martedì, 24 Nov, 2020 Espresso napoletano

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Maradona, i sessant’anni dell’«eroe plebeo»

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Il ricordo del «più grande affare del calcio italiano» vissuto sul campo da Antonio Corbo, per festeggiare il compleanno di Maradona, el pibe de oro.

Pelè, il 23 ottobre, ottant’anni. Sessanta per Maradona il 30, solo una settimana dopo. Si inseguono, ma non si sono mai amati. Nati nello stesso mese sotto lo stesso segno. Scorpioni. “Possessivi, autoritari, con impatto magnetico”, secondo chi legge nelle stelle i nostri destini. Sono stati i campioni di un grande secolo di calcio. Tra l’altro, in un secolo immenso: due guerre mondiali, l’uomo sulla luna, l’attentato ad un Papa e a due Kennedy, John e Robert, la Cina di Mao e la Russia di Stalin, Berlino confine tra due Germanie, il pensiero di Sartre in Europa e in Italia i beati anni ’60 del boom economico prima del delitto Moro, del terrorismo e della mafia. Negli ultimi anni il calcio si è infilato nelle nostre vite. Un piccolo grande amore, la parte segreta di noi, forse. Fedele e infedele, subalterno e totalizzante come sa essere un amante.

© Delmati/LapresseArchivio Storico anni ’80 sport calcio Diego Armando Maradona nella foto: il calciatore del Napoli Diego Armando Maradona insieme a Pelè

Pelè e Diego ci hanno distratto e accompagnato verso il Duemila. Primo a spuntare: il giocoliere brasiliano da Göteborg, la città delle betulle, dove vinse il primo dei suoi tre mondiali. 1958. L’Italia aveva il televisione in bianco e nero, si girava in Lambretta e la Fiat di Vittorio Valletta con la popolare ‘600’ motorizzava intanto l’Italia repubblicana.

Diego compare giusto vent’anni dopo, secondo il suo stile di ‘campione contro’. César Luis Menotti, detto ‘El Flaco’, ct dell’Argentina lo lancia in nazionale dopo un gol segnato con l’Argentinos Juniors da centrocampo nel campionato metropolitano, ma non può imporlo alla cricca dei vecchi. Diego va con l’Under 18 a Tokyo perché viene escluso dai Mondiali vinti a Buenos Aires – trofeo vinto su commissione del regime, quello del generale Videla –. Ma l’Argentina non dimentica i 9mila ‘desaparecidos’.

Sarà Diego nel 1986 a vincere per la giovane e povera repubblica di Raùl Alfonsìn. Trionfale l’arrivo alla Casa Rosada e la Messa nella chiesa di San Isidro, con le donne di Plaza de Mayo, sorelle e mamme dei dissidenti fatti sparire nell’oceano. Si piange per chi è morto e per chi ha vinto.

Diego si consacra eroe plebeo: solo lui sa far piangere e vincere la gente semplice e la ‘porra brava’, il tifo violento dei ‘barrios’, come a Napoli gli scugnizzi dei Quartieri, di Forcella, della periferia e gli intellettuali del ‘Te Diegum’.

© Foto Cafaro/LaPresse 30 ottobre 2019 Napoli, Napoli vs Atalanta – Campionato di calcio Serie A TIM 2019/2020 – stadio San Paolo. Nella foto: tifosi del Napoli dedicano uno striscione a Diego Armando Maradona.

I miti si rincorrono e si scontrano, ma non invecchiano mai. Edson Arantes do Nascimento e Diego Armando Maradona abitano ancora nei sogni della loro gente, quella del Sudamerica bigotto e infelice, coraggioso e sognante. Per Diego, anche i sogni della Napoli che non ha mai smesso di amarlo. Sono passati 36 anni da quella frase, quel sospiro. “Sono del Napoli al 75 per cento. Sto vivendo un sogno” confida educato e pensoso ai giornalisti che lo scovano nello Sheraton di Highlands.

Il ricordo è ancora vivo di quei giorni… Alcuni giornalisti si staccano dalla Nazionale italiana tornata dal Canada dopo l’amichevole di Toronto per volare nel New Yersey, a bordo del Boeing 727 Air Canada. Uno di noi ha captato lo stupore di Federico Sordillo e si rivolge a Carlo De Gaudio. “Lo sai che quel pazzo di Ferlaino mi ha svegliato alle 4 per dirmi che vuol prendere Maradona? Un amico ma un pazzo”. Pazzo no, sarebbe stato il più grande affare del calcio italiano. 13,5 miliardi di lire garantiti in dollari dal Banco di Napoli di Ferdinando Ventriglia al Banco de Bilbao. In una sola estate il fatturato del Napoli sale da 9 a 36 miliardi.

