giovedì, 03 Dic, 2020 Espresso napoletano

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L’esperienza “LAB\per un laboratorio irregolare” vista con gl’occhi del creatore

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Ricordo ancora le facce perplesse dei ragazzi all’inizio dei nostri incontri, probabilmente smarriti dalla mia presenza forse fin troppo discreta.

Non ho mai parlato loro del mio lavoro, nel senso che non ho mai dedicato un incontro alla presentazione dell’artista che in quel momento era il loro maestro.
Il mio doveva essere un ruolo in cui vicinanza e lontananza dovevano essere continuamente calibrate rispetto alle circostanze.
Io ero un loro compagno di viaggio e una “misura”: indicavo un metodo, un rigore affinché a ciascuno si rivelasse il proprio mondo interiore.

In questi anni di fotografia ho avuto modo di visionare moltissimi portfolio di giovani autori e le idee, gli spunti, e, a volte, anche il linguaggio erano interessanti. Ciò che mancava era la capacità di approfondimento: dopo aver dedicato un tempo minimo a una tematica, questa veniva abbandonata per un’altra, altrettanto interessante ma che pure non veniva approfondita.

L’incapacità di andare dritto al fondo delle cose creava omologazione.

Quando un lavoro è buono è il momento in cui bisogna cominciare a farlo. Questo presupposto, questo passaggio, è stato fondamentale per realizzare i portfolio di cui questo catalogo presenta una selezione. Il Laboratorio ha la funzione di guardarsi dentro, ogni volta, ripetutamente: lo fai col soggetto scelto, che è fondamentale, non è un pretesto.
Da questo confronto nasceranno le domande che tenderanno a svelare quella parte di mistero che inevitabilmente il soggetto nasconde.
Attraverso quel mistero ci si guarda allo specchio e si avvia un processo di conoscenza introspettivo che diviene il senso del proprio fare fotografia.

gruppo dei fotografi

Questo confronto è stato amplificato dal dover ogni volta presentare su un tavolo il lavoro svolto.
I ragazzi erano sempre più nudi man mano che il tempo dedicato al Laboratorio diventava più rilevante. Bisognava portare materiali fotografici, da presentare sul tavolo, per stare dentro la comunità. Dovevano confrontarsi, mettersi in discussione, misurarsi. Ritornare sullo stesso soggetto anche quando sembrava di averlo esaurito; è in questa fase che molti hanno realizzato i lavori migliori, costretti ad aggiungere altro e inventandosi nuovi processi che attingessero al proprio essere persona nel modo più profondo, spesso in completa assenza di eventi.

Mi sono accorto che col passare del tempo era il gruppo stesso che si autoalimentava.

Certo, il fatto che io fossi lì, come punto di riferimento, era importante, ma il gruppo aveva sempre più autonomia. Tutti cominciavano a diventare dei compagni di viaggio coi quali puntualmente confrontarsi. Io stesso ero perfettamente nel laboratorio.
In particolare, mi limitavo a indicare ai ragazzi delle foto guida estrapolandole dalle sequenze che venivano presentate.
Questo gesto si è rivelato fondamentale perché offrivo loro una selezione di immagini chiave, suggerite da un occhio più attento ed esperto.

Non abbiamo quasi mai parlato di tecnica, seppure ritenuta importante. Anche se nel gruppo alcuni hanno frequentato scuole, per esempio l’Accademia, nessuno aveva una preparazione tecnica professionale.
La tecnica può essere approfondita rispetto al tipo di ricerca che si sta svolgendo e in questa direzione ho offerto il mio contributo.
L’importante è scoprire il desiderio di dire qualcosa, a quel punto si adotterà la tecnica migliore per poterla comunicare.

I ragazzi hanno prodotto otto portfolio l’uno fortemente diverso dall’altro, per forme e contenuti.
Sono otto sguardi autonomi. È nella natura stessa del Laboratorio questa diversità. La vicinanza al maestro è esclusivamente di tipo “mentale”, riguarda il metodo e il rigore. Chi sente il desiderio di guardarsi dentro non può somigliare a nessuno: il metodo, il rigore, la scoperta di una necessità rendono meno importante l’ausilio della conoscenza di quello che, nella fotografia e nell’arte, accade o è già accaduto.
È questa la presunzione, l’utopia del Laboratorio, la sua meta più alta.
Solo dopo ti confronterai ed eventualmente troverai, scoprirai, un senso nella tua ricerca.

