Il Castello di Limatola: il maniero “delle donne”

Castello di Limatola
Castello di Limatola

Il Castello di Limatola prorompe, superbo, dall’abitato del comune in provincia di Benevento. Quando c’è nebbia, la “visione” del castello pare trasportarci in atmosfere fantasy

“Limatola” è una denominazione che proviene dal latino “limus”, che sta per fango, mota, o comunque sabbia. Probabilmente la zona su cui sorse, poi, il paese, era letteralmente “limacciosa”, dunque anche impervia da attraversare, perché non “spianata”. Però il “prodigio” di rendere la terra fertile e coltivabile lo fecero le acque del fiume Volturno, nella cui valle sorge attualmente il Castello di Limatola.

Il Castello di Limatola e il Volturno

Altri studiosi propongono un’etimologia diversa del nome del Comune: “limatus” starebbe proprio per “levigato” dall’azione del fiume. In ogni caso, la “vicenda” geografica del posto è la stessa. Immaginiamo un “lago” di nebbie e sabbie mobili -per rimanere in ottica “fantasy” – che l’azione delle acque pure del fiume rende un alveo di paradiso. A questo punto può cominciare la “storia umana” del Borgo, la millenaria avventura di ogni comunità che elegge un luogo per stanziarvi. Grazie alla forza del fiume, prendeva forma anche la storia del Castello di Limatola – come sempre, nella vicenda umana, l’acqua arriva prima dell’uomo, e prepara ad esso un posto -.

Limatola nella storia

Il paese di Limatola possiede una storia ricca ed intensa, che è documentata dettagliatamente già nell’altissimo medioevo. Parliamo, quindi, dei primi secoli dopo il 476 d.C., data che coincide con la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Da quegli anni turbolenti e politicamente confusi ogni paese era chiamato, in qualche modo, a “portarsi fuori” dalla crisi. Per “sopravvivere”, se non altro, all’assenza di una protezione militare forte.

Anche per Limatola la fine di un’istituzione politica ultrasecolare come l’Impero portò interrogativi, paure, dubbi. Ma il Castello di Limatola è lì ad affermarci che qualcuno, in mezzo a quelle montagne, prese in mano lo “scettro della situazione” e si propose come “guida” del popolo.

Limatola, come gli storici ci indicano, in quegli anni difficili fu presidio militare del Principato di Capua. Poi inizia un elenco lunghissimo di famiglie, casate nobiliari, che si susseguono nella “proprietà” del Borgo. Ed è sempre, se ci è concesso usare il termine, “piacevole” scorrere i “nomi” che si alternano alla guida di una comunità, e dunque anche nel possesso di una fortezza come il “nostro” Castello. Il motivo è che tantissime di queste “casate” le ritroviamo nella toponomastica delle strade cittadine, ma anche nei cognomi di nostri amici, nelle origini lontane di nostri parenti. E anche nella denominazione di tanti palazzi dei centri storici. La storia è qui, nel presente.

Chi ci guarda dall’alto delle torri?

Dall’epoca del dominio dei Longobardi fino all’Unità d’Italia, il Castello conobbe inquilini diversissimi. Uno dopo l’altro, ebbero il privilegio di abitare in questo straordinario maniero i Lauro – un ramo cadetto dei Sanseverino – , poi i Della Ratta (secolo XV), e i Gambacorta (sec. XVI-XVII). A partire dall’epoca dei Borbone, ad entrare nella grande costruzione turrita furono i Mastelloni, poi i D’Aquino e i Carafa.

Come notiamo immediatamente, la storia di Napoli è transitata ne corridoi freddi, illuminati dalle fiaccole, del Castello di Limatola. Lauro, Sanseverino, Carafa… Chissà quanti di loro, per provenienza o attraverso parentele, avevano dimorato all’ombra del Vesuvio. E magari qualcuno di essi, al crepuscolo, dai finestroni del Castello, nel silenzio assoluto della valle del Volturno, fissando l’imponente monte Taburno, ricordava la forma del nostro vulcano. E pensava che esso era diverso da tutte le altre montagne.

