martedì, 24 Nov, 2020 Espresso napoletano

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L’arte al servizio dell’Arma: la storia dei Carabinieri attraverso quella dell’inconfondibile calendario

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Il calendario dei Carabinieri nelle ultime quattro edizioni ha raccontato 200 anni di storia dell’Arma. Possederne una copia è motivo di orgoglio per tutti coloro che lo ricevono e lo espongono. L’orgoglio di possedere tale calendario nasce dal fatto che esso si può ricevere solo come regalo da un militare dell’arma il quale, esclusivamente a proprie spese, acquista il numero di copie sufficienti ad accontentare coloro a cui tiene, quindi ricevere il calendario significa godere della stima di un carabiniere, condizione a cui tutti aspirano.

Art director della famosa pubblicazione è il M° Paolo di Paolo che collabora con l’Arma da oltre 44 anni.

Il tutto cominciò perché i Carabinieri dovevano essere presenti con la loro banda all’Expo del 1970 che si teneva in Giappone; il Generale Arnaldo Ferrara diede disposizioni affinché si cercasse un ottimo fotografo da mandare al seguito della banda perché potesse immortalare i momenti più significativi.

La scelta cadde proprio su Paolo di Paolo.

Ancora vivo nella sua memoria il primo impatto che ebbe quando entrò nel Comando Generale dell’Arma a Roma: fu colpito dall’ordine, dall’eleganza, dal garbo, dall’atmosfera, dai modi, insomma, come lui stesso dice, “per me fu un amore a prima vista”.

Paolo Di Paolo

Amore che si è ampliato sempre di più e l’ha portato, nel corso degli anni, a documentarsi in maniera dettagliata sulla storia dell’Arma. È stato anche curatore di una monumentale Storia dell’Arma scritta dal Generale Arnaldo Ferrara. Racconta di aver trascorso lunghi periodi nell’Archivio Storico di Torino e ha riportato alla luce documenti importantissimi; tra le cose più significative c’è da segnalare la sua collaborazione con il V Reparto del Comando Generale per il ritrovamento dell’organigramma del primo giorno operativo dei Carabinieri: il Corpo, istituito con le regi Patenti del 13 luglio 1814, contava 803 uomini.

Per raccontare la storia dei Carabinieri, partiamo dalla sconfitta di Napoleone. Il 25 aprile del 1814, in seguito alla sua caduta, si riunirono a Parigi le potenze che lo avevano battuto e furono gettate le basi per quello che, l’anno successivo, sarebbe stato il congresso di Vienna. Si decise in quell’occasione di dare un assetto provvisorio all’Europa sulla base di come l’aveva lasciata Bonaparte; per prima cosa si decise per il ripristino degli stati pre-napoleonici.

Fra tutti i Re, Duchi e Granduchi che erano stati spodestati da Napoleone, il primo che fece ritorno nel suo Regno fu Vittorio Emanuele I, il quale aveva vissuto per sedici anni in Sardegna in condizioni di estrema povertà. Lasciata il 2 maggio la Sardegna, approdò in Liguria e dopo qualche giorno, con una carrozza messagli a disposizione dal padre di Massimo d’Azeglio, si mosse alla volta di Torino dove giunse il 20 maggio. Fu accolto con grandi festeggiamenti, particolarmente dalla nobiltà che Napoleone aveva decisamente emarginato. Ritrovando il suo regno trasformato in un territorio allo sbando, pensò subito a due provvedimenti urgenti, il primo fu quello di ripristinare tutte le leggi vigenti prima dell’arrivo dei francesi, il secondo fu quello di ricostruire l’esercito istituendo un corpo che potesse ripristinare l’ordine nel regno. Per fare ciò si avvalse dell’aiuto dei suoi più fidati collaboratori, tra i quali il Conte Giuseppe Thaon di Revel. Furono recuperati i soldati, ormai allo sbando, che avevano militato nell’esercito napoleonico; si scelsero solo i migliori, quelli che davano garanzia di grande livello di formazione spirituale, culturale e umana. In realtà furono loro che segnarono l’impronta che ha sempre contraddistinto i militari dell’Arma e infatti, afferma di Paolo “ancora oggi si sente la derivazione dello stile di questi grandi ufficiali: compostezza, garbo, disponibilità, riservatezza”. Un’altra importante innovazione voluta da Vittorio Emanuele I fu la disposizione di far giurare i militari in Chiesa dando, in questo modo, una particolare sacralità all’appartenenza al Corpo.

