Il numero 18, nella cabala napoletana, è pieno di associazioni arcane o buffe (a seconda dello sguardo che si voglia utilizzare).
È ovvio che il 18 si ponga tra il 17 e il 19 – la matematica non è un’opinione -, però è bizzarro che questa cosa voglia dire che il 18 spunta tra la disgrazia e la risata. Il numero 18, nella cabala napoletana, è “pressato” in mezzo all’urlo lacerante e al riso contagioso. Tra una notizia che ci spezza il cuore e una barzelletta. Perché, alla fin fine, tutto è sangue (sangue buono o sangue cattivo). E a Napoli lo sappiamo benissimo.
Il numero 18 nella cabala napoletana: morte e vita, ghiaccio e fuoco
Che pertuso disgrazziato che si è scelto il numero 18 nella cabala napoletana, per “abitarci dentro”… Da una parte c’è quella cosa che ogni essere umano teme più di ogni altra: la morte. E sì… perché quando qualcuno ci dice “è succiesa ‘na disgrazzia” noi non pensiamo ad un lieve incidente occorso a qualche persona cara. Noi pensiamo che su questa persona sia calato drammaticamente il sipario.
E dall’altra parte? Beh, dall’altra parte ci sono quei momenti in cui la morte è quasi dimenticata. Spensieratezza, eccitazione, gioia di un attimo: è la risata. Di qua, dunque, il freddo glaciale della fine, di là il fuoco che ci fa rossi in viso, ebbri di vita, tarantolati. ‘A disgrazzia e ‘a resata. E in mezzo proprio lui, il 18.
Il sangue e Napoli
A Napoli il numero 18 potrebbe stare comodamente in trono. Perché la nostra, come sappiamo, è la città del sangue. Se il sangue non “bagna” la città ai napoletani “cadono le braccia”: è mulaugurio! Vale per l’ampolla del sangue di San Gennaro, ma anche per il liquido rubino di Santa Patrizia, venerata in San Gregorio Armeno, che addirittura si “scioglie” ogni venerdì. E nella chiesa del Gesù Vecchio, fino a mezzo secolo fa, il 21 giugno si attendeva il prodigio della liquefazione del sangue di San Luigi Gonzaga.
A Napoli deve gocciolare sangue. Esso deve “lavare” l’aria. Altrimenti, forse, quel sangue sarà “richiesto” alla città e ai napoletani in un altro modo. Qualcosa accadrà. Qualcosa di terribile: ‘na disgrazzia (il numero 17).
Questo liquido rosso cupo…
Il 18, dunque, è tante cose. Davvero tante. Almeno in questa città. Dal sangue dei santi che è promessa di bene, al sangue ‘e miez’ ‘a via, cioè al liquido scuro che sgorga dagli agguati, dagli accoltellamenti, dagli stupidi litigi alla fine dei quali spunta un coltello fino agli spari delle faide camorristiche. Il sangue, certo, in questo caso è grida, disperazione, bestemmie, corse all’ospedale, nottate infami, rabbia animale.
Ma il sangue – e dunque il 18 – è anche tutta la nostra vita. Senza sangue si è morti. Il sangue, anche nei sacrifici ebraici di cui leggiamo nella Bibbia, era simbolo della vita che apparteneva a Dio solo, il creatore. E per questo motivo la carne degli animali si poteva mangiare solo dopo averne fatto defluire fuori tutto il sangue. Quest’ultimo non si poteva “gustare”, perché apparteneva all’Autore della vita, e solo a Lui.
Ferita e salute, “fiume interno” e “fiume esterno”
“18! ‘O sango!” grida, nelle sere sotto Natale, colui che ha in mano il panaro della tombola e ne estrae i numeri. E nella mente dei napoletani , mentre cercano il numero sulle proprie cartelle, scorrono laghi di immagini contraddittorie. Come contraddittoria è la vita del sangue. Il sangue schizza vie veloce e spietato per una ferita di coltello, troppo spesso nelle notti di movida napoletana, al centro storico, a Chiaia, dovunque… Questo sangue fa paura. È come se fosse “maledetto”. Non porta niente di buono. Soltanto dolore.
Però il sangue, come detto, è anche quello che “rimane dentro” e non schizza via. Sprigiona la sua potenza all’interno del corpo. Ad esempio “il vino fa buon sangue”. E qui il rosso del succo della vite e del plasma si “confondono”. Ma anche il riso “fa buon sangue” (il 19…). E poi un uomo o una donna possono “farci sangue”, cioè eccitarci sessualmente. E qui il sangue diviene anche portatore di “fecondità”, quando compie il suo dovere di unire i corpi.
Tutto il sangue per sé…
Napoli non è la “città del sangue” solo per San Gennaro, come detto prima. Napoli “pretende” che “ogni sangue santo” rimanga in città. Per sempre. Ne abbiamo parlato a proposito di Santa Patrizia e di San Luigi. Ma non è solo questo, il punto… ‘O diciotto lo ritroviamo ovunque. Ad esempio in tutti i vicoli e quasi in tutte le chiese dotate di antichi scaravattoli, ossia quelle teche di vetro che conservano i mezzibusti o le figure intere di santi.
Santa Rita, San Pio – che per sempre rimarrà “Padre Pio” -, Santa Maria Francesca dalle Cinque Piaghe… I santi “feriti” sono una folla, tra edicole votive e cappelle negli angoli bui delle navate. Napoli ama chi ha bagnato la terra di sangue. Partenope si aggrappa ai santi che hanno perso sangue. Il corpo di Napoli è ferito, e cerca, anche nella devozione, chi è “ferito” allo stesso modo. C’è un arcano magnetismo nei confronti del sangue dei santi, in città.
Napoli vuole essere lì… quando in estasi mistica il santo diventa simile al Cristo e gocciola sangue. Vuole essere lì per far scivolare il plasma, per prima, in una bottiglietta di vetro. E dare ad essa, poi, un bacio, e un altro. E un altro ancora. Aggrappandovisi. Il numero “18” è ovunque, qui.