Ai ragazzi non ho mai mostrato lavori di autori che per sensibilità o per linguaggio si avvicinassero al loro modo di fotografare. Quando mi portavano foto trovate in rete o su un libro, che spesso formalmente potevano essere avvicinate alle loro, cercavo di far intendere che solo una considerazione superficiale poteva far ritenere importante quella scoperta.

Fare il Laboratorio non significa diventare artisti, ma è il tentativo di scoprire cosa è importante; aiuta a distinguere il fondamentale dall’effimero, ad acquisire una forma mentis, una metodologia che è funzionale perlomeno a realizzare una fotografia che non mente.

Una fotografia, appunto, una fotografia di se stessi.
Nel Laboratorio non si privilegia un genere ma, al contrario, si punta alla cancellazione del genere. È privilegiato solo il proprio dire che eventualmente può prevedere più generi per comunicarlo.

Aiuta a capire che lo scambio, il confronto, il relazionarsi sono fondamentali per crescere, insegna ad avere il coraggio di presentarsi nudi, ma consapevoli che è questo l’unico modo possibile.

Il tavolo quadrato del mio studio è stato il protagonista assoluto dei nostri incontri. Il luogo del confronto: tutti intorno guardavamo e commentavamo le stampine presentate.
Tante. Sempre piccoli formati, fotografie pronte a essere messe in discussione e rimosse la volta successiva, mai grandi, che dessero una sensazione di definitivo.

Abbiamo avvertito la necessità di cominciare a confrontarci con altre persone, invitandole al tavolo e chiedendo loro una condivisione di intenti.
Così è nata la collaborazione con persone di grande sensibilità e professionalità con le quali avevo già lavorato in passato. Queste persone necessarie hanno ampliato i nostri orizzonti e reso Lab un progetto comune di società civile. Un progetto di puro volontariato che intende essere un appuntamento biennale affinché negli anni possa rivelarsi un’azione incisiva nel contesto cittadino e non solo.

Non avevamo nessun contributo pubblico o privato per finanziare la produzione delle immagini, l’allestimento della mostra e il catalogo. Ci siamo rivolti alla rete e abbiamo attivato una piattaforma di crowdfunding chiedendo di aiutarci a raccogliere dodicimila euro. La risposta è stata immediata, e si è diffusa a macchia d’olio. In molti hanno aderito con entusiasmo versando quote diverse in base alle possibilità di ognuno. Abbiamo raggiunto l’obiettivo con dodici giorni di anticipo e abbiamo raccolto più soldi di quelli richiesti.

Antonello Scotti e Antonio Biasiucci

È stato un grande successo, ma soprattutto la conferma che quando la richiesta è fondata le persone sono presenti.

Dal Comune di Napoli abbiamo ricevuto la disponibilità della Sala delle Prigioni del Castel dell’Ovo, dal Museo Madre la possibilità di presentare il progetto biennale di Lab e la campagna di crowdfunding a una platea bellissima, piena di giovani interessati.

Intorno al tavolo quadrato è nata la vita di LAB\per un laboratorio irregolare, la costruzione di progetti ancora in nuce, l’amicizia, la voglia di fare insieme, lo spirito di gruppo, la considerazione e il rispetto dell’altro. La consapevolezza che insieme si cresce meglio.
Abbiamo portato il tavolo fuori dallo studio, al Castel dell’Ovo dove, nella mostra-installazione, diventa protagonista per il significato che ha assunto nel corso del tempo.
Invitare le persone al tavolo collocato nella Sala delle Prigioni rappresenta un invito di convivialità, di condivisione con altri dei nostri intenti. Lo facciamo con la consapevolezza che oltre al risultato fotografico rimane prioritaria la costruzione di un progetto di vita nel quale un gruppo ha creduto e invita a credere.

Su un piano lungo quindici metri abbiamo reso manifesto il risultato del laboratorio, semplicemente poggiando gli otto portfolio-libro da sfogliare per mantenere ancora la forma laboratoriale.

La sala apparirà scarna e nuda, senza immagini. Ai visitatori si svelerà attraverso l’intima azione dello sfogliare, intorno al tavolo.

Sono affetta da tante patologie, tra queste la più preoccupante è la curiosità. Qual è il mio mestiere? Fare domande. Scrivo da quando ho memoria di me e grazie alle parole cambio spesso vita. Don't forget to write, ecco il mio imperativo categorico.