Il Castello e le sue matrone

È singolare, ricostruendo la storia del Castello, constatare quante di quelle donne energiche, potenti, influenti, abbiano vissuto proprio qui, tra il monte, il fiume e le nebbie. Esse erano un’eccezione nei secoli patriarcali a cui ci siamo riferiti. Val la pena, ovviamene, citarle.

Margherita di Tucziaco era una cugina carissima di Carlo I d’Angiò. Parliamo, dunque, della seconda metà del 1200, quando gli Angioini succedono agli Svevi sul trono del Regno di Sicilia (e su Napoli). Erano ancora “fresche” le vicende della morte di Manfredi di Svevia e, poi, di quella di Corradino, in piazza Mercato. Una volta saldo sul trono, Carlo I scelse di farsi coadiuvare, tra gli altri, nel governo dell’immenso territorio del Regno, da alcuni cugini, esponenti dunque della sua stessa casata. Alla cugina Margherita, alla quale era affezionatissimo, “regalò” l’imponente Castello di Limatola, nel quale lui stesso fu, spesso, ospite.

“Regalare”, in realtà, voleva dire caricare di una “responsabilità di governo”, se possiamo esprimerci così. Non era semplice gestire la vita di quelle “città” vere e proprie che erano i Castelli. Essi, tra l’altro, avevano un’importanza strategica militare. Per questo, prima, parlavamo di donne che si sono conquistate, con le loro straordinarie capacità, ruoli “virili” che hanno poi portato avanti con forza e, come si direbbe oggi, “competenza”. Il Castello, grazie a Margherita, giovò di una importante ristrutturazione, nel 1277. E la bellissima fontana che porta il nome della Tucziaco fu, chiaramente, pensata e voluta da Margherita stessa.

La fontana consiste in una costruzione in pietra molto particolare, con al centro un volto di leonessa da cui sgorga un getto forte e purissimo. Ma la fontana non è solo questo: essa è un prodigio architettonico di grandi dimensioni, comprendente un abbeveratoio per animali e vari lavatoi amplissimi. Il tutto per un effetto “globale” di un insieme di cascate grandi e piccole, che creano un colpo d’occhio splendido.

Altre donne del Castello

Un altro dei nomi femminili di rilievo che sono legati alla permanenza nel Castello, a Limatola, è quello di Anna Gambacorta, a quanto pare famosa per la sua bellezza ed il suo portamento. Ella fu scelta dall’umanista e mecenate Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona – parliamo dell’epoca rinascimentale – per darla in sposa a suo nipote Giulio Antonio.

Ma una figura davvero straordinaria, che portò enorme lustro al Castello e al Borgo, fu quella di Aurelia D’Este. Figlia di Sigismondo III d’Este, a soli ventitré anni, di passaggio a Roma, fu ammessa all’Accademia dell’Arcadia. Era la trentunesima pastorella d’Arcadia, dato che ci fa comprendere quanto poche (ancorché, però, presenti!) fossero le donne nelle “associazioni culturali” sparse lungo tutta la penisola. Aurelia era coltissima.

Successivamente fu introdotta anche nell’Accademia degli Innominati, in Piemonte. Il suo nome da “accademica”, qui, fu Concentrata. Immaginiamo il suo viso assorto, che fissa, oltre il visibile, i misteri della scienza.

Anche questa grande intellettuale calcò le pietre del Castello, lo abitò, lo amò. Aveva sposato, a Napoli,  proprio un Gambacorta, l’ultimo Duca di Limatola. Aurelia probabilmente amò anche Napoli, e proprio nella nostra città terminò i suoi giorni, senza che il matrimonio le avesse regalato dei figli.

Ma forse Aurelia, nelle notti fredde del Castello, con la suggestione del vento e delle fiaccole danzanti nella brezza, aveva “consumato” la propria vita nelle letture e nella ricerca della sapienza. Lasciando al mondo, dunque, un’eredità diversa. Forse il Castello sembrò vuoto, negli anni a venire, senza il fruscìo di stoffa preziosa nell’incedere dolce di queste donne così “moderne”, assorte nei loro pensieri, nei loro progetti.

 

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on telegram

La nostra rivista
La nostra
rivista
L’Espresso Napoletano diffonde quella Napoli ricca di storia, cultura, misteri, gioia e tradizione che rendono la città speciale e unico al mondo!

SCELTI PER TE