giovedì, 21 Gen, 2021 Espresso napoletano

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Kikana: il cibo è integrazione

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“Kikana” nella lingua del Mali vuol dire “vieni qua”. Non poteva esserci nome migliore per il primo ristobar per l’integrazione gestito da rifugiati e richiedenti asilo tra i diciannove e i trentadue anni, inaugurato a fine ottobre nel cuore di Chiaia in via del Parco Margherita 12, nel locale dove fino a poco tempo fa c’era lo Shisha, famoso Narghilè bar di Napoli. Il progetto nasce dall’esperienza di “Tobilì”, che in lingua bambara vuol dire cucinare, una cooperativa di catering composta da rifugiati e richiedenti asilo, premiata da CoopFond – Unicoop Tirreno come migliore start-up campana nel 2016.

La start up, tra le prime ideate da migranti, tra le sue attività offre anche corsi di cucina, home restaurant e catering multietnici. Il primo a pensare a quest’attività fu Bouyagui, arrivato in barca in Italia circa tre anni fa ancora minorenne, dopo un lungo viaggio dalla Libia, col sogno di diventare uno chef. L’incontro tra le diverse cucine è presto fatto, in fondo veniamo tutti dal grande bacino del Mediterraneo: anche la cucina napoletana è il risultato della fusione di più popoli e culture. Falafel, tahina, cous cous e ancora spezie che profumano di terre lontane come l’Iran, la Somalia, il Senegal, la Turchia, l’Armenia, l’Egitto.

Nel ristorante, cuochi professionisti, barman o amanti della cucina che, negli anni, sono diventati esperti d’integrazione e mediatori culturali: il cibo è un connettore, davanti a un buon piatto cadono tutte le difese immunitarie, le barriere e i preconcetti. Mangiare è condivisione, scambio, apertura all’altro. Ecco che la cucina – e Napoli in questo è all’avanguardia – diventa uno dei primi fattori d’integrazione in un momento storico in cui si alzano barriere, confini, muri contro chi viene da lontano e cerca solo un po’ di tranquillità.

Oltre ai piatti tipici dei vari paesi, il locale offre narghilè e appuntamenti di danza e spettacoli locali che sono un altro modo per conoscere l’immensa ricchezza delle culture da cui i richiedenti asilo provengono. «Abbiamo sempre creduto che nelle fasi di cambiamento si debba puntare con forza all’integrazione, alla cultura e all’innovazione sociale», sostiene Daniela Fiore, responsabile Area Integrazione e Lavoro di Less Impresa Sociale Onlus.

La Less sostiene anche altri progetti simili tra cui il laboratorio permanente di teatro curato dalla drammaturga e regista napoletana Linda Dalisi, la cui esperienza è finita anche nel film “Se una notte di mezza estate i Bottom Brothers” (regia Adriano Foraggio) che in questi mesi sta girando per i cinema d’Italia. Nelle attività che si svolgeranno al Kikana saranno coinvolti cittadini italiani e migranti: per costruire una società multiculturale, aperta e vivibile. Kikana è un luogo dove sentirsi uguali nella diversità, per viaggiare col palato attraverso i continenti e le diverse tradizioni culinarie e, più di tutto, per riconoscersi nell’altro. Nel menù anche il “riso della pace” con le verdure e la Sambusi somala, fagottini di carne speziata e piccante. L’integrazione nasce a tavola.

Francesca Saturnino è nata a Napoli nel 1987. Critica teatrale, insegnante e giornalista. Collabora con riviste e giornali nazionali e locali. La sua passione, tra le altre, è scovare storie, mestieri e personaggi di una Napoli antica e desueta e raccontarli per mantenerne viva la memoria.