martedì, 02 Giu, 2020 Espresso napoletano

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Lello Antonelli, il sarto napoletano

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Una volta a Pechino gli chiesero: “Come si fa a diventare un sarto napoletano?”. Lui rispose: “Devi essere Napoletano”. E anche se questa condicio sine qua non potrebbe sembrare sottintesa, in realtà non lo è. Perché per imparare l’arte sartoriale napoletana bisogna vivere la città, rubarne con gli occhi la bellezza, coglierne l’eleganza, che non è mai ostentazione di sé ma signorilità d’animo. Per diventare un sarto napoletano, ma soprattutto per diventare un sarto napoletano bravo, bisogna frequentare le botteghe artigiane che hanno reso questa città famosa in tutto il mondo, bisogna conoscere persone da poter chiamare ‘maestri’, bisogna avere il rispetto ma anche il coraggio di custodire e a propria volta tramandare una tradizione centenaria che passa per la testa e per le mani ma nasce dal cuore.

Lello Antonelli
ph. Maurizio Raffaele

Lello Antonelli ha iniziato il suo percorso da piccolissimo, ad appena dodici anni. Oggi, che di anni ne ha sessantadue, mi accoglie nella sua raffinatissima sartoria in via dei Mille n. 40, dove tuttavia si respira ancora l’aria di una bottega: negli armadi che arredano il salottino d’ingresso fanno bella mostra di sé tessuti pregiati e scelti uno per uno, nella sartoria vera e propria i più giovani si confrontano con i veterani sulle varie fasi della lavorazione, nella stanza delle prove una giacca ancora piena di fili d’imbastitura è pronta per essere misurata.

Inaspettatamente, Lello mi racconta che questo mestiere non gli è piaciuto sin da subito. Si accostò alla sartoria per necessità, perché da ragazzino molto gracile qual era non poteva svolgere lavori di manovalanza: quello del sarto era invece un lavoro riparato, tranquillo. Ebbe la fortuna di iniziare in una delle sartorie più importanti di Napoli a quel tempo, e questo gli diede l’opportunità di conoscere di persona grandi nomi della sartoria napoletana e di imparare tutto ciò che poteva da ognuno di loro. Quando il suo maestro gli pose una mano sulla spalla e gli disse “tu sei bravo”, decise di voler diventare ancora più bravo, e per la prima volta pensò che quello potesse essere il suo lavoro.

Lello Antonelli
ph. Maurizio Raffaele

Da quel momento di strada ne ha fatta: ha lavorato in altre sartorie per imparare non tanto tecniche diverse – perché la tecnica della sartoria napoletana, mi spiega, è una sola – ma modi di lavorare diversi. Si è rimboccato le maniche per fare di tutto ciò che apprendeva qualcosa di suo, di personale, finché, ad appena ventotto anni, prese la decisione di aprire un piccolo spazio in una traversa di via Montesanto: “Era un buco, umido, bagnato, con l’acqua a terra. Pagavo 17mila lire al mese. Ad un certo punto scoprirono che invece di una casa era una piccola sartoria e la somma da pagare aumentò a 400mila lire. Io non avevo tutti quei soldi. Ma Dio è grande: lavorando tanto, facendo anche aggiusti per realtà importanti, riuscii ad arrabattare la cifra e a portarmi anche a casa qualcosa. Nel frattempo, mi sono fatto le ossa e mi sono conquistato i miei primi clienti. Farsi una clientela in sartoria è una cosa difficilissima, perché la gente ha già il proprio sarto, oppure ha un amico che va da un sarto più accreditato di te. Tu a ventotto anni questa credibilità non ce l’hai, non sei nessuno”. Come si fa, allora, a farsi conoscere? “Tra te e il cliente si deve instaurare un sottile filo, che si chiama fiducia”. Come si instaura la fiducia? “Con l’onestà”. Ora che da quella traversa di via Montesanto – e da una successiva e più grande sartoria proprio in via Montesanto – si è trasferito in via dei Mille, Lello Antonelli guarda con un certo orgoglio ai suoi cinquant’anni di lavoro e si proietta al futuro: “Sto progettando di aprire un’azienda più grande, dove i turisti possano venire a toccare con mano quella che è l’arte della sartoria napoletana. La immagino fatta di giovani, perché credo che questo mestiere abbia ancora lunghe strade da percorrere. Siamo richiesti in tutto il mondo: questo può voler dire soltanto che facciamo qualcosa di diverso. Non facciamo un abito statico, ma dinamico. Questo è l’abito napoletano”.

Lello Antonelli
ph. Maurizio Raffaele

Quando parla del suo mestiere, a Lello Antonelli brillano gli occhi: “Dentro agli abiti che facciamo, interamente a mano, ci mettiamo tutto quello che c’è nel nostro cuore oltre che nelle nostre mani. Noi bagniamo ancora le tele nel secchio con l’acqua, le strofiniamo, bagniamo i tessuti per 48 ore e li lasciamo in un pannuccio di cotone”. “Quanto tempo ci vuole per fare una giacca?” gli chiedo. Mi risponde: “Per fare bene una giacca sartoriale, con prima e seconda prova, ci vogliono 72 ore di lavoro. Per farla meglio, ce ne vogliono 90. Io vorrei che la sartoria fosse paragonata alla manifattura orologiaia, quella importante, dove si montano ancora i pezzi uno alla volta. Noi a Napoli lavoriamo con le nostre mani, e guarda che differenza. Portiamo avanti un mestiere che abbiamo imparato da piccoli, cercando di migliorarlo giorno per giorno. Chi viene da noi? Il competente, la persona che vuole vestirsi e non vuole coprirsi”.

Lello Antonelli
ph. Maurizio Raffaele

Tutto nasce da lì, mi spiega Lello Antonelli, dall’eleganza che l’uomo già possiede in sé: “Io non sono un mago, io sono un sarto. Tu puoi fare anche il vestito più bello del mondo, ma una persona non sarà mai elegante se non è elegante dentro. Chi si affaccia alla sartoria è già una persona signorile. Lo stile si crea dal connubio tra la personalità del cliente e quello che io, con la mia esperienza, conosco. L’artigiano vero non è mai uno spavaldo. È un uomo umile che mette in campo soltanto quello che sa fare. Quello che è, e non quello che ha”.