Vittorio_Emanuele_I_di_Savoia

Una sacralità talmente forte che, in uno dei primi regolamenti, era previsto il carcere a vita per chi recasse offesa ad un Carabiniere e addirittura, anche in caso di solo ferimento di un militare, veniva comminata la pena di morte. D’altra parte, com’è riportato anche nel calendario dell’arma di quest’anno, pare che il regolamento sia stato scritto da un gesuita; ma ancora, quando nel 1883 furono requisiti conventi e monasteri, gli stessi furono usati come alloggi per i militari per cui, al di là degli esempi ricevuti e del regolamento vigente, l’atmosfera stessa imponeva uno stile di vita austero.

Intanto gli anni passano e, grazie a Cavour, si prepara un’operazione che dà l’esatta percezione dell’organizzazione dei Carabinieri e della loro importante posizione nella Storia d’Italia. Una volta salito al trono Vittorio Emanuele II (che sarà ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia), il suo ministro Cavour, cogliendo i segnali di cambiamento che percorrevano gli stati preunitari, inviò degli alti ufficiali dei Carabinieri (solo formalmente dismessi) come affiancamento ai Comandanti delle varie gendarmerie locali; in realtà la loro funzione era quella di organizzare le forze armate secondo i criteri e il regolamento dei Carabinieri stessi, addirittura alle gendarmerie locali si cambiavano progressivamente anche le divise, tutto ciò perché le popolazioni si abituassero progressivamente a confrontarsi con i Carabinieri veri e propri una volta che fossero giunti al seguito del Re. Cosa che puntualmente avvenne quando, a ridosso della Seconda Guerra d’Indipendenza, i vari stati, grazie allo strumento del Plebiscito Popolare, proclamarono l’annessione al Regno. A quel punto non si dovette fare altro che cambiare qualche dettaglio (nelle divise, nelle dislocazioni) e il regolamento dei Carabinieri non fu altro che una prosecuzione di leggi già vigenti e non un’imposizione. Fu grazie ai Carabinieri che un cambiamento storico di enorme rilevanza avvenne senza tumulti e senza malcontenti. Lo stesso metodo fu utilizzato anche per la Sicilia e per Napoli; in questi casi furono creati rispettivamente il Corpo dei Carabinieri per la Sicilia e il Reggimento dei Carabinieri per la città di Napoli. La progressiva unificazione dell’Arma si completò nel 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, con l’annessione all’Italia di Trieste e Trento.

Carabinieri in guerra

Fin qui i dati storici, necessariamente riportati in maniera sintetica, che sono venuti fuori dalla chiacchierata con Paolo di Paolo, ma il racconto è proseguito con la narrazione di aneddoti e fatti storici poco noti che hanno messo in evidenza il valore dei militari dell’Arma che il M° di Paolo sintetizza con una frase: i Carabinieri hanno il pudore di essere bravi, lo sono e basta. E racconta l’episodio della battaglia di Pastrengo, relativamente alla Prima Guerra d’Indipendenza. Era una domenica mattina e il Re Carlo Alberto, molto cattolico e osservante, era andato a Messa portando, come sempre, al seguito la famiglia e gran parte della corte. Alla fine della funzione religiosa egli si rivolse al suo seguito esclamando: “Andiamo, vi porto a vedere la guerra”, e tutti lo seguirono fino alla Collina Le Bionde dalla quale si aveva un’ottima visuale del campo di battaglia. Sta di fatto, però, che la guerra tardava ad iniziare; pare che, al di là della tattica bellica studiata per l’occasione, avessero inciso le avverse condizioni atmosferiche che, a causa di piogge torrenziali, avevano provocato l’impantanamento dei mezzi di artiglieria pesante. Uno zelante militare che faceva parte della corte del Re, notando che Carlo Alberto era infastidito dal ritardo, pensò bene di scagliarsi contro il nemico e al galoppo si lanciò incontro alla prima linea austriaca; fu a quel punto che il Maggiore Sanfront diede immediatamente ordine di muoversi ad un drappello di Carabinieri e diede il vero inizio alla battaglia, seguirono poi gli altri Carabinieri dei tre squadroni disponibili sul campo, a quel punto tutto l’esercito si mosse per affrontare il nemico. L’attacco, improvviso e determinato, durò parecchie ore e mise in rotta l’esercito austriaco costringendolo alla ritirata; purtroppo, ad un soffio da quello che sarebbe stato un disastro per l’Impero Austriaco, arrivò una staffetta portando il seguente ordine di Carlo Alberto: “Per oggi ne ho abbastanza, basta così”, ordine che gettò le basi per trasformare quella che avrebbe potuto essere la “fatal Pastrengo” per gli austriaci, nella “fatal Novara” che segnò la vittoria definitiva dell’Impero Austriaco.

