giovedì, 06 Ago, 2020 Espresso napoletano

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Intervista a Francesco Fiammanò, professore e legal star

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Intervistiamo il Prof. Francesco Fimmanò, Ordinario di Diritto Commerciale nell’Università degli studi del Molise, Direttore scientifico dell’Università Telematica Pegaso e della Universitas Mercatorum, autore di centinaia di pubblicazioni e  Direttore di numerose riviste e collane scientifiche.

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Gentile professore, il Suo ruolo di responsabile della Ricerca di Atenei diversi prelude evidentemente a progetti multidiciplinari?

Direi plurisoggettivi, interdisciplinari ed internazionali più precisamente. La nostra ricerca vuol essere funzionale ad una applicazione operativa e parte da un contesto multisettoriale integrato che possiamo definire Law, Economics and Engineering.

Ci può spiegare meglio?

Il gap profondo esistente nelle Università italiane, rispetto a quelle degli altri Paesi a capitalismo avanzato, è la distanza tra l’eccellenza teorica nella ricerca e l’applicazione pratica, tra la torre d’avorio dell’Accademia e l’economia reale.  Se si fa qualche nobile eccezione in campo medico, farmaceutico, biologico, tecnologico, l’Accademia è distante dai mercati, intesi in senso lato: le imprese, le professioni, i brevetti, le tecnologie, gli stakeholders. Ecco, quello che stiamo facendo nella ricerca – dopo averlo fatto per la didattica – è l’applicazione, l’implementazione. Quello che in gergo universitario si chiama “Terza Missione”.

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Perché secondo Lei le Università tradizionali non fanno la stessa cosa?

Guardi me lo chiedo anche io da anni. Senza far riferimento a casi specifici, posso dirle che ci sono eccellenti Dipartimenti italiani che hanno accordi scritti con Ordini professionali locali per non realizzare consulenza. Mi spiego i Professori di quei dipartimenti possono farla a titolo individuale come iscritti all’ordine ma non come componenti di un Dipartimento. E’ chiaro che esistono tante nobili eccezioni, ma il fallimento sostanziale del metodo “intramoenia” è dovuto a questo. Le ragioni non meritano particolari commenti.

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Ci fa degli esempi di questo nuovo approccio?

Il percorso parte da lontano, Pegaso già da qualche anno è percepita come l’università delle professioni. Esperienze come Accademia forense, per l’acquisizione delle specializzazioni legali (di penalista, civilista, commercialista etc), oppure la Scuola degli amministratori giudiziari, sono vere e proprie cliniche del diritto e dell’economia. Il segmento di congiunzione tra teoria e pratica. Anche gli strumenti di Ricerca come la rivista Gazzetta Forense, il relativo Portale “parlato” o la Collana di Ricerche di Law Economics, adottano il metodo scientifico ma su tematiche e questioni di  attuale e rilevantissimo interesse applicativo. Lo stesso vale per l’ingegneria ad esempio per la scuola di Rigenerazione Urbana o di Real Estate.

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E tutto questo è ancora in evoluzione?

L’evoluzione è continua, perché è lo stesso modello formativo che è un evento dinamico. Il piano multiuniversity è andato avanti e la Universitas Mercatorum ne è l’esempio più immediato. Un intero ateneo dedicato alle imprese nel senso più pieno. Formazione dello start up delle nuove imprese, specie del comparto della new economy, e dall’altro formazione a tutti i livelli dei lavoratori delle imprese, dagli amministratori, agli organi sociali, ai dirigenti, ai quadri, ai lavoratori, ai consulenti. Pensi che mediamente le banche, le assicurazioni spendono il 60\70 per cento nella logistica ed organizzazione (trasferimenti, vitto, alloggio) del loro budget per la formazione. Ed alla formazione in senso proprio (docenti, tutors, strumenti) rimane poco più del trenta per cento. Pensi che sviluppo può avere il blended learning a parità di budget.

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E guardando più specificamente alla ricerca scientifica applicata, come l’ha definita Lei?

