Le memorie della luna: dal mito alla storia reale!

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Per assicurare, anche con una certa ironia, una pari opportunità di genere, di trend contrario rispetto a quanto accade quotidianamente e rispetto al nostro ultimo dedicato a Selene, avviamo questa riflessione partendo dall’Endymion di John Keats, uno dei poeti più significativi del Romanticismo inglese. Fervore culturale degli ultimissimi anni del 1700 britannico, filo diretto con quella cultura classica che è scritta nelle sue poesie quasi su un doppio livello grafico, poesia di evocazione antica eppure così vicina alle vicende reali della vita dell’autore: queste le coordinate nelle quali ci muoviamo in una riflessione che va da Napoli all’Europa per poi tornare a Napoli.

Nell’ambito del nostro filone tematico, quello che ci riporta anche alle liriche in ogni tempo dedicate alla luna e alla sua simbologia , l’Endimione di John Keats si apre con lo struggente “The thing of beauty is a joy for ever” (“Una cosa bella è una gioia per sempre”): la bellezza e la gioia.  Keats unisce al centro della percezione del lettore la conoscenza sensoriale del visibile cui dà, e diamo, il nome di bellezza e quel sentimento fortemente fisico  e ad un tempo intimamente spirituale che è la gioia. Bellezza, non solo quella estetica naturalmente, e gioia, che ingloba in sé l’amore, dalla dimensione interiore rimandano a quella dell’esperienza del mondo reale quasi sublimata, a sua volta, nel voler assorbire, per la necessaria metamorfosi del tempo, quel patto che consente di andare oltre negli istanti che non sono tempo. Keats vive un’intensa, ma difficile, storia d’amore con Fanny Brawne: la salute precaria e poi la morte precoce di lui, avvenuta a soli 26 anni, porteranno Fanny a contrarre matrimonio con un altro uomo lasciando ai suoi figli però tutte le lettere d’amore di John, quelle lettere che scandalizzarono la società vittoriana per l’impeto d’amore che raccontavano. In questa vicenda di vita vera sembra quasi che Endimione ‘muti’ nel poeta e Fanny in Selene ma con una rielaborazione del mito: Keats assiste quasi ‘dormiente’, ma non per sua scelta, alla vita che scorre e Fanny conduce la sua giovane esistenza tra balli e frequentazioni sociali mentre, nella verità mitologica, Selene ritorna ogni notte dal suo amato per contemplarlo amandolo. Un processo di interazione tra cultura classica, mitologia, creatività poetica ci consente di cogliere nello stesso tempo un’inversione dei ruoli: il poeta britannico, quasi come Selene, è assorto nella contemplazione del femmineo Endimione, dietro il quale si  cela Fanny. Intanto Keats trova nell’ ars poetica la via per l’immortalità, ardente ars poetica ispirata dalla leggiadria della stella amata, Fanny appunto. E per i processi di elaborazione da parte delle collettività, riprendendo il succitato concetto del tempo che muta e che si apre a dimensioni di “sincretismo”  tra mito e storia, quel mito viene conservato e ad un tempo trasformato fino a divenire metafora delle identità individuali in ogni cultura e in ogni tempo. Una sorta di transcodifica non solo individuale però, agevola, grazie a consapevoli processi di metamorfosi,  stati di rapimento delle anime  sensibili e di rielaborazione anche successiva alle  produzioni liriche di ogni tempo in grado di influire sulle  espressioni sociali.

Metafora di vita, di morte e di rinascita, il simbolismo della luna si è esteso non solo a fenomeni basilari della vita ma anche alla fecondità, alla femminilità, al divenire. Selene, infatti, per il suo aspetto mutevole, è stata associata a tre distinte divinità, legate ciascuna a tre diverse “manifestazioni”: la Luna piena, la Luna nuova e la Luna crescente restando soprattutto personificazione della fecondità; il suo simbolo di luna piena rappresenta il periodo di maturazione, di pienezza, di fertilità; insieme a lei ci sono Artemide, la Luna crescente, e Ecate, la Luna nuova. E la luna ci riporta nella mitologia latina a Diana, il cui nome rimanda tanto alla  luminosità quanto alla fertilità. Il culto a Diana era riservato alle sole donne che si recavano al tempio della dea costruito presumibilmente proprio nel cuore del centro storico di Napoli in coincidenza della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, luogo simbolo di pratiche al confine tra arti magiche e vecchi rituali non a caso reminiscenza dei sacrifici dedicati a Demetra, dea della Terra, madre di Persefone/Proserpina, genitrice, secondo una versione dell’ intreccio tra storia e mito, di Parthenope.
E così Selene,  parte sensibile ed emotiva dell’individuo, diviene simbolo del nostro modo di ricordare ed elaborare il passato, sentire il mondo dell’oggi e costruire i processi in divenire. Il tutto attraverso il filtro del linguaggio delle emozioni.
Grazie alle sue molteplici vocazioni, Selene era allo stesso tempo madre feconda, forse in simbiosi con Demetra ci vien da pensare, e dea del cielo.
Secondo la tradizione, il suo culto coincideva con i giorni di luna piena quando la sua luce si irradiava con la massima luminosità portando il chiarore della divinità al mondo degli uomini. Selene era anche considerata la dea della magia, dimensione propria dei luoghi della Pietrasanta per le vicende delle sacerdotesse di Diana, le“dianare”. E dunque una congiuntura magica a questo punto ci permette di visualizzare una convergenza di processi in uno dei luoghi simbolo della Napoli greco-romana e contemporanea. Solo per venticinque dei ventotto giorni del percorso lunare il ciclo si compie. Negli altri tre, Selene scompare misteriosamente alla vista del mondo perché si dedica all’amore del suo Endimione nella grotta dell’eternità… E nel sottosuolo della Pietrasanta per i percorsi del Museo dell’acqua! 

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