giovedì, 13 Ago, 2020 Espresso napoletano

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“Le cinque rose di Jennifer”, Ruccello secondo i fratelli Russo

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Gabriele e Daniele Russo aprono le porte della loro casa del teatro e lo fanno con un testo gigante del 1980, un ‘cult’ del teatro contemporaneo, “Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello,  in scena fino al 10 novembre.

È una Jennifer moderna, nuova, che trova dimora su un palco imponente e sontuoso, quello del Teatro Bellini. Non perde però la connotazione intima, ancestrale: sangue e sentimenti, una follia da cui emerge la solitudine più vera e autentica. Jennifer è un personaggio che esplode di vita, che riempie il palco e invade l’anima del pubblico, grazie ad una scrittura esemplare e questo Gabriele Russo lo sa bene, che segue attentamente le indicazioni del copione senza però rinunciare, con mano delicata, a dare la sua personalissima visione dell’opera. Lo dimostra attraverso la nuova centralità del personaggio di Anna, presente in scena sin da subito: Anna, attraverso il corpo e la voce di Sergio Del Prete, diventa specchio e alter ego; evidenzia, ricalca e demolisce le smanie, le ossessioni e i drammi di Jennifer. Il protagonista prende invece le sembianze virili e forti di Daniele Russo, che riesce a smontare i vezzi del ‘femminiello’, a uscire dalla maschera e a restituire al personaggio tutta la sua disperata sofferenza. Jennifer è vera, è onesta, è autenticamente donna, nei tormenti e nelle passioni e l’attore ne interpreta le sfumature più intime. Jennifer canta, ride, balla, e noi con lei – quasi a immaginare un nuovo finale – ma non si libera mai di quel declino, dell’ombra, che la porterà irrimediabilmente verso la fine. Jennifer crede, spera, aspetta quella telefonata di Franco – fino a rispondere al telefono anche quando non squilla – per sfuggire dal dolore che, sempre più, si impossessa di lei. Il sipario si chiude sull’ultima scena, e forse tutto quel che abbiamo visto è stata solo immaginazione, tranne quell’ultimo atto disperato.
Un lavoro riuscito, che disegna una rinnovata messinscena dell’opera di Ruccello che, come solo per i veri capolavori accade, non smetterà mai di assumere nuovi significati. Ai fratelli Russo va il merito di aver restituito un testo così potente alla sua città, di cui è espressione viscerale, e al grande pubblico, che lo scoprirà o riscoprirà ancora una volta.

Foto di Mario Spada

Letterata per formazione. Giornalista per vocazione. Scrivo di teatro perché è magia e immaginazione, rimedio e cura. Perché quello che accade dietro il sipario mi sembra più vero di quello che c'è fuori.