Il discorso in questo caso è esponenziale. Stiamo realizzando due spin off consortili tra Pegaso e Mercatorum, uno su un Osservatorio permanente di macro settori imprenditoriali e l’altro sulla Economia dei Territori che produrrà informazioni scientifiche di immediata applicazione pratica. Il primo prevede una serie di progetti settoriali a cominciare da un osservatorio sulle crisi. L’osservatorio ha la funzione di raccogliere, selezionare, ordinare e presentare dati statistici relativi alle procedure concorsuali in Italia, valutando l’incidenza assoluta e relativa delle crisi d’impresa sul totale delle imprese, l’evoluzione nel corso del tempo, la diversa suddivisione per zone geografiche, settori di attività e livelli dimensionali. I dati forniti dall’osservatorio su base semestrale possono essere utilmente utilizzati da per monitorare lo stato di salute dell’economia, in generale e nelle diverse zone/settori, consentendo anche di apprezzare l’efficacia dei vari strumenti previsti dall’ordinamento, potendo così proporre – su una più oggettiva base statistica – eventuali correttivi. La realizzazione periodica dei dati (attraverso appositi Rapporti) condurrà alla costruzione di modelli e di best practice. Rispetto ad altri report, l’Osservatorio si caratterizzerà per la completezza dei dati e delle informazioni sul piano non solo tecnico-giuridico, ma anche statistico, economico e aziendale, grazie anche  a una funzione di “sentinella “ sui settori  maggiormente a rischio con l’individuazione di “Leading Indicators”. Il prodotto che si vuole offrire è quindi innanzitutto di ricerca poiché richiede la costruzione di una metodologia innovativa ad hoc, trasversale a diverse discipline e saperi, che costituisce il know-how distintivo dell’Università.

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Ed invece l’Economia dei territori?

E’ una visione evoluta della concezione di Smart city che  sta per efficiente, capace, inclusivo, moderno, sostenibile, pur conservando l’impronta originale delle infrastrutture ICT per l’informazione e la comunicazione. Molta ricerca è stata infatti promossa sul miglioramento del capitale umano, quindi sull’istruzione, sulla capacitazione, sul long life learning, sul capitale sociale e relazionale. Un progetto recente e interessante individua sei assi principali lungo i quali fa una classifica di 70 città europee di dimensione media: un’economia brillante, una mobilità intelligente, un ambiente di qualità, cittadini capaci ed informati, un modo di vivere intelligente, una governance cittadina attiva ed efficiente. Si leggono in trasparenza i paradigmi della new-economy ICT, della mobilità come fattore di sviluppo, delle risorse naturali, del capitale umano e sociale, della qualità della vita e della partecipazione politica. Una città è smart quando gli investimenti in capitale umano e sociale, le infrastrutture di comunicazione tradizionali (trasporti) e moderne (ICT), alimentano una crescita economica sostenibile e una elevata qualità di vita, con una sapiente gestione delle risorse naturali, ricorrendo ad una governance partecipativa. C’è quasi sempre un forte ricorso all’utilizzo delle tecnologie informatiche, di monitoraggio e controllo nella vita quotidiana, che comprende la connettività in rete, i sistemi di trasporto più moderni, le infrastrutture e la logistica e l’energia rinnovabile ed efficiente. Ecco questo si propone di realizzare il secondo spin off.

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Ci perdoni la domanda impertinente, Lei ha una doppia vita, immerso nella ricerca scientifica e “legal star” come la definiscono quando fa l’avvocato?

L’appellativo di “legal star” non sempre mi è stato affibiato come un complimento, tuttavia io lo prendo come tale, perché è un po’ nella filosofia che ho sposato. Basta con la scienza chiusa nelle isole galapagos, negli ecosistemi dove lucertoloni- scienziati vivono fuori dalla realtà, in un mondo autoreferenziale. Ho sempre interpretato la mia professione di professore universitario e avvocato come un unicum, dove il metodo scientifico mi ha consentito di sviluppare un approccio professionale creativo ed innovativo. Il resto è frutto della passione, tanta passione. Come dice un bel verso del Macbeth, «il lavoro nel quale proviamo diletto è esso stesso  rimedio alla fatica». Ed io mi creda, mi diverto tantissimo….

Insomma, da quello che ci ha spiegato Lei è il prototipo di “Pegasiano” giurista insigne che scende in campo, perciò viene visto come il padre scientifico del mondo Pegaso.

Guardi non a caso nella storia del diritto romano, Pegasiano è il nome di due senatoconsulti dell’età di Vespasiano, dovuti, all’iniziativa del giurista Pegaso del primo secolo dopo Cristo. Io in verità ho una crisi d’identità: non so se sono il padre scientifico di Pegaso o il figlio, visto che il padre naturale della rivoluzione copernicana Pegaso è il mitico Danilo Iervolino che è davvero lo Steve Jobs italiano. Diciamo che il sangue è quello, e poi in verità con gli anni che passano preferirei tanto esserne il nipote….