giovedì, 03 Dic, 2020 Espresso napoletano

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La casa del Santo

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Quando Elena Fazio, nell’ormai lontano 1961, venne ad abitare al terzo piano del palazzo sito in via Cisterna dell’Olio n° 10 di Napoli, mai avrebbe immaginato che casa sua sarebbe un giorno stata meta di turisti e curiosi. Già, perché in quello stesso luogo, su quello stesso pavimento aveva mosso i suoi ultimi passi Giuseppe Moscati, il medico santo. In realtà – dice la signora Fazio – le visite al suo appartamento sono aumentate soprattutto recentemente, dato che prima il santo era conosciuto e venerato unicamente dai poveri che aveva curato in quello stesso posto. Lei stessa non conosceva la straordinaria storia del suo nuovo alloggio fino a quando non si vide piombare in casa la troupe di una nota emittente televisiva locale, che chiedeva a tutti i costi di intervistare la madre.

Il vero boom di visite – confessa – è però iniziato in seguito allo sceneggiato andato in onda su Rai Uno nel 2007 dal titolo Giuseppe Moscati. L’amore che guarisce, con protagonista Beppe Fiorello nei panni del medico proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II nel 1987, che narra gli ultimi venti anni di vita del santo. Ma la vicenda di Moscati va oltre il culto dei fedeli, riuscendo ad attirare l’attenzione e l’interesse anche di laici o atei, e riunendo anziani e giovani. Grande è inoltre il fascino che la storia di Moscati, oltre che grande uomo anche grande scienziato e innovatore nell’ambito medico, esercita tuttora sugli studenti di Medicina, appassionati soprattutto al lungo periodo di attività presso l’Ospedale degli Incurabili di Napoli.

libro preghiere

L’appartamento nei pressi di piazza Dante non è stato però sempre adibito ad alloggio. Prima che fosse occupato dalla signora Fazio e dalla sua famiglia, era infatti utilizzato come piccola scuola, in cui la stessa sorella di Elena, insegnante di Lettere, dava ripetizioni di Italiano ai ragazzi del posto, quando ancora la fama di Moscati non era tanto diffusa. Inoltre, prima che fosse acquistata dal Comune e posta in affitto, la casa era di proprietà dell’ente religioso dei Collegi Uniti. È opportuno specificare, a questo punto, che quello di cui stiamo parlando non è un museo del santo, anzi, tutt’altro. I mobili e gli oggetti dell’originaria casa Moscati sono infatti conservati nella Chiesa del Gesù Nuovo, in cui riposano anche i resti del santo (conservati in un’urna bronzea) e il cui retro è visibile dalla finestra della stanza in cui morì. In quella stanza ora c’è un tavolino, con sopra un libro in cui chiunque può lasciare un pensiero al santo, una richiesta, un ringraziamento, una preghiera. “Lo portò un’anziana signora quando venne a visitare la casa, e da allora è rimasto lì”, spiega la signora Fazio, aperto a chiunque voglia lasciare un segno tangibile della sua devozione.

E a proposito di segni tangibili, ci sono diversi episodi definibili curiosi o prodigiosi a seconda delle inclinazioni religiose; due di essi possono ben rendere l’idea. È ancora una volta Elena a raccontarceli. Il primo riguarda una paziente che portò in farmacia una ricetta medica firmata da Giuseppe Moscati ma datata posteriormente la morte del santo. Il secondo ha del miracoloso. Protagonista è un bambino dato in affidamento temporaneo alla famiglia Fazio. Un giorno, entrato nella Chiesa del Gesù con la madre di Elena, esclamò, indicando la statua in bronzo di Moscati: “Eccolo, quel signore che è venuto in camera mia! Ieri aveva un camice bianco, però… mi accarezzò e poi se ne andò”. “A me finora non è mai apparso” – confessa Elena Fazio, ammettendo che però le piace considerarlo come uno di famiglia.

stanza Moscati

Era il 12 aprile 1927 quando Moscati, dopo aver partecipato alla quotidiana Messa, tornato in camera e adagiatosi sulla sua poltroncina, rivolse l’ultimo sguardo alla chiesa che, ironia della sorte, sarebbe poi divenuta la sua dimora eterna. Oggi nella sua casa non resta nulla dei vecchi arredi e oggetti, ma salire le scale del palazzo in cui visse san Giuseppe Moscati, calpestare il suolo da lui calpestato e trovarsi nella piccola stanza in cui si prese cura di molti poveri ammalati fino alla morte, genera ancora sensazioni difficilmente esprimibili a parole, figuriamoci a scriverle. Provare per credere.