La feconda prigionia di Tommaso Campanella

Tommaso Campanella
Tommaso Campanella

La feconda prigionia di Tommaso Campanella, l’autore dell’utopistico saggio sulla Città del Sole

Campanella e il ‘libro del mondo’

Tommaso Campanella
Il complesso monumentale di San Domenico, a Cosenza, che nel 1588 ospitò Tommaso Campanella.

Tommaso Campanella, trascorse ben 27 anni di carcere a Castel Nuovo a Napoli. Fu proprio lì che dalle riflessioni più profonde scaturirono molti tra gli scritti più importanti del frate domenicano.

Tommaso Campanella era nato a Stilo, in Calabria, nel 1568. Egli fu ‘indagato’ e condannato per eresia più volte nel corso della sua vita. Egli era uno spirito libero, e non voleva che la ragione abdicasse in qualsivoglia modo al potere dei dogmi. Tommaso non era un superbo, o un contestatore per partito preso, così come si usa dire. Semplicemente considerava ‘il libro del mondo’ – cioè l’esperienza concreta della natura – come il ‘libro sacro’ per eccellenza, senza per questo disprezzare in alcun modo le Sacre Scritture. Semplicemente, Tommaso credeva nell’osservazione razionale del mondo e di ogni sua componente, probabilmente perché la ragione stessa era dono di Dio.

La sua vita fu dunque difficile, considerando il fatto che visse proprio negli anni della reazione più terribile alla riforma protestante (nacque nel 1568 e morì nel 1639). Non tutti sanno, peraltro, che le sue opere principali furono scritte da Campanella a Napoli. In una prigione, dunque separato dal resto del mondo…però a Napoli.

La prigionia a Castel Nuovo

Qui, nelle segrete di Castel Nuovo, videro la luce (nel buio…) proprio La Città del Sole (1602), la Metaphisica (1623) e la Theologia (1624). Non possiamo fare a meno di immaginarci, seppur con l’ausilio della pura fantasia, qualche scena avvenuta negli antri oscuri di Castel Nuovo, mentre fuori splendeva il sole di Napoli. Ed…ecco che un servitore addetto ai prigionieri porta il frugalissimo pasto a frate Tommaso, e lo trova tutto intento nelle sue riflessioni, con l’unica arma di una penna e di – forse-  una pergamena o un supporto cartaceo da trasformare in codex, in codice, ciò che comincia ad avvicinarsi al nostro ‘libro’.

Ed allora il servitore, uomo del popolo, dice al frate: «Frate Tomma’, nun v’arrennite. Jate annanz’ a scrivere, ca po’ ‘e ccose s’acconciano». Ripetiamo, è pura fantasia. Però ventisette anni trascorsi a Castel Nuovo devono averTommaso Campanella necessariamente trasformato quell’orribil mondo nell’‘unico mondo’ di fratel Tommaso. Egli deve aver fatto in modo, con strategie mentali e sforzo fisico eccezionale, di resistere. E resistere significava accettare quella condizione, pena una lenta morte interiore. E, come abbiamo detto, ci piace pensare che una ‘scarda’ di Napoli, una scintilla guizzante, possano aver aiutato il grande pensatore a non arrendersi.

Che sia stato un servitore o il sole che trapelava da qualche feritoia, chissà, magari insieme alle voci lontane del caos del porticciolo. In ogni caso il coraggio di mettere a nudo le proprie convinzioni dinanzi al mondo non fu fiaccato con il carcere, bensì crebbe. L’ultima sua fatica fu una Apologia di Galileo (pubblicata nel 1622, dunque sempre durante la prigionia napoletana). E chissà che tempo faceva nel 1626, quando frate Tommaso Campanella fu liberato e vide la luce di Napoli, dopo 27 anni di permanenza nel ventre della città.  

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