lunedì, 28 Set, 2020 Espresso napoletano

Storie e bellezze di Napoli on line

Là dove Caravaggio sfiorò la morte con il palmo della mano

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Che magniloquenza e quanto rigore suggeriscono le cortine di edifici pressoché ininterrotte che disegnano il tracciato del Corso Umberto e che allontanano irrimediabilmente la memoria del viandante dall’aspetto originario assunto dalla zona fino al drastico intervento operato dal Risanamento. Eppure, il vigore di quella trasformazione urbana non è riuscito a cancellare del tutto il dedalo di stradine e vicoli che, piegandosi su se stessi in un incessante brulicare di storie ed affanni quotidiani, disegnava un tessuto urbano così denso da inghiottire proprio la vita che ospitava. Basta infatti addentrarsi poco più oltre per rintracciare ancora quella parte di città di impronta medioevale che sopravvive da un lato con i suoi tratti distintivi ben delineati e dall’altro con un folto numero di aneddoti, leggende e racconti degni della più viva curiosità.

L’immagine di Napoli, si sa, si nutre di alcuni emblemi dai quali l’autenticità e la peculiarità tutta partenopea del vicolo non possono sottrarsi. Nel novero di quelli che ne fanno parte, tuttavia, ne esiste uno particolarmente degno di nota: via del Cerriglio, il vicolo più stretto di Napoli. Ebbene sì, quello che un tempo era collocato nella zona compresa tra Santa Maria la Nova ed il porto, quando la linea di costa era molto più arretrata rispetto a quella odierna e lambiva le mura urbiche, detiene il primato di passaggio più stretto dell’intera città. Potrebbe sembrare un’ingenuità, ma, lasciandosi alle spalle l’andirivieni del Corso Umberto e volgendo lo sguardo verso la Piazzetta di Porto, si fa realmente fatica a distinguere ed individuare l’ingresso al vicolo, celato nello spazio lasciato libero dall’accostamento, apparentemente maldestro e casuale, di due possenti ed antichi edifici, così vicini da chiudere quasi completamente lo spazio ed impedire la rivoluzione completa del gran numero di archi rampanti che corrono da una facciata all’altra. Ma anche nel caso in cui ciò non bastasse a giustificare l’unicità del luogo, un aneddoto poco conosciuto interviene non solo a confermarla, ma a ribadirla con maggior vigore.

Gradini di Via del Cerriglio

In molti conoscono le vicende che tormentarono la travagliata esistenza di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, ed altrettanto noti sono i soggiorni napoletani dell’artista che portarono alla realizzazione di alcune delle sue opere più note. Eppure, non tutti sanno che proprio in Via del Cerriglio egli fu vittima della più brutale aggressione della sua vita. Correva la notte del 4 settembre 1609; di quella serata trascorsa nella locanda del Cerriglio, che deve tutt’oggi il suo nome alla propria collocazione, si sa solo che si bevve e si rise in abbondanza, ma la goliardia della circostanza fu interrotta dall’ingresso nella taverna di quattro uomini. Caravaggio, probabilmente troppo ebbro di vino, fu colpito così forte dai malviventi da accasciarsi al suolo e perdere conoscenza. Ipotesi e successive ricostruzioni hanno spesso identificato gli aggressori con sicari assoldati dai familiari di Ranuccio Tomassoni da Terni a cui l’artista aveva sottratto la vita nel corso di una violenta rissa nella città di Roma. Il racconto si perde però nel tempo e come siano andate realmente le cose resta uno degli interrogativi a cui sembra impossibile dar risposta certa. È vero, sorge spontaneo chiedersi il motivo per cui un artista del suo calibro si rintanasse in posti alla portata di individui così poco raccomandabili, ma non lo si può biasimare del tutto. Fondata nel 1300 ai tempi di Roberto d’Angiò e da poco nuovamente in attività, la Locanda del Cerriglio, infatti, rappresentò a lungo il luogo di ristoro prediletto dai nobili che volevano provare l’ebrezza della condivisione con il popolino. Tra i frequentatori più assidui si ricordino Giambattista Basile, Carlo Celano, Antonio Genovesi, Benedetto Croce, Giovan Battista Della Porta e Giulio Cesare Cortese che dedicò al vicolo il poema eroico ‘O cerriglio ‘ncantato.

Su Via del Cerriglio si sono anche espressi diversi studi linguistici impegnati nella incessante ricerca di una etimologia affidabile. Alcuni sostengono che la strada debba il suo nome a quello della omonima locanda, ma l’ipotesi più accreditata resta quella che sostiene un legame diretto con i ‘cerigli’, ossia una tipologia di querce che si pensa delimitassero l’antico quartiere medioevale. Il D’Ambra, invece, presume che il termine Cerriglio sia il vezzeggiativo di ‘Cierro’, termine che indica una ciocca di capelli più lunga delle altre e, per traslato, uno spavaldo, un accoltellatore, volendo così intendere un legame con i bravacci frequentatori dell’osteria. Non si può tuttavia ignorare l’interpretazione esposta nell’egloga Talia o vero Lo Cerriglio tratta dalle Muse napoletane in cui Basile, seppur sotto forma di ipotesi, esprime diverse etimologie con un abilissimo gioco di parole che rivela tutta la maestria dell’autore:

Ca fuorze ebbe sto nomme

o perché fu chiantato

a dove stea no cierro,

o perché chi nce trase

n’esce co’ bella cera:

o pure, ca chi c’entra

lo saluta a la greca, e dice: Chere!

O fuorze fu lo primmo, che lo fece,

quaccuno de la Cerra;

o perché lo denaro

nce squaglia comme cera…

 

Là dove Caravaggio sfiorò la morte con il palmo della mano è stato pubblicato nel numero di novembre 2019 della rivista l’Espresso napoletano. Per leggere gli altri articoli, richiedi la copia arretrata: 0815568046 oppure info@rogiosi.it.

Appassionato e studente di architettura da un lato e rigoroso ordinatore di pensieri, frasi, parole dall’altro; eternamente proteso, dunque, verso la ricerca sia di forme che di parole atte ad una comunicazione visiva e letteraria efficace. Cultore del Bello e fervente credente nella sua capacità di ispirare azioni, educare gli animi e disegnare scenari fecondi anche laddove sembri non possano sussistere. La mia suggestione per Napoli? Niente di più che una sintesi del tutto personale di Architettura, Letteratura e Bellezza.