Lo stemma borbonico: una storia infinita in un simbolo araldico

Stemma borbonico
Stemma borbonico
© wikipedia

Lo stemma borbonico, o meglio lo stemma dei Borbone del Regno delle Due Sicilie, fu introdotto ufficialmente nel 1816. Terminava a Napoli e nel Meridione d’Italia il decennio francese, con la condanna a morte e l’esecuzione di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte. Il nastro della storia sembrava riavvolgersi all’indietro, con il ritorno a Napoli della monarchia assoluta. C’era bisogno di nuovi simboli, per un nuovo racconto della realtà.

Gli stemmi fanno parte dell’universo infinito dei simboli, che l’essere umano ha bisogno di creare fin dalla sua comparsa sulla terra. Comunità religiose, partiti politici, città, famiglie, si identificano da sempre in un insieme armonico di segni visibili e riproducibili. Stemmi e bandiere con soggetti e disegni spesso enigmatici, ma ben chiari per il gruppo umano che son chiamati a significare e a raccontare. Lo stemma borbonico è stato in uso dal 1816 al 1861. E’ stato il simbolo dell’ultima illusione assolutistica di sovrani che si credevano posti sul trono dal volere di Dio. Questo stemma così complesso e ridondante segnava il ritorno a Napoli di Ferdinando I delle Due Sicilie. Era, quest’ultimo, il figlio di quel Carlo III che fu il primo Borbone a sedere sul trono di Napoli, e che dette lustro alla nostra città con opere straordinarie come il Teatro San Carlo.

Una complicata griglia per cinquecento anni di storia

Era la seconda volta, in realtà, che Ferdinando tornava nella capitale del Regno. Il suo trono era crollato già due volte. La prima, con l’avvento della Repubblica Napoletana del 1799. La seconda, nel 1805, con l’arrivo a Napoli di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. Nel 1816, dunque, il figlio di Carlo III volle ringraziare Dio per il trono riconquistato con il dono della Basilica di San Francesco di Paola: un vero, monumentale ex-voto. Lo stemma della monarchia che, ancora una volta, rinasceva dalle proprie ceneri, doveva raccontare la gloria di cinquecento anni di case regnanti. Lo studio araldico del bellissimo stemma borbonico è, in effetti, abbastanza complicato. Una enorme, lussuosa corona domina l’intero disegno. Sotto di essa compare il classico ovale che caratterizza ogni stemma. Ma dentro di esso esplodono mille colori. Sono poco meno di venti le casate nobiliari celebrate nell’ovale: è la storia incredibile di Napoli.

“Sta terra cu quanta gente ammore ha fatto”

È, questo, un verso del gruppo rap napoletano “La Famiglia”. Credo ci aiuti nell’impresa di leggere quel vero labirinto di simboli che è lo stemma borbonico. I nomi delle casate che ci fornisce lo studio araldico ci immergono in una storia che non è storia locale, ma è la grande storia d’Europa. Contese, rivalità, vendette tra le grandi potenze europee, dal medioevo all’età romantica, sono riassunte in questo stemma. I gigli angioini, le strisce aragonesi, le torri di Castiglia, ma anche le croci di Gerusalemme, persino i gigli medicei. E ancora i simboli dei Farnese, il cognome della madre di Carlo III, Elisabetta, che fece di tutto pur di offrire al figlio il Regno di Napoli. Poi, come enormi collane che pendono dalla corona, brillano i simboli degli Ordini Cavallereschi. Al centro la stella dell’Ordine di San Gennaro, voluto da Carlo III come primo atto d’amore dei Borbone per Napoli.

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