lunedì, 10 Ago, 2020 Espresso napoletano

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Il coraggio e l’orgoglio delle lacrime

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Il buio ed il silenzio la fanno da padroni. Laggiù, fiero, si staglia il Tempio di Nettuno, all’interno della “città” di Paestum, ove nulla e nessuno vive il peso di gravità e ove, la luna ed il sole spesso si prendono per mano, tuffandosi nel mare magnogreco in cui il Tempo e lo Spazio, surreali, vivono di luce e di tenebre senza soluzione di continuità.

Lì, limpide, coraggiose, ci sembra già di vivere “Le lacrime di Pericle”: quelle lacrime di un Uomo che, nella pièce teatrale, rivela la sua dimensione umana ante litteram, a dimostrazione che, appunto, oltre tempo e spazio, nessuna dimensione sociale, culturale, storica, può condizionare l’interiorità di un essere umano.

“Se questo è un uomo”, però, come scriveva Primo Levi, rivivendo l’internamento ad Auschwitz : se non esiste questa forte dimensione umana, più forte di ogni pregiudizio o compromesso, è difficile che le lacrime sgorghino dagli occhi di colui che, per antonomasia, viene visto soltanto come un capo, forte e senza emozioni.

Sabato 6 settembre, alle 21 e 15, nel mese dai colori-non colori, più pestani che mai, accennati, ove la materia dei Templi, il calcare, li indora e li modella, per la prima volta ”Le lacrime di Pericle” sarà rappresentato, inedito, nello spazio antistante il Tempio di Nettuno, metà del V secolo a.C. circa.

Lo spettacolo – o la vita? – nasce dalla collaborazione tra Marina Cipriani, Direttore del Museo e degli Scavi di Paestum, che ne ha avuto l’idea e ne ha suggerito i contenuti, e Sarah Falanga, attrice e direttrice dell’Accademia teatrale Magna Grecia di Paestum, che ne ha scritto il copione e curato la messa in scena.

Marina Cipriani sarah falanga

Fondamentale è l’angolazione da cui è visto Pericle, quella intimistica.

Molti, o tutti, conoscono Pericle come colui che guidò per oltre trent’anni, dal 461 al 429 a.C., il partito democratico e la politica ateniese; altri legano la sua figura allo scoppio della sanguinosa e lunga guerra del Peloponneso che oppose la sua città a Sparta, ma i più lo ricordano come colui che rese bella Atene, fu amico di Fidia e fece realizzare il Partenone.

Nella pièce, tra le righe, certo, si evince questa dimensione, insieme con quella del suo regime che, come ha scritto lo storico Luciano Canfora, era stato, in realtà, una “democrazia solo a parole”, ma ciò che il pubblico “sentirà” maggiormente è la sua dimensione umana, la più intima, quella rivelata dalle sue lacrime. Oggi, in casi simili, se non celate o dimenticate, almeno desuete.

Pericle piange soltanto due volte nella sua vita. E lo fa pubblicamente. Non ha più “rispetto umano”. È Uomo.

La prima volta per amore di una donna, Aspasia. Straniera, di Mileto, versata tanto nella filosofia – è addirittura presentata da Platone, non senza sarcasmo, come maestra di Socrate – e nella politica, quanto nelle arti dell’amore. Nubile, intellettuale e non cittadina, dunque fuori dagli schemi che, nella società ateniese del tempo, imponevano alle donne “per bene” un’esistenza limitata alle mura domestiche e alla cura dei figli.

Le doti di Aspasia fecero innamorare il più potente degli Ateniesi, che per lei non soltanto lasciò la moglie, ma che, come dicevano i detrattori, ne ascoltava i consigli anche in materia di politica.

aspasia

Una relazione extraconiugale non avrebbe certo scandalizzato gli Ateniesi: ciò che era “insopportabile” e motivo di grande riprovazione, era l’armoniosa fusione tra eros e “philia”, sessualità e amicizia, il sentimento amoroso che Pericle provava per la donna e la condivisione di comunione intellettuale e politica.

Così, per colpire lui, i suoi oppositori intentarono un processo contro Aspasia, accusata di empietà e di sfruttamento della prostituzione.
È, invece, molto più verosimile pensare che, invece di esercitare il lenocinio, Aspasia facesse della propria casa un luogo di riunione per dibattiti di filosofia e di retorica, aperti anche alle donne (comportamento ritenuto immorale nell’Atene del tempo).

Per difenderla dalle accuse, Pericle si espose in prima persona nel processo e la sua difesa fu così accorata da spingerlo al pianto, comportamento del tutto fuori del comune per un capo di stato, per di più greco, abituato ad esercitare sempre un rigido controllo sulle proprie passioni.

Ci piace pensare che fu un pianto sincero, di amore, o non espediente – allora comune nei processi – cui ricorrevano i difensori per intenerire i giurati. Comunque, Aspasia fu assolta, e con lei, indirettamente, anche Pericle.

L’altro momento in cui l’uomo olimpico ed imperturbabile – apparentemente – si sciolse in pianto, è un momento di morte. Ormai avanti negli anni, Pericle vide morire il figlio legittimo più piccolo. Dunque sopravvisse a Paralo ed alla peste che flagellava Atene.
A dire di Plutarco, Pericle non aveva pianto né per Santippo, altro suo figlio, né per i tanti suoi parenti, morti per l’epidemia. Invece versò un torrente di lacrime quando (429 a. C.) posò una corona di fiori sul capo dell’ultimo dei suoi figli strappatogli dal morbo: “…Un urlo stridulo devastò la quiete del Ceramico…I singhiozzi salirono al cielo come grida di uccelli. Pericle pianse con tutta l’energia che aveva in corpo e che non aveva pianto per anni e anni di battaglie, sconfitte, vittorie, delusioni…” (da Matteo Nucci, “Le lacrime degli eroi”- Einaudi, 2013).

nucci

Pericle, il fine politico che aveva fatto grande Atene, mostrò tutta la sua debolezza-forza di essere umano vinto dal destino ineluttabile. Uguale ad ogni Uomo.

Dopo poco, anche Pericle fu ucciso dalla peste ma gli farà da contraltare l’immortalità della sua fama che il più grande storico di Atene, Tucidide, suo contemporaneo, contribuì ad assicurargli. Pericle, il cui nome, profetico aveva il significato di “circondato dalla gloria”.

Tucidide, Plutarco, Cipriani, storici di ieri e di oggi, destinati alla fama di “com-prendere” quanto il passato ed il presente s’intreccino ad ogni passo. E, senza pensare, forse forzatamente, alla peste di ieri e all’ebola di oggi, forse, per tutti noi, occorre una riflessione costante: non si vive senza emozioni.