INFINITAMENTE VITA: quattroartistialcastello

Viparelli
Viparelli

Una regione “cuscinetto” di pace ambientale, di opere d’arte, di riservatezza, le Marche.

Una Mostra davvero impensabile (durata 1-31 agosto), un luogo riposto eppure ambìto da molti sin dall’antichità, un Castello. E, poiché le denominazioni non sono mai casuali, ecco che Frontone (Pesaro-Urbino), paese di poco più di mille abitanti, sembra racchiudere in sé l’eco del greco frontone architettonico che, di forma triangolare, nel tempio è posto a coronamento della facciata che racchiude il timpano. Come questo luogo. E, qui, si potrebbe essere tentati scrivere un “trattato” di glottologia, se, appunto, le parole danno senso alla vita. Non è il nostro compito.

Mostra impensabile, scrivevamo: infatti “Quattro artisti al castello”, non a caso uniti nella scrittura della proposta in locandina, diversi ma complementari, seguono un percorso di ricerca che, davvero, è “infinitamente vita”. Perché, in stretto ordine alfabetico, Andrea Crostelli, pittore di Ostra (Ancona), Giovanni Izzo, fotografo di Grazzanise (Caserta), Giovanni Tariello, pittore di Castelmorrone (Caserta), Carla Viparelli, pittrice di Napoli, vivono, arte e vita, endiadi indissolubile, una continua, personale, “creatività”. Può sembrare un’affermazione lapalissiana.
Eppure se ognuno di noi cerca nel proprio vissuto e nell’emozione provata davanti ad un tassello di arte, saprà – forse all’improvviso – convincersi che arte non sempre è creatività.

bambina mare izzo

A volte o spesso essa diventa tale proprio attraverso lo sguardo dell’osservatore, “non un semplice fruitore o consumatore dell’opera, ma parte dell’opera stessa”, come scrive il curatore della mostra, Matteo De Simone, psicoanalista ordinario e responsabile culturale dell’Associazione italiana di Psicoanalisi.

E, mai come in questo periodo storico, “creatività “ diventa parola magica eppure reale, infinitamente vita, se anche il nostro Profeta di unità e di umiltà, il pellegrino venuto “dalla fine del mondo”, Papa Francesco, l’ha fatta sua qui, nella nostra terra, a Caserta, durante il colloquio in Cappella Palatina con tutti i sacerdoti. “[…] Lei – ha risposto a Padre Angelo Piscopo – ha detto una parola che mi piace tanto, parola divina; se è umana è perché è un dono di Dio: creatività. È il comandamento che Dio ha dato ad Adamo, ‘va e fa crescere la Terra’. Sii creativo. Creatività è la parola…”.

E se pensiamo che tre artisti al Castello sono campani, di cui due di Caserta, ci sembra davvero che, oltre il dolore, le paure, parallelo esista l’alito dell’esistenza, ove “anche il primo respiro del bambino è un atto creativo”. Dunque creatività come integrazione, come annullamento della distinzione tra soggetto e oggetto, come allontanarsi da ‘preconcezioni’, come “speranza di mantenere, attraverso l’espressione artistica, il contatto con il nostro “sé” primitivo, come scriveva Donald Winnicott (1896-1971), pediatra e psicoanalista inglese che ha teorizzato l’importanza del
gioco da bambini, che diventa creatività da adulti.

Dunque, ecco i nostri “eroi” arrivare a Frontone, protetti dalla Storia e da paesaggi “di seta”, ove signori di… guerra, diventata oggi, oasi di pace – dai nobili di Gubbio ai della Porta di Modena, sino alla proprietà comunale, 1985 – si contesero per secoli il severo Castello, uno dei più chiari esempi di architettura militare dell’XI secolo. Oggi cenacolo di arte, di fratellanza, di meticciato di civiltà.

Castello Frontone

Un benvenuto alle “piccole patrie”, ove non si vive di autarchia ma di generosa consapevolezza. Comune, Pro-Loco, Associazione italiana di Psicoanalisi (Aipsi), si sono messi insieme, scegliendo artisti lontani e vicinissimi. Perché ogni percorso è attraversato dall’energia della creatività.

