Je so’ pazzo, “mantra” della disperazione

Je so' pazzo
Je so' pazzo

Quando pensiamo a Je so’ pazzo, quando pronunciamo queste semplici, violente parole, la mente corre sùbito al singolo del 1979 di Pino Daniele.

Sul lato B un Pino proponeva un altro brano bellissimo, Putesse essere allero. Ma “Je so’ pazzo” è una storia a sé. Nella nostra città queste parole sono lo specchio di una condizione complessa dell’animo. L’“approdo” di una maratona psichica estenuante, in cui la mente si lascia cadere prima del traguardo. Je so’ pazzo…: questa locuzione complessa, dura, eruttiva nell’essere gridata, a Napoli può corrispondere allo “sfogo supremo”, alla rabbia che zampilla fuori contro il mondo intero.

Je so’ pazzo, nuje simme pazze… “ma che colpa abbiamo noi”?

Tale rabbia contiene veleno e, ad un tempo, autogiustificazione. Perché è il mondo che ci ha rovinato. E’ il mondo che ci ha reso malati. E dunque, se je so’ pazzo, non ne ho nessuna colpa. Nessuna.

La pazzia tra Eduardo e Pirandello

L’auto-ascrizione della pazzia, l’assegnazione a se stessi della follia, fa pensare immediatamente, nella nostra cultura figlia del genio di Pirandello, al momento in cui la libertà repressa viene fuori con tutti i suoi segreti e tutte le sue rivelazioni. Ora, nel 1931, cinquant’anni prima dell’uscita della splendida Je so’ pazzo, Eduardo De Filippo scriveva Natale in casa Cupiello.

Nel primo atto, Concetta (che istintivamente collego alla grande Pupella Maggio, in un’interpretazione molto successiva al ‘31), moglie di Luca Cupiello, esaurita totalmente dalla scabrosa situazione familiare, nota solo a lei, ad un certo punto sbotta. E le sue parole sono: “‘A vide chella fenesta? ‘Nu juorno ‘e chiste, i’ ll’arapo, e me jetto ‘a coppa abbascio… Pecchè nun c’‘a faccio cchiù… Nun c’‘a faccio cchiùùù!!”.

Le ultime parole sono gridate, con le braccia che si divaricano, la schiena che si flette, la bocca che raggiunge la sua apertura massima, fin quasi a spaccarsi, e la voce che pian piano diviene un filo, perché ogni forza si è consumata in quel grido disumano.

Concetta si sente male. Ma forse era questo che desiderava più di ogni altra cosa: essere vista, essere soccorsa, essere considerata morta al consorzio dei savi, dei normali, perché la rabbia si tramutasse in ragione. Cioè nell’aver, finalmente, per una volta, “ragione”. La sofferenza è troppa, è ‘nu dulore ‘e pazze, dunque forse ho ragione anche agli occhi degli altri.

“Oggi voglio parlare”

Lo stesso dolore lancinante della psiche, la sofferenza del non essere neanche visti, perché non si conta nulla nella società, è a mio avviso la cifra dell’Je so’ pazzo di Pino Daniele. Un urlo che precedeva di qualche mese l’urlo della terra stessa, quel terremoto che nel 1980 pareva parlare al posto dei derelitti, e sembrava contenere in sé tutte le imprecazioni tenute dentro dai disperati del sud Italia, della Campania, dell’Irpinia, di Napoli.

Ora, dopo quel 23 novembre, si era costretti ad urlare. Pino ci aveva provato un anno prima. Ma la logica era quella di una terra che sbuffa pulsioni mai tirate fuori. “Je so’ pazzo (…) e oggi voglio parlare”. È, se ci pensiamo, una frase terribile: ho il coraggio di chiedere la parola soltanto perché oggi, e solo oggi, vedo il terrore in voi, che fissate questo mio volto sfigurato dalla rabbia.

“Lo Stato non mi deve condannare”

“E lo Stato questa volta non mi deve condannare, pecchè je so’ pazzo”. Anche questo è un verso da far venire i brividi, insieme al riso amaro dell’ironia. Ho il coraggio di parlare, oggi, perché voi avete paura (anche “voi” istituzioni”). Lo Stato non mi condannerà perché sono malato, perché potrei fare del male, non perché ne ho diritto.

E poi… se sono pazzo, qualsiasi cosa dica, anche la più scomoda, potrà essere considerata “delirio”, e non verità. Sono pazzo, dunque “incapace di intendere e di volere”. E dunque… anche se sto per eruttare la lava della verità, come un Vesuvio, e anche se non si sa cosa potrà uscire dalla mia bocca, mi si dà modo e tempo per parlare, stavolta. Perchè mi sono tirato io solo “la zappa sui piedi”, dichiarandomi pazzo. Sì, alla fin fine è così.

Però che bello poter parlare, pote’ alluccà . E guardare le facce vostre appaurate. Che bello vedere che mi si “rispetta” (“vogli’essere chi vogl’io…”) e che mi si tratta da “persona”, da membro della comunità. E, per favore, senza ipocrisie, perché non le sopporto, e mi fanno male più delle umiliazioni: “non mi date sempre ragione!”.

 

 

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