Carabinieri a Pastrengo

Gli squadroni di Carabinieri, ubbidienti come sempre agli ordini, smisero immediatamente di combattere e, seguiti dall’esercito, raggiunsero di nuovo le posizioni di partenza. Come ricompensa per il grande valore che l’Arma aveva dimostrato in quella circostanza, fu concesso ai Carabinieri di poter far crescere i baffi, cosa che fino ad allora era proibita; solo nel 1912, dopo un’attenta ricostruzione storica dei fatti di Pastrengo e senza nessuna sollecitazione da parte dei Carabinieri, all’Arma viene assegnata una Medaglia d’Argento come riconoscimento del loro valore.

Anche il periodo della resistenza è costellato da episodi di grande abnegazione e da enormi sacrifici ma, come dice il M° di Paolo, “il loro pudore di essere bravi” fa sì che tanti eroismi non vengano raccontati con esaltazione, ma trasmessi quasi come storie di vita ordinaria. A parte il notissimo sacrificio di Salvo D’Acquisto, c’è stato un episodio simile e meno noto a Fiesole dove tre militari dell’Arma, Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti erano riusciti ad entrare in contatto con i partigiani ed erano entrati in clandestinità, i tedeschi, scoperta loro fuga, fecero dieci prigionieri tra i civili minacciando di fucilarli se i tre non si fossero consegnati. I giovani Carabinieri furono contattati tramite la Curia Arcivescovile di Fiesole e, appena messi a conoscenza della rappresaglia minacciata, senza alcuna esitazione si consegnarono e furono a loro volta fucilati. Avevano poco più di vent’anni. Nel 1975, in occasione del trentennale della fine della guerra, Paolo di Paolo fu incaricato di allestire una vetrina dedicata ai Carabinieri all’interno di una Mostra sulla Resistenza. Racconta che rimase sgomento di fronte al materiale che fu messo a sua disposizione per scegliere ciò che doveva esporre: durante la resistenza tra i militari dell’Arma vi furono 4000 morti, 6000 feriti, 1500 deportati in Germania, 7000 deportati al nord nella Repubblica Sociale Italiana. Si recò dal generale Arnaldo Ferrara e gli espresse tutto il suo sconcerto, soprattutto sul perché non si fosse mai parlato abbastanza di quegli eroi. Il generale, semplicemente, gli rispose: “Non è nello stile dell’Arma far rullare i tamburi, ogni Carabiniere fa solo il suo dovere”. Dando una scorsa al galateo del Carabiniere, una ristampa anastatica dell’edizione del 1879 che il M° di Paolo mi ha regalato in occasione del nostro incontro, leggo una frase che, credo, possa spiegare il naturale riserbo di questi gloriosi militari: “…il carabiniere deve ritenere l’obbligo di soddisfare al proprio dovere un’ineluttabile necessità della vita sulla quale non si può discutere, e che lo fa aspirare ai gradi massimi del sacrificio. Nel far bene non devesi far conto su vantaggi materiali, non andar in traccia di reverenza o popolarità…”.

Per finire ringrazio il M° Paolo di Paolo perché attraverso il suo racconto, mi sono calata in una realtà che mi sento di definire come una LECTIO MAGISTRALIS sul valore dell’Arma dei Carabinieri.