sabato, 30 Mag, 2020 Espresso napoletano

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Le vite dietro i camici bianchi. Emozioni e paure di chi aspetta il loro ritorno a casa

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Non vogliono essere chiamati Eroi ma per tutti noi, che stiamo vivendo un tempo fermo, carico di preoccupazione e paura, lo sono eccome. Medici, infermieri e anestesisti in trincea dal primo momento. Poi il nostro sguardo su Paolo Ascierto e l’equipe che ha coinvolto nella sperimentazione del farmaco anti artrite per curare chi è stato attaccato in maniera spietata da Covid 19. E le nostre speranze di essere vicini alla fine di tutto questo! E poi i medici in pensione, che tornano in ospedale a sostegno del lavoro dei colleghi. Mentre negli ospedali, tutti i camici bianchi che non staccano mai il turno, si impegnano a salvare vite, sfidando il rischio contagio, al pericolo si espongono anche i medici di famiglia, che non lasciano soli i loro assistiti e cercano di dare un ordine, nel rispetto delle misure di sicurezza, all’ingresso negli ambulatori.

Ci sono i medici e ci sono le loro famiglie, che li aspettano a casa. Le loro paure, le loro emozioni, la loro tensione sembrano tutte racchiuse in una lunga lettera che la fotografa Federica Napolitano ha pubblicato sul suo diario Facebook, venerdì 13 marzo 2020. Il suo papà, Enrico Napolitano, “ha 65 anni ed è medico, specializzato in cardiologia e malattie dell’apparato respiratorio, medico di Medicina Generale in due diversi paesi, e questo per farvi immaginare la quantità di persone malate che visita tutti i giorni”, come si legge nell’incipit dello scritto di Federica.

La lettera di Federica Napolitano

Il Dottor Enrico Napolitano

Lui è mio padre e il nostro eroe da sempre.
Ha 65 anni ed è medico, specializzato in cardiologia e malattie dell’apparato respiratorio, medico di Medicina Generale in due diversi paesi, e questo per farvi immaginare la quantità di persone malate che visita tutti i giorni.
Resta sempre nostro padre e un marito, per cui ha mandato questa foto nel gruppo di famiglia per farci stare più tranquille, per farci vedere che si è “arrangiato” dall’inizio come meglio ha potuto per proteggersi e per proteggerci, non avendo ancora ricevuto il kit di sicurezza dall’ASL.
Lui esce e va a lavoro tutti i giorni, ancora oggi che è stata dichiarata la pandemia, e mentre qualcuno ha iniziato a fare il conto dei giorni e a lamentarsi di quanto tempo è a casa, lui aspetta solo di tornarvi. Un attimo di silenzio quando lo vedo uscire e quando lo sento rientrare.
Sì, lo vedo uscire, perché gli chiedo retoricamente dove va per sentirmi raccontare qualcosa, quasi come se lo volessi trattenere un minuto in più in quella che mi sembra una #zonaprotetta.
Sì, lo sento entrare, perché prima di entrare in casa svolge un minuzioso rito: toglie le scarpe, si spoglia e si riveste con altri indumenti, non fa lo stesso percorso di quando è rientrato, lava le mani, che sono sicura avrà già lavato in ambulatorio, e viene ad aprire le porte delle nostre stanze, ci viene a cercare e ci sorride.
Lui è sempre esposto, e per quanto il #restiamoacasa sia fonte di sicurezza per molti, per noi c’è sempre un piccolo fattore di rischio proprio stando a casa.
Ogni giorno è così la nostra quarantena, quella di tutti i medici e delle loro famiglie, senza alcuna rassicurazione che il passare dei giorni scongiuri il pericolo.
Due mesi fa ci disse cosa sarebbe successo e quella che per noi figlie era una profezia è diventata realtà.
Ha provato a spiegare prima dolcemente e poi con severità le misure straordinarie che avremmo dovuto adottare, facendo leva sui nostri principi e amore familiare, sulle responsabilità e conseguenze che ne derivano.
Ma se ha dovuto lottare con noi, cosa gli succederà fuori?
Il primo screening lo fanno i medici di Medicina Generale, quelli che comunemente chiamiamo “di famiglia”, perché si prendono cura di noi e dei nostri affetti.
Loro sono la prima linea.
Se stai male chiami il medico.
Se hai influenza, febbre, tosse, raffreddore, chiami il medico e chiedi la visita domiciliare. Oggi se hai questi sintomi chiami il medico, che, a malincuore non può più venire e dovrà seguirti telefonicamente in una prima fase e poi, successivamente, affidarti ai colleghi ospedalieri che hanno, nel caso, loro, gli strumenti per effettuare il tampone e la visita con i mezzi necessari per garantire la sicurezza del medico e del malato. L’unica cosa certa è che ad oggi non esiste ancora terapia, solo prevenzione.
Nella consapevolezza dello stato emotivo del paziente che si sente indifeso, debole, fragile e colmo di paure, lui non lo lascia fino a quando gli è concesso.
Ma non tutti i pazienti accettano di buon grado le disposizioni. Vogliono papà, che cura anche altre malattie, e quelle non si fermano e non restano a casa. Molti di questi sono nelle fasce a rischio e non per il fattore dell’età.
Lui li segue come può e come deve, tutti.
È un bravo medico, io ne sono orgogliosa, e lo vedo dagli occhi pieni di riconoscenza dei suoi pazienti.
I medici NON sono immuni al Coronavirus: per loro ogni giornata è come un giro alla roulette russa contro il nemico invisibile.
È un momento storico, non perché abbiamo rinunciato alle abitudini, al lavoro, alla quotidianità, allo shopping e alle uscite, ma perché stiamo affrontando una difficoltà di cui solo dopo prenderemo coscienza e la portata insieme alle conseguenze.
Il buon medico non rinuncia mai alla sua vocazione connessa a una spropositata umanità, a costo della vita, affronta la paura più comune a ogni uomo, l’istinto primordiale dell’essere umano: la sopravvivenza. Il buon medico supera in ogni circostanza tutto questo, anche al cospetto di una pandemia, senza pensarci e senza sosta, resta impavido di fronte al pericolo.
Ma ogni medico ha una famiglia, che lo ama più di ogni altra cosa al mondo.
Ho raccontato di mio padre, ma il mio pensiero si estende a tutti gli operatori sanitari, che rendono la sanità italiana una vera eccellenza mondiale; è in corso una guerra come una partita a scacchi, e c’è un esercito di pedoni senza armi di difesa che si sacrifica per salvare la Nazione. Un esercito di camici bianchi che vengono reclutati e formati senza esclusioni, non bastano più.
Esprimo solidarietà e profonda riconoscenza a tutti loro, un pensiero ancora più forte va ai medici che conosco del nostro Centro.
Lontani dai pericoli ci sentiamo stupidamente invincibili. Bisogna mettere in quarantena le nostre opinioni personali e dedicarci a questo tempo che ci è stato concesso.
Sentiamoci fortunati per ora, perché, a differenza di alcuni, nell’#andràtuttobene possiamo ancora sperare.

In copertina: Federica Napolitano.

Giornalista, press agent, media pr e, per una volta, scrittrice. Autrice di Gloss (Rogiosi Editore), giallo glam diventato poi una graphic novel disegnata da Rosa e Carlotta Crepax. Ama il profumo dei libri, la musica, l'arte, la scoperta e la conoscenza, che considera sensuale e affascinante.