Bisogna trovare Maradona. Ci si ricorda che era stato spedito nel New Jersey dal Barcellona al torneo dell’allora Giants Stadium, perché squalificato. Quasi di nascosto, dal Roosevelt Hotel sulla 45esima di New York anche Franco Esposito de Il Mattino, Filippo Grassia de Il Giornale, Bruno Gentili della Rai, con il registratore dell’epoca Nagra Kudelski si sfilano. Fermano un taxi. Sarà una fortuna quell’autista polacco ubriaco. Il taxi entra spericolato nel Lincoln Tunnel. Un’ora dopo siamo allo Sheraton di Highlands. Lo Sheraton è immerso nel verde gentile nella Contea di Monmouth. Ore 14 di domenica 27 maggio, le 20 in Italia. La finta calma che ferma la febbre quotidiana degli inviati. Per noi senza telefonini e senza internet era sempre tardi. Diego si è appena svegliato, e quella frase dolciastra richiama i dischi di Julio Iglesias. “Vivo in un sogno”. Proprio così, e spiega: “Il Spagna il calcio è molto duro in campo, fuori si sta peggio”. Altra pausa. “Sono felice perché ho capito che Napoli sente il calcio come lo sento io”. L’articolo l’ha scritto ormai lui. Bisogna solo correre al telefono. Grande l’America di quei tempi. Basta fare il 9, dare alla signorina nome e numero, e se dall’estero accettano sei in linea. Collect Call. Ore 20.40, il vicedirettore Giuseppe Pistilli impassibile ascolta, poi sereno come i veri capi di un giornale avverte la redazione. “Bisogna rifare la prima”. Poi, neanche un saluto: “Detta subito a braccio, non hai tempo per scrivere, ti passo i dimafoni”. “Peppe, scusami, quanto mando?”. “Quanto vuoi, sbrigati”. Nei giornali non si sprecava neanche una sillaba. Comandava il tempo in una corsa infinita. Sempre due orologi al polso per i fusi.

Ripensando a Maradona si rivede il mondo di ieri, il nostro mondo: più aerei e meno whatsapp, più viaggi e telefoni, più taxi e meno internet.

© Delmati/Lapresse Archivio Storico anni ’80. Nella foto: presentazione del calciatore del Napoli Diego Armando Maradona

Sette anni a Napoli, due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa; 259 partite e 115 gol. Era questo il suo sogno che confidò allo Sheraton? Forse poco… Forte e brusco è stato il risveglio, perché Diego ha avuto troppe vive e le ha intrecciate fino ad esserne strozzato.

È stato triste raccontare il suo tramonto dorato a Dubai, per i 55 anni non festeggiati. Non si droga da quasi vent’anni, ma passa le notti senza sonno e senza pace  a Palm Jumeirah, un parco a mezzaluna ideato dagli olandesi davanti alla costa. Dall’aereo si vede una grande palma poggiata sul mare, con ville raccolte in tutti i 17 rami. Sul secondo a sinistra la villa di Maradona: tre piani, 15 dipendenti, dalla cuoca all’avvocato; solo champagne in cantina; sul televisore grande quanto una parete, 120 pollici, si alternano le partite del Pianeta sul canale satellitare Being Sport e i film di Julia Roberts. Notti che ne richiamano altre di una storia che già a Napoli affondava nella sua fatica di vivere. Sbandato tra cocaina, amicizie imprudenti, tradimenti, battone africane dei Quartieri Spagnoli… L’investigatore privato Antonino Restino, oggi capo di AZ Investigation, nel libro di Elisabetta Musso e Carla Reschia (La spia de Dios, Rogiosi Editore, 2019) rivela di averlo pedinato per anni. Tutti sapevano tutto. Napoli non l’ha mai tradito né dimenticato. Solo Napoli, però. Lo schiaffo più duro a Buenos Aires, quando dopo un arresto farsa della polizia argentina Maradona ebbe momenti di sconforto. “Ho dato nella mia vita tanta felicità”. Si dava coraggio. Un giudice donna di origine italiana lo inchiodò con un sorriso amaro. “Ne poteva tenere un po’ per sé”.

© LaPresse Torino/Archivio storico 12-04-1987 Napoli. Nella foto: Diego Armando Maradona con Ciro Ferrara.

Sessant’anni. Si è fatta sera ma non per lui. Non per Pelé.

Suerte, vi ricorderemo come nelle vecchie foto. I pugni al cielo e la gente pazza di voi.