Lo sapevi che a Napoli c’era l’isolotto di San Leonardo?

Isolotto di San Leonardo
Isolotto di San Leonardo

Lo sapevi che a Napoli, dove ora sorge la Rotonda Diaz, c’era l’isolotto di San Leonardo oggi scomparso?

Certo, non avrà la fama di Atlantide, ma l’isolotto di San Leonardo a Chiaia esisteva almeno fino al 1892, anno in cui ne parla Benedetto Croce nei suoi scritti. Si trattava di uno scoglio piatto dove una comunità religiosa praticava il culto di San Leonardo, patrono di carcerati e agricoltori, del bestiame e delle partorienti.

L’isolotto scomparso

L’isolotto, legato alla terraferma da un pontile, fu nel tempo oltre che luogo di culto, anche meta di turismo gastronomico nonché punto di partenza di tante fughe precipitose negli anni della monarchia, per poi diventare rifugio di ex galeotti, madri di figli illegittimi e di tutti che coloro che avevano un segreto da nascondere.

Forse per questo, molte leggende interessano questo ormai scomparso isolotto: si diceva che un fantasma senza testa si aggirasse sull’isola nelle notti di luna piena spaventando gli avventori. E ancora che l’isola celasse un grande tesoro nascosto lì dai pirati del mediterraneo.

Proprio il suo essere un covo di malfattori convinse i Borbone ad abbattere l’intero isolotto e costruire la loro Loggetta a Mare poi sostituita dalla Rotonda Diaz. Dell’isola di San Leonardo non resta che un flebile ricordo sospeso a metà tra la piratesca Tortuga e la mitica Atlantide.

Puoi vedere il video racconto della leggenda qui.

Nel nome del mare

Nel nome del mare
l’uomo spera, prega e invoca.
Al di là del mare
l’uomo fugge.
Per colpa del mare
l’uomo spesso e ancora
si perde.
Ma nel nome del mare
l’uomo sempre e per l’ultima volta
si salva.

È sempre nel mare la domanda e la risposta. Che tu sia un pirata o un uomo di Chiesa, che tu stia fuggendo o cercando il porto sicuro, che tu sia terribilmente affamato o sazio, che tu abbia un figlio da nascondere o un amore da salvare, che tu sia un fantasma senza testa o un tipo noiosamente assennato.

Un pezzo di terra in mezzo al mare legato alla terra da un pontile è ciò che di più vicino si possa immaginare a un aquilone. Libertà limitata. Frenata. La libertà si muove, sempre. Perciò il mare è libero. Provaci a fermare il mare, prova a fermare ciò che è sempre in movimento.

Nel nome del mare
l’uomo sogna, comprende e vede per davvero.
Con il mare dentro
l’uomo vive.
Per colpa del mare
l’uomo spesso e ancora
si illude.
Ma nel nome del mare
l’uomo sempre e per l’ultima volta
ama.

Tutto ciò che accade davanti al mare vale di più. Perché se nel momento in cui stai lì guardi da un’altra parte, vuol dire che il mare che cerchi non è quello. E non è una cosa banale. Provaci a non guardare il mare, prova a non guardare ciò che è fatto per essere guardato.

“Allora definiscimi mare”.

L’ho fatto una volta. Aveva a che fare con la magia, con gli occhi, con il caos, con un sacco di roba che non capisco, un po’ con te e un po’ con l’amore.

“Allora definiscimi amore”.

L’ho fatto una volta. Aveva a che fare con le onde, con un rumore di fondo costante, con la calma apparente, con un sacco di roba che credevo di capire, un po’ con te e un po’ con il mare.

“Non credo di aver capito… mi confondi”.
“Sì, ti confondo… e non sai con quante cose”.

È questo che fa il mare, questo che fa l’amore. Perciò ne abbiamo bisogno: per vedere cose diverse da quelle che sono veramente.

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