La Basilica di Santa Chiara: la Napoli francescana

Certosa di Santa Chiara
Certosa di Santa Chiara

La Basilica di Santa Chiara, con annesso il Monastero, fu fatta erigere dai “cattolicissimi” sovrani angioini. Napoli, con i d’Angiò, fu città francescana.

La costruzione della Basilica di Santa Chiara ebbe inizio nel 1310, quarantaquattro anni dopo il passaggio del governo della città dagli Svevi agli Angioini. La casata francese dei  d’Angiò era particolarmente devota alla figura dell’uomo che, probabilmente, aveva mutato per sempre lo spirito dell’Europa intera, dando inizio ad una venerazione, ma soprattutto ad una “posterità” culturale mai terminata. Era l’alter Christus, Francesco d’Assisi.

La Basilica di Santa Chiara e la “città del sangue”

Lungo quasi due secoli – il periodo di egemonia angioina – Napoli dunque si riempì di chiese francescane. La Basilica di Santa Chiara fu soltanto una di queste. San Lorenzo, Sant’Eligio “al mercato “, la stessa Cattedrale, ci raccontano dell’“impegno” dei sovrani francesi a “portare la devozione” per il poverello d’Assisi  in città, e del loro sforzo di diffonderla sempre più, attraverso chiese e monasteri. Tali edifici di culto, al giorno d’oggi, possono mostrare, forse, solo un “granellino” degli intensità “gotica” che li contraddistinse.

D’altronde, come poteva Napoli, la città “che conserva il sangue dei santi”, non essere “sedotta” dal frate delle stimmate? A Napoli non sono presenti molte edicole votive dedicate a San Francesco. Ce ne sono invece tantissime che perpetuano la devozione per Sant’Antonio, altro grande francescano, predicatore e autore di prodigi in vita.

Forse i napoletani sono inteneriti e “magnetizzati”, carnalmente, dal bambino Gesù che Sant’Antonio tiene in braccio: Antonio pare un “ragazzino padre”. Mentre nell’iconografia di Francesco questo aspetto “viscerale” manca.

Roberto I e Sancia di Maiorca

Nel 1310, come dicevamo, fu Roberto d’Angiò, insieme a sua moglie Sancia di Maiorca, a volere la costruzione di Santa Chiara. Il “sito” non poteva essere se non nel cuore pulsante della città. Era, il centro di Napoli, tra la fine del XIII sec. ed il XIV sec., una vera “fabbrica” di edifici cristiani monumentali. Oltre Santa Chiara, San Lorenzo Maggiore, Sant’Eligio, che abbiamo già menzionato, proprio in quegli anni conosceva il suo massimo splendore la stessa SS. Annunziata (la struttura della celeberrima Ruota), che Sancia di Maiorca dotò della protezione regia.

Riguardo a Santa Chiara si trattava, come era usuale all’epoca, di una intera cittadella francescana. Fu realizzato un convento femminile per le clarisse ed uno maschile per i frati minori. La chiesa di Santa Chiara, ad entrarci oggi, viene addosso al visitatore con tutta la forza della propria serena spiritualità. Appena si mette piede in chiesa, da lontano si staglia l’enorme monumento sepolcrale contenente la tomba di Roberto d’Angiò. L’imponente costruzione ci catapulta in un attimo nella città che ospitò, tra gli altri, il Petrarca ed il Boccaccio. La Napoli angioina era pia, colta e laboriosa.

Il colore della pietra e gli archi gotici compiono il prodigio del balzo nel tempo, un miracolo del lavoro umano, considerando che la struttura fu quasi totalmente distrutta da un bombardamento il 4 agosto del 1943. Dunque l’universo in cui facciamo ingresso è una straordinaria ricostruzione novecentesca, a parte i molti particolari trecenteschi intatti, dotati chiaramente di un sapore originario “unico”.

Un silenzo mistico

La vastità della Basilica di Santa Chiara fa sì che l’esperienza del visitatore sia “estetica”, storica e mistica al tempo stesso. Il Medioevo ci ricopre, ci parla con il suo sussurro sepolto. Sulla sinistra dell’ingresso, sùbito ci sorprende una splendida raffigurazione della Trinità in cui il Figlio – Gesù – è sulla croce, mentre il Padre lo Spirito Santo dominano la scena al di sopra dello strumento del supplizio. Il profondo messaggio è quello della sofferenza atroce del Padre nel momento del sommo dolore del Figlio. Non è semplice trovare raffigurazioni simili del dogma trinitario.

Se voltiamo le spalle all’affresco, è di nuovo la vastità a “dirci le parole” più pregnanti. E laggiù, lontano, l’enorme statua di Roberto d’Angiò, che volle tutto questo.

Non solo i d’Angiò

Anche i Borbone, ad ogni modo, quasi cinquecento anni dopo, sentirono addosso tutto il fascino della Basilica di Santa Chiara, come “chiesa dei napoletani” per eccellenza, visto che essa conteneva le spoglie di alcuni tra i re più amati dal popolo. E allora la Real Casa di Borbone pensò bene di crearsi una cripta di sepoltura proprio a Santa Chiara. Sulla destra della navata della chiesa, dunque, c’è una vasta cappella che conserva i resti mortali di tantissimi esponenti del governo del Regno delle Due Sicilie.

Troviamo in questa cripta le tombe dei due Ferdinando, dei due Francesco, di Maria Teresa d’Asburgo, Maria Amalia di Borbone, Maria Cristina di Savoia, regina consorte di Ferdinando II, poi elevata agli onori degli altari, in quanto proclamata “beata”. Insomma, Santa Chiara è un’enciclopedia della storia della nobiltà e delle casate del Regno di Napoli. E ci ricorda chi siamo stati. E anche un po’ chi siamo.

Santa Chiara e i napoletani

Santa Chiara è parte dell’immaginario collettivo del popolo napoletano, per i motivi più svariati. Io ricordo, davanti Santa Chiara, mentre dentro si scontravano il silenzio e l’incenso, le interminabili partite a pallone dei miei compagni di liceo, a cui non partecipavo per timidezza.

Forse sono proprio quegli enormi spazi davanti l’ingresso e a fianco, ad aver fatto sì che Santa Chiara, da sempre, abbia significato qualcosa per i napoletani. Un bacio all’imbrunire, una sudata dietro ad un pallone, un litigio pe ‘na guagliuncella. E poi il Chiostro maiolicato. Ore ed ore passate sui libri, in mezzo alle maioliche che luccicavano al sole.

E poi Santa Chiara era sempre lì, come il Gesù Nuovo, ad accogliere una preghiera prima di un’interrogazione. Magari pregare sull’inginocchiatoio di legno tarlato era più utile che sfogliare un’ultima volta le pagine della lezione… Tanto presente, Santa Chiara, nella mente dei napoletani, da rappresentare l’intera città, nel capolavoro di Michele Galdieri del 1945: il dubbio terribile di un emigrante, nel secondo Dopoguerra, che la sua amata città sia cambiata, si sia fatta malamente, cattiva, indifferente, cinica, dopo gli orrori della guerra. Immaginando le rovine d’ ‘o Munasterio ‘e Santa Chiara.

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