lunedì, 13 Lug, 2020 Espresso napoletano

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La musica nel teatro di Viviani, l’intervista a Pasquale Scialò

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A colloquio con il maestro Pasquale Scialò, profondo conoscitore delle musiche di scena dell’autore stabiese.

La grande originalità del teatro vivianeo è data dalla presenza e dalla funzione della musica. Maestro, ci aiuta ad approfondire questa funzione nell’arte del grande drammaturgo?

“È lo stesso Viviani a fornirci nella sua Autobiografia una chiave per comprendere il ruolo centrale della musica nel suo teatro quando, a proposito del suo metodo di lavoro, dice: «Non mi fisso sempre una trama, mi fisso l’ambiente». Dunque, il punto di partenza della sua scrittura deriva dall’ascolto e dalla suggestione degli ambienti da costruire. Sin dagli inizi Viviani progetta con cura la regia sonora organizzandola su diversi piani, as­sociati al carattere e all’estrazione dei personaggi mediante un’accurata concezione sonora presente in molti lavori. L’altro piano musicale, con ogni probabilità quello più apprezzato, è dato dalla presenza del canto nelle sue diverse forme, con voce solo o anche corale, che contribuisce in modo determinante alla stessa definizione dei personaggi”.

Nelle opere di Viviani «verso e musica si accostano alla prosa in posizione non subordinata né decorativa, ma paritaria ed egualmente espressiva». A suo avviso, qual è il segreto del drammaturgo nell’essere riuscito a dare uguale dignità alla prosa e al verso?

“È la concezione musicale, se non addirittura librettistica, della sua scrittura scenica che si apparenta con le diverse forme del teatro europeo: preludi strumentali, pochi monologhi, struttura verbale con un forte ritmo interno, canto arioso, alternanza tra recitato secco e accompagnato secondo la forma del melologo. Base della sua scrittura scenica è l’individuazione della sonorità che parte dal campo testuale per investire l’intero ambiente dei suoi lavori”.

«Raffaele Viviani – lei stesso scrive – appartiene a quella categoria di artisti classificati come melodisti non trascrittori, che pur non essendo in grado di fissare sul pentagramma il loro pensiero sono gli autori delle musiche». Come portava a compimento le sue geniali intuizioni?

“Viviani ideava le proprie linee melodiche fischiettandole e solo successivamente le fissava sul pentagramma con il contributo di un trascrittore. Vari sono stati i suoi stretti collaboratori a partire da Cannio, Avitabile, Lanzetta. Era un music maker,  un creatore-interprete che realizza il proprio progetto performativo ‘ri-componendo’ sia materiali legati alla trasmissione orale, con l’introduzione  di varianti e modificazioni, sia quelli di diversa provenienza”.

Nel volume Canti di scena – Raffaele Viviani (2006), da lei curato, parla dei canti per voce e pianoforte come di «una delle prime esperienze di fusion musicale italiana». Viviani, un autentico sperimentatore?

“Viviani è tra le figure più prolifiche nella musica dello spettacolo italiano della prima metà del Novecento, e compone un vasto corpus di canti scenici di cui alcuni divenuti popolari anche grazie alle numerose rappresentazioni da parte di significativi interpreti. La sua produzione attraversa diversi generi di musica vocale: dalla tradizione folklorica a quella urbana sviluppatasi nell’ambito del teatro di varietà, dall’opera all’operetta, dalla romanza da camera alla musica d’importazione, fino a vistose forme di contaminazione. Tra queste resta esemplare la sua Rumba degli scugnizzi quale prototipo per le successive fusions musicali, rappresentando un vero e proprio saggio di ‘polifonia stradale’ a metà tra canto, recitativo e rap”.

Riferendosi ancora a Canti di scena, ci spiega con quale criterio ha selezionato i tredici componimenti?

“La selezione ha inteso fornire un’ampia tipologia delle forme vocali adottate da Viviani, prima nel varietà poi nel suo teatro: dalla ‘macchietta’ sociale al canto di prostituzione, come in So’ Bammenella ’e copp’’e Quartiere, a brani di emigrazione come Emigrante. L’obiettivo profondo della pubblicazione è stato quello di diffondere oltre i confini nazionali tale interessante repertorio con traduzioni in inglese dei testi e con i simboli fonetici internazionali”.

Infine, lei accosta il teatro musicale di Viviani all’esperienza giovanile della popular music. Ci aiuta a capire l’accostamento?

“La straordinaria capacità di Viviani è quella di creare la propria musica per assemblaggio di matrici diverse, così come avviene per gran parte della popular music. Quello che in buona sostanza fa Pino Daniele nel suo Furtunato ’o tarallaro quando mescola la ‘voce’ di un venditore ambulante con le matrici blues. Proprio questa particolarità della musica vivianea mi spinge a voler realizzare una ulteriore raccolta con traduzioni dei canti in diverse lingue: da quelle anglofone a quelle arabe”.