domenica, 08 Dic, 2019 Espresso napoletano

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Max Fuschetto, il compositore senza confini

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È avanguardia contemporanea e purezza originale, è segmento onirico di linee infinite e inedito riproduttore di segnali dell’anima, è interprete di sperimentazioni sonore e figlio della dimensione musicale colta del novecento, è Max Fuschetto.

Una delle figure artistico-musicali più interessanti dell’attuale panorama compositivo internazionale, Fuschetto è capace di coniugare con estrema agilità i suoi diversi mondi in note, attraverso un’ipotesi, a tratti metafisica, di allineamento e congiunzione. La sua musica è ipnotica, capace di raccontare a chi non può sentire e mostrare a chi non vede orizzonti infiniti e geografie lontane. Le sue composizioni seminano poesia filosofica sebbene nel rispetto di creativi ordini geometrici.

ph. Antonio Coppola

Lui, beneventano di origine, precisamente natio di San Marco dei Cavoti, si definisce performer e compositore. Diplomato in oboe, si è da sempre distinto per la sua curiosità intellettuale manifestata verso i più svariati generi musicali, dal pop al rock, dal jazz all’elettronica attraversando persino i suggestivi sentieri dell’ambient-music senza mai negare la sua matrice colta e l’influenza di mostri sacri come Stravinskij, Debussy o Brian Eno;  delineando così volta per volta innovative coordinate espressive che nel tempo lo hanno portato a concepire la possibilità “suprema” di lasciar coesistere immediatezza e stratificazione, la certezza dell’occidente e la spiritualità orientale in un esempio compositivo assai raro.

Ha al suo attivo tre lavori discografici che dal 2009, anno che vide il suo esordio con il magnifico Popular Games, è andato poi pian piano arricchendo, poiché la complessità della loro genesi richiedeva strati e sostrati, spazi e metatempi, evolvendosi per dare alla luce il sorprendente Sun Na del 2015 sino al recente Mother Moonlight. Un disco spiazzante perché imprevedibile, un lavoro concepito per piano solo (anche se poi in corso d’opera si sono aggiunti elementi minimi di elettronica, archi, chitarra e dilruba) e in assoluta sottrazione, ma dove forse il suo talento superiore si manifesta appieno.

ph. Annalisa Cervone

Qui Fuschetto sembra abbandonare quell’apparente sinuoso gioco di sintesi musicale che contraddistingue il precedente lavoro, in cui le atmosfere quasi religiose si ripetono come un mantra nella splendida voce di Antonella Pelilli recitate in lingua arbereshe, per giungere alle imponenti percussioni in Harsh Voices e prenderne le distanze sul finale in Bill’s Mood in cui compare il suo personale tributo al grande Bill Evans. Ebbene, questa estesa ricchezza compositiva a tratti multisensoriale sembra svanire in questo lavoro laddove invece ne rappresenta la sintesi, quella del suo pensiero.

Già, perché Max Fuschetto, i cui lavori sono diventati colonne sonore di docufilm girati in Mozambico, Bosnia ed Est Europa, potrebbe essere definito un asceta, filosofo della musica, capace di coniugare l’autenticità della dimensione ancestrale e l’estremismo della rivoluzione compositiva. Conoscerlo e ascoltare la sua musica, che mi aggrada definire una mission, è stato un tutt’uno, apprezzarne le capacità visionarie una conseguenza, suggerirne l’ascolto è un piacere, è un dovere intellettuale.