Lazzarelle Bistrot: intervista a Imma Carpiniello

La storia della cooperativa Lazzarelle che dal 2010 si adopera per l’empowerment e il reinserimento delle donne detenute ed ex detenute.

Nella splendida cornice della Galleria Principe di Napoli trovano spazio i prodotti dell’economia carceraria: succede al Lazzarelle Bistrot, un cafè gestito da detenute ed ex detenute.
Per saperne di più abbiamo intervistato Imma Carpiniello, presidente della cooperativa Lazzarelle.

Ciao Imma! Ci racconti quando e come nasce il progetto Lazzarelle?

Il progetto Lazzarelle nasce nel 2010 dopo un incontro con le donne detenute all’interno del carcere femminile di Pozzuoli, quando alla domanda «Di cosa sentite di più la mancanza?» hanno risposto candidamente «di un lavoro». Nel provare a comprendere le ragioni di questa risposta, ci siamo rese conto di quanto la permanenza in carcere rappresenti un impegno economico, oltre che affettivo, per i parenti che sono all’esterno. Ne deriva che le donne detenute sentono costantemente il peso di dover dipendere dai propri cari, anche per l’acquisto dei beni di prima necessità. Da qui l’idea di creare una realtà che fosse sostenibile e autonoma, in modo da durare nel tempo: così abbiamo dato vita alla nostra impresa sociale per la produzione del caffè.

Cos’è il Lazzarelle Bistrot?

Il Lazzarelle Bistrot invece è nato nel luglio 2020. Dopo aver realizzato la cooperativa sociale per la produzione del caffè, destinata a operare in carcere, sentivamo la mancanza di un collegamento con l’esterno: avevamo bisogno di un posto che fosse non solo vetrina dei nostri prodotti ma anche anello di congiunzione con il mondo fuori. Il carcere è un’istituzione totale e, in quanto tale, tende a infantilizzare le persone, così per contenerle e gestirle le spoglia di una serie di competenze traversali. Il bistrot diventa allora il posto in cui  le donne detenute, lavorando, possono ricominciare. Ma non è soltanto questo: è un polo culturale che ospita eventi di vario tipo, dalla presentazione di libri a incontri e dibattiti; uno strumento per far conoscere il mondo detentivo, fornirne una visione diversa e far capire chi c’è al di là delle sbarre, perché le carceri non sono altro che lo specchio di ciò che c’è fuori.

Chi sono le Lazzarelle?

Il nostro claim è: “lazzarelle non si nasce ma si diventa”, prendendo spunto dalla citazione di Simone de Beauvoir “donne non si nasce, lo si diventa”. Il nome è nato da una progettazione partecipata, assieme alle donne coinvolte dal progetto nel 2010. Le Lazzarelle sono tutte quelle donne che spesso in modo quasi inconsapevole, a causa della bassa scolarizzazione e della povertà entrano nei percorsi criminali e si trovano poi a delinquere. D’altronde anche in napoletano la “lazzarella” è la bambina che fa i dispetti, le marachelle, ma mai in maniera maliziosa o cattiva. Tra l’altro, già con il nome volevamo sottolineare che si trattasse di una cooperativa di sole donne: “lazzarelle” quindi sono anche le stesse operatrici che lavorano costantemente gomito a gomito con le detenute.

Quali sono i progetti attualmente attivi?

I nostri due principali progetti sono la torrefazione e il bistrot, cioè gli strumenti che utilizziamo per avviare i processi di empowerment delle donne. Inoltre, proprio da questa settimana è attivo un nuovo progetto all’interno del carcere: la realizzazione di un’altra metà produttiva, la cioccolateria. A questi si aggiungono poi una serie di collaborazioni anche a livello europeo, per studiare e replicare altrove la nostra metodologia.

Come hai anticipato, tra i vostri principali obiettivi troviamo l’empowerment delle donne detenute ed ex detenute, e la diffusione di un nuovo modo di raccontare il carcere: qual è la risposta della popolazione?

Guardiamo direttamente ai numeri: dal 2010 ad oggi ben 78 donne hanno lavorato con noi, 73 delle quali si sono poi inserite in percorsi lavorativi regolari. Sappiamo che l’unico modo per abbattere la recidiva è offrire delle opportunità: questo è ciò che noi facciamo. Da parte del mondo esterno, il racconto che noi abbiamo fatto in questi anni è stato accolto in maniera positiva. Certo, ci sono donne che tornano a delinquere, e ci sono anche persone scettiche che non apprezzano il nostro operato, perché non tutti capiscono che proprio attraverso i percorsi virtuosi si può cambiare un destino. Insomma, al di là dei fisiologici momenti di difficoltà, continuiamo a operare con la nostra leggerezza e il nostro modo di fare, tentando di raccontare non tanto il carcere ma le vite delle persone, e di dimostrare che anche chi ha commesso degli errori può reintegrarsi in società.

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