Leopardi a Napoli: un feeling con il popolo?

leopardi a napoli
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Non è facile raccontare del soggiorno di Giacomo Leopardi a Napoli. Goethe, Stendhal, Melville, ci hanno abituato a leggere parole, riguardo alla città che amiamo, che ci mandano ‘nzuocolo, in sollucchero.

Questi autori ci hanno lasciato descrizioni incredule per l’atmosfera magica di Napoli, o anche solo righe entusiastiche sul San Carlo, o su via Toledo. Io, personalmente, questi frammenti dei grandi dell’epoca del Grand Tour, me li vado cercando spesso. Per rileggerli. Perché anch’io m’illumino, divento raggiante, quando un “grande” loda la nostra terra. Beh, la storia di Leopardi a Napoli in questo senso è complessa. Qui proviamo a darne un’interpretazione.

Leopardi a Napoli : con chi scatta il feeling?

Sembrerebbe che i giorni di Leopardi a Napoli siano stati tormentati. Però, dalle ricerche che ho potuto fare, una “consolazione” l’ho trovata. A quanto pare erano alcuni intellettuali, alcuni “colti”, quelli che lo pungolavano e ferivano nell’orgoglio. Non i pezzenti, o il popolo dei vicoli o dei vasci.

Questo mi conforta, se non altro perché quelli che sono “stupidi” davvero sono gli “stupidi che sanno”, non gli stupidi che non sanno. A me basta sapere che chi ha “fatto male” ad un poeta non siano le viscere o il corpo di Napoli, ma, al massimo, la sua “aristocrazia”, dotata probabilmente di meno “poesia” e ironia del popolino.

Un tour nella terra del tour: vivere nei Quartieri

Leopardi arriva a Napoli il 3 ottobre del 1833, a trentacinque anni, insieme all’amico Antonio Ranieri, che aveva conosciuto precedentemente all’Accademia della Crusca. Nella città partenopea il poeta di Recanati cambiò spessissimo casa, soggiornando, all’inizio dei quattro anni napoletani, soprattutto in appartamenti ai Quartieri Spagnoli, prima a via Speranzella, poi a palazzo Berio e, infine, a via Nuova Santa Maria Ogni Bene, una delle vie dei Quartieri poste più in alto, al termine di una faticosa salita.

A leggere le testimonianze di questi anni mi sembra di veder cadere una pietruzza in uno stagno, per poi contemplare gli infiniti cerchi che si formano, morbidi e calmi. Vale a dire: da sempre convinto che Leopardi avesse ricevuto solo “spine” da Partenope, mi pare di “arrotolare una pellicola” e focalizzare immagini confuse di un Giacomo che a Napoli si è, in qualche modo, “divertito”, strizzando l’occhio all’umanità degli umili, e facendo spallucce davanti alla cattiveria dei “per bene”.

Un rapporto amaro ma “divertente” con il popolo

Il 5 aprile 1834, dopo essersi sistemato a via Santa Maria Ogni Bene, Giacomo scrive al padre Monaldo: «Io sono passato a godere la migliore aria di Napoli abitando in un’altura a vista di tutto il golfo di Portici e del Vesuvio, del quale contemplo ogni giorno il fumo ed ogni notte la lava ardente».

Personalmente, sento un brivido lungo la schiena, a leggere queste parole dedicate a Napoli dal poeta delle Ricordanze. Magari lo spettacolo “sublime” della lava di notte doveva avere la forza dell’apparizione della luna, da lui cantata e interpellata tante volte, nelle notti insonni di Recanati.

In questi anni Leopardi si diletta in infinite passeggiate lungo via Toledo, fino a Santa Lucia. Giacomo contempla, riflette, mette in ordine. Respira. La cosa più “commovente” è il rapporto del poeta con il gioco del Lotto. Lui scende sempre in abiti trasandati, e questo forse fa simpatia. E poi per i napoletani lui è “lo scartellato”, perché è gobbo, e qualcuno lo tocca sulla schiena per chiedergli i numeri da giocare. Lui li fornisce, forse ridendo di quel “gioco” come non rideva da anni. Per strada, in mezzo ai guagliuni. Sfogandosi. Chissà.

La crudeltà dell’intellighenzia napoletana

A Leopardi piaceva, durante le sue passeggiate, fermarsi presso alcuni “caffè”. Ad esempio uno dei locali d’incontro della Napoli “colta” era il Caffè Trinacria, in una traversa di via Toledo. Ma pare che in questi contesti Giacomo non fosse sopportato, probabilmente perché invidiato, o magari perché troppo schivo…

Gli avventori lo avevano ribattezzato ranavuottulo, perché, quando sedeva, somigliava ad un ranocchio. Ma Leopardi aveva le armi culturali a disposizione per polverizzarli, e dedicava ad essi versi taglienti, accusando la loro preparazione di essere soltanto retorica, non “viva” come la sua, che era autentica tanto da consumarlo di interrogativi.

Una morte… col buon sapore in bocca

Anche ai Caffè, ad ogni modo, Giacomo gustò Napoli: era golosissimo di gelati, e sorbiva un caffè dopo l’altro. Anche durante le ultime ore prima di morire, nella casa dell’amico Antonio Ranieri, il poeta s’era consolato con dolci e bevande fresche. Pare che avesse mangiato un chilo e mezzo di confetti “cannellini”, e sorbito piacevolissime limonate.

C’è una questione, come si sa, riguardo alla sepoltura di Leopardi a Napoli. Io credo che il grande poeta avrebbe voluto “finire la sua corsa” alle Fontanelle, insieme al popolo col quale riusciva ancora a ridere.

 

 

 

 

 

 

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