Andrea Crostelli, marchigiano, studia da tempo la relazione tra arte e malattia mentale. E i suoi dipinti dal tratto fluido, si giocano fra l’eleganza e l’energia esplosiva, mentre ci svelano che ogni persona può riprendersi la sua libertà, il disegno per cui è stato creato. Intorno all’occhio delle pulcinelle di mare, al morbido piumaggio intrecciato a figure femminili e maschili, emerge il bisogno affettivo la cui mancanza, prima, li atterrisce, per giungere poi, alle tenerezze “materne” – tanti i seni nelle sue opere – e a donare amore in una “realizzazione simbolica”, metodo caro all’artista.

Giovanni Izzo vive la sua arte di fotografo focalizzando e facendo emergere gli umili, tutti coloro che sono “dietro il paravento”, lungo i suoi numerosi viaggi nell’Africa senza lustrini, con o senza guerre intestine, l’Africa con l’assenza di tutto, il continente ‘primario’, da cui, comunque, nasce sempre la vita. Il suo bianco e nero illumina le emozioni, delicate ma senza tregua.
Sogni, delusioni, rabbia, felicità, stupore. “Per me – dice – la fotografia è atto costitutivo della conoscenza che cerco di portare oltre i limiti del mostrare e del raccontare”. Compassione e passione. Con la capacità della trasposizione, se gli insediamenti della comunità africana nell’entroterra casertano, offrono all’autore, ai soggetti ritratti e all’osservatore gioie e dolori. Tutt’altro che statica, la cosiddetta “Terra di nessuno” è vista dai migranti come una “nuova” Africa, terra promessa per una nuova genesi. Fotografia non come pura documentazione ma come narrazione empatica, dialogo, amicizia.

La poetica di Giovanni Tariello è, invece, atto sacrale, ospita e contiene la memoria primigenia
dell’uomo. Terra contadina la sua, Tariello fonde e respira linguaggi primari, musica, poesia ma, nel contempo, “vive” continuamente in viaggio, ove viaggio indica tempo e luogo. Luogo di fuga
e luogo di approdo, l’immagine finale dell’opera non diventa mai statica ma permette sempre una
nuova scoperta, una sfumatura, che rimanda ad una parola, un’eco, un silenzio. Creatività, qui,
come magma per raccontarsi e raccontarci, l’essere uomini e contemporaneamente cose, affetti,
emozioni, colori, parola, silenzio. Senza perdere la memoria, l’essenza stessa che ci dà la vita.

Giovanni Tariello

Ognuno di questi artisti espone molte opere, di solito con un filo conduttore. Che, però, è anche
frutto dell’occhio di chi guarda.

Il filo di Carla Viparelli è l’ironia. Che “salverà il mondo”, dice l’artista. Spiritosa senza provocazione, Viparelli spiazza le attese. Sorprende ad ogni passo: colui che guarda non sa mai cosa può aspettarsi, mentre le sue opere sono anche eleganti esercizi di stile,” esempi d’intelligenza, sorrisi distribuiti a piene mani”, come scrive Alessandra Pacelli. Tutt’altro che facile, comunque, parlare di un’artista che si pone, donna, come un’india magnogreca, la bisaccia colma di ogni segno della natura e, proprio perché tale, intensa quanto gli elementi primigeni. Viparelli ha vissuto e vive il mondo. E, poi, la sua città, Napoli, è “il” mondo. Attraverso installazioni e dipinti angelicati e pagani, filosofici e musicali, ove, pur non “in mostra”, mette sé al centro. Un sé da interpretare e che, filo di Arianna, può portarci a “occasioni” di pagano misticismo. Qui, una delle opere che ci ha trascinato, persona, territorio, tradizioni, ironia al centro di tutto, è “Terra fragile”, merletti e bocche sinuose; mani di donna conventuale e totale sublimazione – realtà dei sensi. Del tutto fusa con questa regione difficile da “com-prendere” e ridurre ad icona.

Castello, protezione, apertura, dialogo.

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