Il cornicello napoletano

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A Napoli il famoso cornicello è ormai dovunque, da San Gregorio Armeno ai negozi di souvenir, alle cartolerie e alle edicole dei giornali. Siamo davvero di fronte ad una specie di “rinascimento dei significati”, nella capitale partenopea.

Girando per Napoli, per il Centro Storico ma non solo, il segno pagano del cornicello ci sorprende in un maremagnum infinito di geniali combinazioni e accostamenti. A volte spunta dal Vesuvio, prendendo il posto del mitico rigagnolo di fumo che, fino agli anni ’40, si osservava sulla cima del cratere, longilineo e nervoso, quasi “espressivo”. Altre volte sostituisce il corpo stesso di San Gennaro, e in quel caso la testa del patrono e la sua mitria torreggiano sulla sommità grossa del corno, mentre l’estremità pare fornire il martire di una serpeggiante coda rossa.

Inutile dire di quante volte il cornicello è in mano a Pulcinella, o ne costituisce, come per il Santo, il corpo, da cui spuntano la maschera e il cappuccio. I corni, a Napoli, saranno milioni, a contarli. E ne nascono continuamente, ogni giorno, come se la città non potesse sfuggire dalla missione o dalla condanna di partorirli in eterno.

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Le origini del segno

Il cornicello è un oggetto mitico, e ne abbiamo parlato anche qui. Ha, cioè, dei significati profondissimi legati a storie, leggende, frammenti di vissuti religiosi anche diversi, ma impastati l’uno nell’altro come farina che lievita e genera incessantemente altre storie e altre leggende. Anche l’inconscio è un elemento di cui è satura la natura di ogni segno, e dunque pure di quello che qui ci interessa. Fra le interpretazioni più accreditate troveremo, in ogni saggio di cultura campana, quella che vuole il cornicello derivare dal culto di Priapo, dio della fertilità, spesso raffigurato con un pene enorme, spropositato.

La forma fallica del corno confermerebbe questa ipotesi, insieme forse all’estremità ricurva e serpeggiante, che richiama un altro simbolo potentissimo della vita e della fertilità maschile, quale il serpente. Ma la presenza millenaria di fratrìe egizie nel territorio di Napoli (che regalano alla città un altro “strato” culturale importante quanto quelli classico e cristiano) ci conduce verso un’interpretazione diversa: il corno rosso ricondurrebbe al “fallo di Osiride”.

Il mito egizio

Osiride, una delle figure principali della cosmogonia egizia, abitava la valle del Nilo, ed era stato ucciso e fatto a pezzi ferocemente dal fratello Seth, pazzo d’invidia perché a lui era stato assegnato come dimora il deserto. Seth aveva sparso i resti del fratello per tutto l’universo, cosicchè persino Iside, la compagna di Osiride, che era riuscita a ricongiungere tra loro tutti i resti del marito, non fu capace di trovarne l’organo genitale. Allora, disperata, ne costruì uno di argilla e lo pose sul ventre di Osiride. Da quel fallo posticcio nacque miracolosamente il figlio Horus.

Insomma, la passione erotica di Iside aveva prodigiosamente eccitato e reso vivo e sanguigno il fallo d’argilla. Non stupirebbe se ‘o curniciello fosse proprio il pene pulsante e saturo di sangue di Osiride, che incredibilmente genera vita. Una cosa è certa: se il mito è, nella sua ancestralità, un bisogno profondo a cui fornire necessariamente, quasi ossessivamente (per la sua urgenza) una risposta, allora la domanda ossessiva di Napoli (e di tanta parte del Meridione) è quella di un Eros fecondo e insaziabile nella sua generatività: Napoli vuole essere molti, vuole partorire all’infinito. Un po’ come nei quadri di Micco Spadaro, pittore partenopeo del ‘600.

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Scrive Raffaele La Capria a proposito dei suoi quadri che ritraggono una Napoli che esplode di gente nelle piazze colme: «[…]la massa dei corpi che non sono corpi, ma una “sopressata” di carne viva, uno addossato all’altro, schiacciato sull’altro, confuso e aggrovigliato nella calca, intento ognuno alla sua quotidiana peripezia».

Troppi fino a morire. Eppure il napoletano agita e tasta il proprio corno, desiderando voracemente, oltre alla buona fortuna, una vita che non smetta di moltiplicarsi.

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