esprimere una infinità di cose della vita, dai sentimenti al carattere delle persone, fino alle situazioni “sociali”. Noi napoletani abbiamo sempre il cibo “sotto agli occhi”, là, come apparecchiato su di una tavola, pronto per essere usato per farci capire da tutti. Anzitutto tra noi napoletani stessi, in verità.

Dunque, ad esempio, di un matrimonio che comincia a mostrare crepe e segni di incrinature nel rapporto tra coniugi, si dice, con ironia e una punta di amarezza: “si ‘o mellone è asciuto ianco, tu cu chi t’ ‘a vuo’ piglià?”. Il riferimento è al cocomero, o ad un altro tipo di melone, che finchè non si “ferisce” col coltello non rivelerà mai se il suo colore è vivace, il che vuol dire che la polpa è succulenta, o, al contrario, se la sua tinta è sbiadita, il che lo fa sciapo e senza dolcezza.

La metafora del “dolce”

Ancora, volendo aggiungere un altro esempio, si dirà che ‘a capa è ‘na sfoglia ‘e cipolla, volendo intendere che la nostra psiche ha infiniti strati. (I napoletani sono sempre stati “psicologi”!). Ora, dire ad una persona: “sì nu babà!” equivale a fargli un bel complimento, perché significa che il destinatario dell’“accostamento” è di indole buona, dolce, disponibile, gioviale.

Anche un “oggetto” può essere nu babà, quando si tratta di qualcosa di gradevole esteticamente (persino un paesaggio) o ben funzionante (che so, una macchinetta per il caffè), in quanto “non dà problemi”, è semplice da utilizzare, e dunque lascia sereni e non stressa. D’altronde, aggiungeva Marisa Laurito: “se volete un anti-stress, accatateve ‘o babà”.

 

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